Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30572 del 20/12/2017


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 30572 Anno 2017
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: VENEGONI ANDREA

ORDINANZA
sul ricorso 27192-2010 proposto da:
MESSINI CARLOTTA, elettivamente domiciliata in ROMA
VIA EZIO 19, presso lo studio dell’avvocato MICHELE
ALLIEGRO, rappresentata e difesa dall’avvocato PIER
FRANCESCO LOTITO;
– ricorrente contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI BORGO SAN LORENZO in
2017
2433

persona del Direttore pro tempore, elettivamente
domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso
l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta
e difende;
– controricorrente nonché contro

Data pubblicazione: 20/12/2017

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE DI
FIRENZE;

intimata

avverso la sentenza n. 66/2010 della COMM.TRIB.REG. d11 4
1-0SCA
FIRE?-E, depositata 1’11/05/2010;

consiglio del 11/10/2017 dal Consigliere Dott. ANDREA
VENEGONI.

udita la relazione della causa svolta nella camera di

RITENUTO CHE:
con ricorso del 31.12.2003 la contribuente Messini Carlotta impugnava l’avviso di
accertamento n. R5E1000920 e conseguente cartella;

L’Agenzia rigettava l’istanza di definizione, ritenendo che alla data dell’1.1.2004 non si
potesse parlare tecnicamente di “lite pendente”, atteso che i termini per impugnare lo
stesso erano scaduti;
La CTP annullava il diniego dell’agenzia, ma, su appello dell’ufficio, la CTR riformava la
sentenza di primo grado;
la contribuente ricorreva in Cassazione e la Corte, con ordinanza n. 21716 del 2009,
cassava la sentenza della CTR con rinvio affermando che la notifica dell’atto
introduttivo è sufficiente a fare ritenere la lite come “pendente”;
la contribuente riassumeva il giudizio davanti alla CTR che nuovamente, con sentenza
n. 66/21/10, rigettava la domanda della contribuente;
la contribuente ricorre, quindi, in cassazione la contribuente sulla base di due motivi;
resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

CONSIDERATO CHE
Con il primo motivo di ricorso la contribuente deduce violazione e falsa applicazione di
legge, in particolare dell’art. 16 legge n. 289 del 2002 e art 2, comma 49, legge n.
350 del 2003 e degli art. 21 e 22 d Iv. 546 del 1992, nonché contraddittorietà della
motivazione.
Con il secondo motivo, in via subordinata, chiede che venga sollevata questione di
legittimità costituzionale dei suddetti art. 16 legge n. 289 del 2002 e art 2, comma 49,
legge n. 350 del 2003, come interpretati dalla sentenza impugnata, per violazione
degli artt. 3, 23, 53 e 97 Cost., nonché 111, 24 e 25 Cost., deducendo anche che tale
interpretazione non è in linea con l’art. 1, comma 2, legge 212 del 2000.
Ai fini della valutazione dei motivi, che possono essere trattati congiuntamente,
occorre riassumere brevemente la sequenza delle azioni intraprese dalla ricorrente in
relazione all’avviso di accertamento e cartella in questione, così come emergono dagli
atti.
In particolare, non è contestato che:
l’avviso accertamento è stato notificato il 25.10.2002, divenendo definitivo il
24.12.2002; la cartella è stata emessa il 23.4.2003, divenendo definitiva 22.6.2003

Proc. n. 27192/2010 est. dott. Andrea Venegoni

in data 31. 3.2004 effettuava il pagamento della prima rata per la definizione della lite
pendente ex art 16 legge 289 del 2002 e art 2, comma 49, legge 350 del 2003,
proponendo, in data 1.4.2004, la relativa istanza di definizione di lite pendente ai
sensi dell’art. 16, comma 3, legge 289 del 2002 ed art. 2, comma 49, legge 350 del
2003; in data 14.7.2004 effettuava il pagamento della seconda rata;

In data 24.12.2003 viene approvata la legge 350 del 2003 che permette la definizione
delle controversie pendenti alla data della sua entrata in vigore, prevista per la
settimana successiva, 1’1.1.2004,

Ora, non è qui in discussione il principio espresso nella sentenza di annullamento con
rinvio emessa da Sez. V, n. 21716 del 2009, che riguardava tutt’altra questione, e
cioè se ai fini della qualificazione di “lite pendente” sia sufficiente che entro il termine
per l’impugnazione sia stata effettuata solo la notifica del ricorso all’Ufficio, o occorra
che sia avvenuto anche il deposito del medesimo presso la segreteria della
Commissione (risolto nel senso che la – valida – notificazione dell’atto introduttivo è
sufficiente ad instaurare il rapporto processuale ed a determinare la pendenza della
controversia).
La CTR, però, ravvisa nella situazione di fatto del caso di specie, non sindacabile in
questa sede, le caratteristiche di pretestuosità del ricorso, instaurato contro atti che non è contestato – non sono stati impugnati tempestivamente all’epoca della loro
notifica, e da ciò deduce la inapplicabilità delle norme sulla “pendenza” della lite ai fini
dell’accesso al condono;
Al riguardo, si è, in effetti, consolidato negli anni un orientamento che ritiene che nei
casi, da accertare in concreto, di “abuso del processo”, non è precluso il diniego del
condono, pur se la lite debba considerarsi formalmente pendente;
E’ sufficiente, a tale scopo, riportarsi a quanto affermato da Sez. V, n. 18445 del
2016, secondo cui
Questa Corte ha più volte affermato il principio secondo il quale, in materia di chiusura
delle liti fiscali ai sensi dell’art. 16 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, la formale
pendenza della lite non osta al diniego dell’istanza di condono allorquando il
contribuente – in palese violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede,
nonché dei principi di lealtà processuale e del giusto processo – abbia fatto uso
abusivo del processo, impugnando l’atto impositivo molto oltre la scadenza del
termine previsto dalla legge, senza nulla argomentare in ordine alla perdurante
ammissibilità dell’impugnazione, nonostante il tempo trascorso, al solo scopo di
precostituirsi una lite pendente per accedere al condono.
Occorre, quindi, che l’esistenza dell’abuso del processo, cioè dell’utilizzazione degli
strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle
stabilite dalla legge, sia accertata in base a circostanze ed elementi sintomatici dai
quali emerga, in modo evidente ed inequivoco, l’intento di sfruttare in modo fittizio e
strumentale il mezzo processuale, al solo scopo di conseguire i vantaggi della
sopravvenuta, o preannunciata, normativa di condono (Cass. nn. 22502 del 2013, 210
e 1271 del 2014; da ult., in motivazione, Cass., sez. un., n. 643 del 2015).
Al di fuori di tali, eccezionali, ipotesi, resta pienamente valido il consolidato
orientamento in virtù del quale il presupposto della lite pendente ricorre in presenza
dell’iniziativa giudiziaria del contribuente (non dichiarata già inammissibile con
pronuncia definitiva), che sia potenzialmente idonea ad aprire il sindacato sul

Proc. n. 27192/2010 est. dott. Andrea Venegoni

il 31.12.2003 la contribuente notifica il ricorso contro l’avviso di accertamento e la
cartella che, come si è visto, non erano stati impugnati in precedenza ed erano,
quindi, già definitivi, e sulla base di ciò assume di potere usufruire del condono,
essendo la lite pendente alla data di entrata in vigore della legge 350 del 2003.

provvedimento impositivo, indipendentemente dal preventivo riscontro della ritualità e
della fondatezza del ricorso che vi ha dato vita (Cass., sez. un., n. 643 del 2015, cit.,
e precedenti ivi richiamati).

Del resto, non si può dubitare che lo spirito della norma sia quello di agevolare la
definizione di controversie nelle quali vi sia ancora la possibilità di porre in discussione
il merito della pretesa tributaria (anche nel caso in cui l’atto introduttivo sia stato
dichiarato inammissibile, ma la sentenza non sia ancora passata in giudicato, come
prevede il comma 3 dell’art. 16); ciò si deduce anche dalle modalità di definizione
della lite, di cui all’art. 1, che non avrebbero senso in relazione ad accertamenti
divenuti definitivi.
Nè tale interpretazione può ritenersi in contrasto con norme costituzionali, atteso che
le stesse presuppongono una situazione in cui non si configuri il ravvisato “abuso del
processo”.
Il ricorso deve, pertanto, essere respinto. Le spese seguono la soccombenza; sono,
pertanto, a carico del ricorrente e si liquidano in euro 2.500.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in euro 2.500.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio dell’11.10.2017

Il Presidente

Lo stesso principio si ricava anche da Sez V n. 4967 del 2017, che, in fattispecie
diversa, contiene, però, il riferimento al concetto di lite pendente come “effettiva”, e
non “apparente” cioè strumentale ad altri fini.

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