Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3055 del 01/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 01/02/2022, (ud. 10/11/2021, dep. 01/02/2022), n.3055

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 31559-2020 proposto da:

S.M.P., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dagli avvocati PIERLUIGI SPADAVECCHIA, EMANUELE MORI;

– ricorrente –

contro

A.S.U.R. – AZIENDA SANITARIA UNICA REGIONALE DELLE MARCHE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA GIOVANNI ANTONELLI 49, presso lo studio dell’avvocato

MASSIMO COLARIZI, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato DOMENICO CAPRIOTTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 77/2020 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 26/05/2020 R.G.N. 160/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/11/2021 dal Consigliere Dott.ssa TRICOMI IRENE;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. STEFANO

VISONA’ visto il D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8 bis,

convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha

depositato conclusioni scritte.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d’Appello di Ancona ha rigettato l’impugnazione proposta da S.M.P., nei confronti dell’ASUR Marche, avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Fermo, che aveva respinto l’impugnazione del licenziamento disciplinare irrogato alla lavoratrice il 18 dicembre 2017, ai sensi dell’art. 13, comma 8, CCNL, e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 quater, comma 1, in base alla contestazione di aver effettuato la timbratura in ingresso, alle h. 15,26, ed in uscita alle h. 17,33, il 7 novembre 2017, senza aver prestato l’attività lavorativa, per non essersi effettivamente recata presso la propria postazione, tenuto conto altresì dei precedenti disciplinari della lavoratrice.

2. La Corte d’Appello ha respinto l’unico motivo di appello con cui la ricorrente si è difesa sostenendo che nell’orario in questione non avrebbe neppure dovuto essere in servizio, sicché non le si sarebbe potuta contestare una falsa attestazione di presenza in ufficio.

La Corte territoriale ha richiamato le prove per testi in ragione delle quali era stato accertato che la ricorrente non era presente in ufficio nell’orario in questione, aggiungendo che, comunque, la timbratura era funzionale all’erogazione di retribuzione (maggiorata dell’incentivo), i che rendeva irrilevante l’asserita non doverosità d’una sua presenza in servizio quel giorno.

3. Per la cassazione della sentenza di appello ricorre la lavoratrice prospettando un motivo di ricorso.

4. Resiste l’ASUR Marche con controricorso.

5. La Procura Generale ha chiesto rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, e succ. mod., dell’art. 112 c.p.c., nonché violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione anche all’art. 111 Cost., per omissione o mera apparenza della motivazione e sua manifesta illogicità.

Il ricorso è incentrato sul fatto che la lavoratrice, con ordine di servizio, sarebbe stata destinata solo ad operazioni di prenotazione e non di cassa e che, pertanto, ella era stata esclusa dal progetto ALPI, per cui dal 10 maggio 2017 le rilevazioni del cartellino della lavoratrice mostravano la cessazione delle marcature. Quindi, quella del 7 novembre 2017 era inspiegabile, irrazionale ed inutile per la lavoratrice.

Pertanto – sostiene la ricorrente – sarebbe mancata la possibilità stessa d’un lucro indebito e di un intento fraudolento da parte sua.

Nonostante la Corte d’Appello avesse rilevato come fosse paradossale attribuire rilievo disciplinare ad una falsa attestazione di presenza rispetto ad un servizio da cui la lavoratrice era stata esonerata, e l’inidoneità della condotta a realizzare una frode, con manifesta illogicità la stessa Corte le aveva poi attribuito l’intento di simulare la prestazione lavorativa onde cercare di conseguire un emolumento, attribuendole una condotta difforme da quella oggetto della contestazione disciplinare.

2. Il motivo non è fondato.

2.1. Nella specie, alla ricorrente è stato addebitato l’avere, il 7 novembre 2017, effettuato la timbratura in ingresso (alle h. 15.26) e quella in uscita (alle h. 17.33) senza aver prestato attività lavorativa, per non essersi recata alla propria postazione, tenuto conto, altresì, dei precedenti disciplinari noti all’interessata. Alla stessa è stato intimato il licenziamento disciplinare in data 18 dicembre 2017, ai sensi dell’art. 13, comma 8, del CCNL di Comparto e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, comma 1.

Viene in rilievo il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, comma 1, lett. a), prevede che si applica comunque la sanzione disciplinare del licenziamento nel caso di falsa attestazione della presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, ovvero giustificazione dell’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia.

Come precisato dal medesimo D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, comma 1-bis, costituisce falsa attestazione della presenza in servizio qualunque modalità fraudolenta posta in essere, anche avvalendosi di terzi, per far risultare il dipendente in servizio o trarre in inganno l’amministrazione presso la quale il dipendente presta attività lavorativa circa il rispetto dell’orario di lavoro dello stesso.

2.2. La giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di affermare (Cass. n. 17600 del 2021) che il legislatore del 2009, con il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, fermi gli istituti più generali del licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo, ha introdotto e tipizzato alcune ipotesi di infrazione particolarmente gravi e, come tali, ritenute idonee a fondare un licenziamento.

La disposizione ha, dunque, introdotto una tipizzazione di illecito disciplinare da sanzionarsi con il licenziamento.

In particolare, questa Corte ha affermato che (Cass. n. 22075 del 2018) l’introduzione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, comma 1-bis (avvenuta con il D.Lgs. n. 116 del 2016) non ha portata innovativa, ma vale come interpretazione chiarificatrice del concetto di “falsa attestazione di presenza”. E’ falsa attestazione (prima e dopo la riforma) non solo la alterazione/manomissione del sistema automatico di rilevazione delle presenze, ma anche il non registrare le uscite interruttive del servizio. Nell’eventuale contrasto tra legge e contrattazione collettiva prevale – in quanto imperativa – la disciplina legale, anche se meno favorevole al lavoratore.

A fronte di una fattispecie legale, si pone, quindi, il problema di verificare i principi che il giudice deve applicare nel valutare la legittimità della sanzione irrogata dall’Amministrazione, una volta accertato che il lavoratore abbia commesso una delle mancanze previste dalla norma, e pertanto se il licenziamento sia una conseguenza automatica e necessaria, ovvero se l’amministrazione conservi il potere-dovere di valutare l’effettiva portata dell’illecito tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto e, quindi, di graduare la sanzione da irrogare, potendo ricorrere a quella espulsiva solamente nell’ipotesi in cui il fatto presenti i caratteri propri del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa di licenziamento.

Sul punto si è affermato (Cass. n. 18326 del 2016), con statuizione alla quale si intende dare continuità, che la norma cristallizza, dal punto di vista oggettivo, la gravità della sanzione prevedendo ipotesi specifiche di condotte del lavoratore, mentre consente la verifica, caso per caso, della sussistenza dell’elemento intenzionale o colposo, ossia la valutazione se ricorrono elementi che assurgono a scriminante della condotta.

Ferma la tipizzazione della sanzione disciplinare (licenziamento) una volta che risulti provata la condotta, permane la necessità della verifica del giudizio di proporzionalità o adeguatezza della sanzione che si sostanzia nella valutazione della gravità dell’inadempimento imputato al lavoratore in relazione al concreto rapporto e a tutte le circostanze del caso.

Alla luce dei principi sopra richiamati vanno esaminate le censure prospettate.

2.3. La Corte d’Appello ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi.

2.4. Il giudice di secondo grado non ha dato luogo ad un mutamento della contestazione ed ha ritenuto provata la condotta contestata, oggetto anche dell’infrazione relativa alla violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-quater, comma 1, lett. a).

La Corte territoriale ha accertato, in ragione di risultanze istruttorie precisamente vagliate (testi G.M.R., P.L., B.S.) che la ricorrente, ad onta dell’attestazione di presenza insita nella marcatura del cartellino, in realtà non aveva mai preso posto, nella suddetta giornata e nella fascia oraria, dietro gli sportelli del Presidio riservati a tutti gli operatori in front-office, tanto se addetti ad operazioni di cassa quanto se impegnati nel ricevere prenotazioni.

2.5. Sempre la Corte territoriale ha altresì escluso in punto di fatto, ancora in ragione d’un accurato vaglio delle risultanze istruttorie, la giustificazione prospettata dalla ricorrente (l’essere stata costretta a una lunga permanenza nei bagni situati all’interno del luogo di lavoro e, dopo, al rientro a casa).

Del pari la sentenza impugnata ha escluso ogni rilievo all’assunto secondo cui la ricorrente non avrebbe dovuto essere presente in ufficio, nel giorno e nell’ora suddetti, in quanto esonerata dalle operazioni di cassa, alle quali il progetto ALPI era riservato; ciò rimarcava l’interesse della lavoratrice ad ottenere l’attestazione circa l’effettiva prestazione del servizio, a sua volta condizione per la retribuzione. Anche se l’erogazione dell’incentivo era subordinato ad una valutazione conclusiva dell’operato della dipendente, riservato alla datrice di lavoro, ciò non escludeva la valenza sintomatica del contegno tenuto dalla lavoratrice intenzionata a simulare la prestazione d’una attività in realtà mai resa e ad avvalersi dell’attestazione di presenza per tentare di conseguire l’emolumento.

Di talché nella sentenza di appello non è ravvisabile alcuna illogicità o contraddittorietà (tale da ridondare in motivazione lesiva dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4) o percorso motivazionale inedito rispetto alla contestazione.

2.6. Va, inoltre, ricordato che è applicabile alla fattispecie l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo modificato dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11.8.2012), di conversione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, che consente di denunciare in sede di legittimità unicamente l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti.

Hanno osservato le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. S.U. n. 19881 del 2014 e Cass. S.U. n. 8053 del 2014) che la ratio del recente intervento normativo è ben espressa dai lavori parlamentari lì dove si afferma che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ha la finalità di evitare l’abuso dei ricorsi per cassazione basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali e, quindi, di supportare la funzione nomofilattica propria della Corte di cassazione, quale giudice dello Ius constitutionis e non dello ius litigatoris, se non nei limiti della violazione di legge. Il vizio di motivazione, quindi, rileva solo allorquando l’anomalia si tramuta in violazione della legge costituzionale, “in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, che non sono ravvisabili nella specie, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”, sicché quest’ultima, peraltro, non può essere ritenuta mancante o carente solo perché non si è dato conto di tutte le risultanze istruttorie e di tutti gli argomenti sviluppati dalla parte a sostegno della propria tesi.

2.7. Il giudice di secondo grado ha altresì effettuato il giudizio di proporzionalità, evidenziando con specifiche argomentazioni come l’episodio in sé, per come accertato, aveva i connotati della grave lesione dell’elemento fiduciario, ancor più se correlato ai precedenti disciplinari richiamati nella contestazione dell’addebito, e costituiva ipotesi di condotta meritevole di licenziamento del D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 55-quater, comma 1, lett. a).

3. Il ricorso va, quindi, rigettato.

4. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

5. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

N sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 10 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2022

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