Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30549 del 30/12/2011

Cassazione civile sez. II, 30/12/2011, (ud. 10/06/2011, dep. 30/12/2011), n.30549

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. MATERA Lina – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.N. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 9, presso lo studio dell’avvocato RIMATO

ALESSANDRO, rappresentato e difeso dall’avvocato RUSSO DOMENICO;

– ricorrente –

contro

M.N. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, PZZA DEL FANTE 2, presso lo studio dell’avvocato RIZZACASA

GIUSEPPE, rappresentato e difeso dall’avvocato TENAGLIA DARIO FALCO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1107/2004 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 28/12/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/06/2011 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FEDELI Massimo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – Con atto di citazione notificato il 23 gennaio 1989, S. N. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Lanciano M.P., T.M.V., T.G. in proprio e quale procuratore generale di Nicolantonio e M. T.G., nonchè C., Ra., B., N. e C.R., deducendo di aver acquistato il 7 novembre 1983 dal Comune di Gessopalena un terreno di mq 18,20 già adibito a marciapiedi ed adiacente ad altra area di sua proprietà di mq. 35, nonchè una quota di 5/10 di mq. 15,30 dello stesso marciapiedi in comproprietà con M.P. e T.M. V. per 4/10, e con G., N. e T.M. per il restante 1/10, e chiese lo scioglimento della comunione, che comprendeva altresì una superficie di mq. 44,89, costituiti dall’area di risulta di un fabbricato demolito, con assegnazione del bene comune e addebito del valore dell’eccedenza in favore dei comproprietari.

Interrotto il processo per la morte di M.P., il processo fu riassunto nei confronti dell’erede M.N..

2. – Il Tribunale adito, con sentenza non definitiva del 28 novembre 1991, accertò che l’attore S. e M.N. erano titolari di quote paritarie del terreno, e dichiarò non divisibile il bene disponendone la vendita all’asta.

La sentenza fu impugnata dallo S., che lamentava l’omessa considerazione dell’appartenenza all’origine della maggioranza delle quote del terreno alla sua proprietà, l’erroneo riconoscimento dell’appartenenza a M.N. del 50% del terreno, l’errata decisione di vendita all’asta del bene, e l’inesatta valutazione della quota di proprietà.

L’appellata resistette al gravame proponendo impugnazione incidentale per l’omessa attribuzione in suo favore dei beni comuni.

3. – La Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza depositata il 28 dicembre 2004, condivise le conclusioni cui era pervenuto il c.t.u., confortate da argomentazioni tecniche ritenute ineccepibili, e assunti chiarimenti dalle parti, accertò che il terreno di mq. 44,89 apparteneva alla proprietà dello S. per una quota di 496,17/1000 e per la parte restante all’appellata N. M., mentre il terreno di mq. 15,30, costituito da relitto stradale, apparteneva per il 50% a ciascuno dei proprietari. Quindi, considerato che le parti contestavano la vendita all’asta, e che i beni erano pacificamente indivisibili, ritenne di provvedere all’assegnazione degli stessi al comproprietario della quota di maggioranza, e cioè alla M.. Pertanto, in riforma della decisione di primo grado, attribuì l’intera proprietà alla M., ponendo a carico della stessa il valore della quota dello S., determinata in Euro 4205,61, oltre a rivalutazione dal 7 agosto 2000 ed interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza al saldo.

4. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre S.N. sulla base di due motivi, illustrati anche da successiva memoria.

Resiste con controricorso M.N..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Per ragioni di priorità logica, deve essere esaminato per primo il secondo motivo del ricorso, con il quale si denuncia omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia e, specificamente, sulla individuazione della ritenuta differenza tra le quote millesimali delle parti. La decisione della Corte di merito avrebbe recepito acriticamente le risultanze della c.t.u., e così riconosciuto alla M. la maggiore quota millesimale, sia pure di stretta misura, ed attribuito alla stessa l’intero cespite indivisibile, pur in presenza di documentate contestazioni alla c.t.u. sollevate in tre elaborati peritali di parte. Dette critiche riguardavano specificamente la esistenza di un quarto piano sottotetto nel fabbricato de quo, i cui millesimi risultavano decisivi ai fini dell’attribuzione alla M. della maggior quota condominiale, e che veniva contestata sulla base di prove documentali e fotografiche.

2.1. – La doglianza è infondata.

2.2. – Come già chiarito da questa Corte, il giudice del merito, quando aderisce alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento; non è quindi necessario che egli si soffermi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte che, seppur non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perchè incompatibili con le conclusioni tratte. In tal caso, le critiche di parte, che tendano al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive, che possono configurare il vizio di motivazione previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5.

2.3. – Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che il c.t.u.

nominato in fase di giudizio di appello aveva compiuto il proprio accertamento a seguito dei chiarimenti richiesti dalle parti, aggiungendo che le conclusioni cui egli era pervenuto dopo che le operazioni peritali erano state reiteratamente rinnovate erano fondate su ineccepibili argomentazioni tecniche. In tale situazione, le contestazioni sollevate dai consulenti di parte devono intendersi implicitamente superate, nella valutazione discrezionale del giudice di merito, da tali rilievi, dallo stesso motivatamente condivisi.

3. – Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 720 cod. civ. ed omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia. Avrebbe errato la Corte di merito nell’attribuire, ai sensi dell’art. 720 cod. civ., l’intera proprietà del cespite oggetto di controversia alla attuale controricorrente solo in ragione della quota maggioritaria – si trattava di una minima differenza millesimale – di proprietà di cui disponeva la stessa, senza considerare che, nella specie, apprezzabili ragioni di opportunità avrebbero suggerito di discostarsi da quel criterio individuato dal citato art. 720 come criterio preferenziale e non obbligatorio. Al riguardo, l’attuale ricorrente aveva fatto presente ai giudici del merito di essere proprietario dei fabbricati posti ai due lati dell’area in questione, e che, pertanto, l’attribuzione a lui del cespite avrebbe reso possibile l’uso edificatorio dell’area medesima, altrimenti di dimensioni troppo modeste, e comunque ne avrebbe consentito di ottimizzare l’uso e la concreta destinazione anche nella ipotesi di inedificabilità. La soluzione prospettata si imponeva, secondo il ricorrente, anche alla luce della impercettibilità della differenza millesimale tra le due quote, sostanzialmente equivalenti.

4.1. – La doglianza merita accoglimento nei termini che seguono.

4.2. – Nell’esercizio del potere di attribuzione dell’immobile ritenuto non comodamente divisibile, il giudice non trova alcun limite nelle disposizioni dettate dall’art. 720 cod. civ., da cui gli deriva, al contrario, un potere prettamente discrezionale nella scelta del condividente cui assegnarlo, potere che trova il suo temperamento esclusivamente nell’obbligo di indicare i motivi in base ai quali ha ritenuto di dover dare la preferenza all’uno piuttosto che all’altro degli aspiranti all’assegnazione, e si risolve in un tipico apprezzamento di fatto, sottratto come tale al sindacato di legittimità, potendo essere oggetto di controllo nella presente sede soltanto la logicità intrinseca e la sufficienza del ragionamento operato dal giudice di merito (v., sul punto, tra le altre, Cass., sentt. n. 11641 del 2010, n. 3646 del 2007). Nella specie, la valutazione della Corte di merito non si sottrae a censura sotto il profilo del mancato apprezzamento della situazione fatta presente dall’attuale ricorrente con riguardo specificamente alla circostanza che egli era proprietario dei fabbricati posti ai lati del terreno di cui si tratta, e che, quindi, l’assegnazione allo stesso del bene ne avrebbe consentito il migliore uso: ciò avuto anche riguardo alla irrilevanza della differenza millesimale tra le due quote, che erano in pratica di pari entità.

5. – In definitiva, il secondo motivo del ricorso deve essere rigettato, mentre deve esserne accolto il primo. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata ad altro giudice – che si designa nella Corte d’appello di Campobasso, cui è demandato altresì il regolamento delle spese del presente giudizio, che riesaminerà la controversia attenendosi al principio di diritto ed ai rilievi esposti sub 4.2.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, rigetta il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Campobasso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione civile, il 10 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 dicembre 2011

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