Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30548 del 30/12/2011

Cassazione civile sez. II, 30/12/2011, (ud. 17/05/2011, dep. 30/12/2011), n.30548

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.U. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CARLO MIRABELLO 11, presso lo studio dell’avvocato DE PRIAMO

FABIO, rappresentato e difeso dall’avvocato UNITO SILVIO MARIA;

– ricorrente –

contro

PI.AD. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA PACUVIO 34, presso lo studio dell’avvocato ROMANELLI GUIDO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GELPI ENRICO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2624/2004 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 08/10/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/05/2011 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO;

udito l’Avvocato SILVIO MARIA UNITO difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato STEFANO SANTARELLI con delega dell’Avvocato GUIDO

ROMANELLI difensore della resistente che ha chiesto il rigetto del

ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Libertino Alberto che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Con atto di citazione notificato in data 1 dicembre 1994, P.U. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Como la sorella Ad. per sentir accertare la illegittimità delle opere edilizie dalla stessa realizzate nell’immobile di sua proprietà in (OMISSIS), confinante con quello di proprietà dell’attore, e per sentir ordinare la demolizione di tali opere e condannare la Pi. al risarcimento del danno.

L’adito Tribunale accolse la domanda, condannando la convenuta alla demolizione dei manufatti in questione, nonchè al pagamento in favore dell’attore della somma di cinque/00 Euro al giorno per tutto il periodo di permanenza delle opere ritenute illecite.

La sentenza fu impugnata dalla Pi., che rilevò, tra l’altro, di aver ottenuto, dopo il deposito della relazione del c.t.u., una concessione in sanatoria.

2. – La Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata l’8 ottobre 2004, in parziale riforma della decisione di primo grado, accertata la illiceità del manufatto realizzato dalla Pi. e individuato come corpo “A” nella relazione del c.t.u., costituito da una struttura in muratura e legno utilizzata come sala giochi del bar contiguo, in quanto edificato in violazione delle norme sulle distanze legali tra costruzioni e con indebito inserimento di travetti nel muro di proprietà del P., e per l’indebito scarico di pluviale nel giardino di proprietà dello stesso, peraltro già regolarizzato, condannò Pi.Ad. alla esecuzione a sue spese, entro tre mesi dalla sentenza, di interventi di arretramento dalla struttura corpo “A” fino ad una distanza di metri 1,50 dalla proprietà del P., nonchè di interventi di rimozione dei travetti, rigettando le altre domande dell’appellato relative al manufatto accessorio individuato come corpo “B” – in muratura e con copertura calpestatale, il cui piano terreno era utilizzato come saletta del contiguo bar e la copertura adibita a terrazza a servizio dell’abitazione della Pi., posta al corrispondente primo piano nel corpo principale del suo fabbricato – e la domanda risarcitoria dell’appellato relativa al corpo “A”.

Per quanto ancora rileva nella presente sede, quanto al mancato accoglimento della domanda relativa al corpo “B”, osservò la Corte di merito che questo risultava edificato nel rispetto della distanza legale minima di metri 1,50, come emerso pacificamente dalla relazione del c.t.u., e di quella per l’apertura di veduta diretta sul fondo del vicino prevista dall’art. 905 cod. civ. Nè valeva in contrario il richiamo al divieto di aggravamento della servitù di cui all’art. 1067 cod. civ. operato dall’appellato, che non poteva venire in giuoco nel caso di specie, in cui sia la preesistente apertura sia la nuova conformazione di ulteriore veduta erano state realizzate nel rispetto della distanza legale dal fondo del vicino.

Infine, era da riformare la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva accolto la pretesa risarcitoria del P. relativa al pregiudizio subito medio tempore a seguito della costruzione del corpo “A”, sia per la mancata dimostrazione di un concreto pregiudizio per l’inserimento di travi nel muro di proprietà dello stesso P. e per il deflusso dell’acqua piovana nel suo giardino dal pluviale, sia, quanto alla dedotta limitazione del godimento di tale giardino, perchè lo stesso appellato aveva assunto di avere sostanzialmente cessato di utilizzarlo, a causa della sua esposizione alla vista di chi stazionava sul terrazzo in contestazione, e, dunque in dipendenza non già della costruzione del corpo “A”, ma della lecita realizzazione del corpo “B”.

Successivamente la signora Pi. rimosse interamente il corpo A e i travetti infissi nel muro di proprietà del fratello.

3. – Per la cassazione della sentenza di secondo grado ricorre P.U. sulla base di numerosi motivi, illustrati anche da successiva memoria. Resiste con controricorso Pi.Ad..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Deve preliminarmente essere esaminata la eccezione, sollevata dalla controricorrente, di improcedibilità e/o inammissibilità del ricorso per decadenza ex art. 327 cod. proc. civ., per essere stato il ricorso notificato il 24 novembre 2005, oltre l’anno – ivi computato anche il periodo di sospensione feriale – dalla pubblicazione della sentenza impugnata, avvenuta l’8 ottobre 2004.

2.1. – L’eccezione è destituita di fondamento.

2.2. – Con la sentenza n. 28 del 2004, la Corte costituzionale ha affermato che, per effetto di precedenti pronunce della stessa Corte (in particolare, della sent. n. 477 del 2002), risulta ormai presente fra le norme generali sulle notificazioni degli atti il principio secondo il quale il momento in cui la notifica si deve considerare perfezionata per il notificante deve distinguersi da quello in cui essa si perfeziona per il destinatario, fermo restando che termini o adempimenti di legge a favore o a carico di quest’ultimo decorrenti dalla notificazione vanno comunque calcolati al momento in cui la notifica si perfeziona nei suoi confronti. Il principio di scissione fra i due momenti di perfezionamento della notificazione si rinviene nell’art. 149 cod. proc. civ., per effetto della citata sentenza n. 477 del 2002 (e nell’art. 142, anche in combinato disposto con l’art. 143, comma 3 per effetto della sentenza n. 69 del 1994) ed è ormai decisivo per l’interpretazione sistematica delle altre norme del c.p.c. sulle notificazioni. Sulla base di tali argomentazioni, il giudice delle leggi ha dichiarato non fondata la questione di costituzionalità, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., del combinato disposto degli artt. 139 e 148 c.p.c., nella parte in cui prevede che le notificazioni si perfezionino, per il notificante, alla data di perfezionamento delle formalità di notifica poste in essere dall’ufficiale giudiziario e da questo attestate nella relazione di notificazione, anzichè alla data, antecedente, di consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario dovendosi le norme censurate interpretare nel senso che la notificazione si perfeziona nei confronti del notificante al momento della consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario. (v. anche, nel medesimo senso, le successive ordinanze della Corte costituzionale n. 94 e n. 132 del 2004).

2.3. – Nella specie, il ricorso reca il timbro dell’ufficiale giudiziario attestante la ricezione in data 23 novembre 2005 dell’atto da notificare. Il ricorrente ha poi prodotto la certificazione dello stesso ufficiale giudiziario in ordine alla ricezione dell’atto stesso in quella data.

3.1. – Il ricorso si fonda su tredici censure, che possono, peraltro, ricondursi – ed in tal guisa vengono, infatti, illustrati – a due articolati motivi.

3.2. – Il primo di essi attiene alla ritenuta illegittimità della compressione del diritto di proprietà del ricorrente e della veduta, asseritamente realizzata con il terrazzamento posto al servizio dell’abitazione al primo piano del fabbricato de quo, come copertura del corpo accessorio, identificato in giudizio come corpo B. Al riguardo si lamenta: 1) violazione e falsa applicazione delle norme relative al diritto del proprietario di godere della cosa in modo pieno ed esclusivo e degli obblighi dei proprietari di rispettare le norme dell’ordinamento giurìdico, dei piani regolatori, le norme di edilizia e di ornato pubblico e le distanze tra le costruzioni (artt. 832, 869, 871, 872 e 873 cod. civ. – Norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore Urbanistico generale del Comune di (OMISSIS), ed, in particolare, artt. 9 e 10 del Regolamento Edilizio del predetto Comune, nonchè D.M. 2 aprile 1968 in materia di limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi); 2) violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di disponibilità e valutazione delle prove (artt. 115 e 116 cod. proc. civ.); 3) violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi inerenti ai poteri del giudice (artt. 112 e 113 cod. proc. civ.); 4) violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi inerenti al contenuto della sentenza ed alla corrispondenza tra chiesto e pronunciato (artt. 132 e 277 cod. proc. civ.); 5) violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di cosa giudicata (art. 329 cod. proc. civ.); 6) violazione e falsa applicazione delle norme relative al risarcimento del danno in via equitativa (artt. 1226, 2043, 2056 cod. civ.); 7) nullità della sentenza; 8) omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia).

Sostiene il ricorrente che la terrazza posta al primo piano era stata realizzata, come riconosciuto dal primo giudice, in violazione delle norme del PRUG di (OMISSIS), che vieta ampliamenti, tranne che per bar e ristoranti nella misura del trenta per cento, nei vecchi nuclei classificati A1, quale quella in cui si trovano gli immobili in questione. Ebbene, la Corte di merito non avrebbe motivato adeguatamente in ordine alle ragioni per le quali ha ritenuto di disattendere la statuizione del primo giudice, resa sulla base delle risultanze di causa e degli accertamenti del c.t.u., ed avrebbe omesso di valutare la illegittimità della terrazza in base alle norme edilizie vigenti, limitandosi ad affermare la legittimità del manufatto in base alle norme che regolano le distanze tra le costruzioni, in contrasto, peraltro, con le affermazioni della difesa dell’attuale ricorrente, che aveva ribadito nel giudizio di appello che il corpo B violava anche le norme del codice civile e del PRUG in tema di distanze tra costruzioni. Al riguardo, la Corte avrebbe altresì errato nell’interpretare la sentenza di primo grado nel senso che essa avesse già statuito sul rispetto delle norme sulle distanze minime tra costruzioni quanto al corpo A, ritenendo, quindi, intervenuto il giudicato sul punto, immotivatamente estendendolo anche al corpo B, laddove la predetta sentenza non si era pronunciata in merito. Al contrario, secondo il ricorrente, la terrazza del corpo B violerebbe anche le norme specifiche in tema di distanze tra costruzioni quali l’art. 873 cod. civ., l’art. 15 del PRUG e il D.M. 2 aprile 1968, art. 9. Si rileva in proposito nel ricorso che il citato art. 873 cod. civ. stabilisce che le costruzioni sui fondi finitimi devono essere tenute a distanza non inferiore a tre metri ovvero a quella maggiore stabilita dai regolamenti locali che, nel caso di specie, sono quelle intercorrenti tra i volumi edificati preesistenti, e cioè quelle che esistevano prima che venisse edificato il corpo B. 4.1. – La doglianza è infondata.

4.2. – Correttamente la Corte di merito ha modificato la decisione di primo grado sul punto della illegittimità urbanistico-edilizia del manufatto B, che era stato oggetto di due distinti provvedimenti concessori in sanatoria, prodotti in giudizio. La c.t.u. cui si richiama il ricorrente per sostenere la sussistenza delle violazioni è di data anteriore a tali provvedimenti, dai quali, pertanto, le risultanze peritali restano superate.

4.3. – Quanto alla lamentata violazione delle norme sulle distanze tra costruzioni, deve convenirsi con la Corte di merito sulla esistenza di un giudicato.

Al riguardo, posto che dalla stessa c.t.u. era risultato che il terrazzamento contestato rispettava la distanza di mt. 1,50 dal fondo del P., costui, come osservato nel controricorso, aveva prestato acquiescenza a tale conclusione, comunque non deducendo che nel caso specifico sussistesse l’obbligo di mantenere una distanza superiore.

5. – Il secondo motivo, che concerne la asserita erroneità del convincimento della Corte di merito della mancata dimostrazione da parte del P. di un pregiudizio risarcibile, si articola nelle seguenti censure: 1) violazione e falsa applicazione delle norme relative al risarcimento del danno in via equitativa (artt. 1226, 2043, 2056 cod. civ.); 2) violazione e falsa applicazione delle norme relative al diritto del proprietario di godere delle cose in modo pieno ed esclusivo e degli obblighi dei proprietari di rispettare le norme dell’ordinamento giuridico, dei piani regolatori, le norme di edilizia e di ornato pubblico e le distanze tra le costruzioni (artt. 832, 869, 871, 872 e 873 cod. civ. – Norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore Urbanistico generale del Comune di (OMISSIS), ed, in particolare, artt. 9 e 10 del Regolamento Edilizio del predetto Comune, nonchè D.M. 2 aprile 1968);

3) violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in tema di disponibilità e valutazione delle prove (artt. 115 e 116 cod. proc. civ.);

4) violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi inerenti ai poteri del giudice (artt. 112 e 113 cod. proc. civ.); 5) omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Avrebbe errato la Corte di merito nel rigettare la domanda risarcitoria del P. relativa al pregiudizio subito medio tempore a seguito della costruzione del corpo “A”, fondando la propria statuizione sia sulla mancata dimostrazione di un concreto pregiudizio per l’inserimento di travi nel muro di proprietà dello stesso P. e per il deflusso dell’acqua piovana nel suo giardino dal pluviale, sia, quanto alla dedotta limitazione del godimento di tale giardino, sulla considerazione che lo stesso appellato aveva assunto di avere sostanzialmente cessato di utilizzarlo, a causa della sua esposizione alla vista di chi stazionava sul terrazzo in contestazione, e, dunque in dipendenza non già della costruzione del corpo “A”, ma della lecita realizzazione del corpo “B”. La Corte di merito avrebbe, tra l’altro, omesso di spiegare le ragioni per cui ha disatteso il principio fondamentale in base al quale ogni volta che l’intervento del vicino limita l’uso ed il godimento altrui si verifica una turbativa della proprietà sulla cosa, sicchè il danno derivante dalla costruzione del corpo A sarebbe in re ipsa, salva la concreta determinazione dello stesso in sede di liquidazione; così come avrebbe omesso di rilevare che il P. aveva sempre lamentato il danno medio tempore subito anche con riferimento al corpo A. 6.1. – Il motivo è fondato nei termini che seguono.

6.2. – Il danno subito dal proprietario per effetto della limitazione dell’uso e del godimento della sua proprietà provocati dall’illecito intervento del vicino è in re ipsa, traendo origine dalla turbativa della proprietà stessa collegata a detto intervento.

Nella specie, il P. ha effettivamente subito una limitazione del diritto di proprietà per effetto della illecita edificazione del corpo A. Nè, del resto, la Corte territoriale si è soffermata su alcuni dettagli forniti dalla c.t.u. che avrebbero potuto offrire una qualche dimostrazione di danni specifici, e nemmeno sulla richiesta dell’appellato di offrire la prova di una serie di circostanze che avrebbero arricchito il quadro del pregiudizio derivato al P. dalla costruzione del corpo A. Tale pregiudizio ha continuato a produrre effetti sino al momento in cui l’opera è stata rimossa: sicchè è fino a tale momento che vanno considerati, ai fini del richiesto risarcimento, i danni prodotti a carico dell’attuale ricorrente.

La Corte di merito avrebbe potuto, a prescindere dalla dimostrazione del concreto pregiudizio subito dall’appellato, disporre una condanna generica al risarcimento, da quantificare successivamente.

Conclusivamente, mentre deve essere rigettato il primo motivo del ricorso, ne va accolto il secondo. La sentenza deve essere, conseguentemente, cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata ad un diverso giudice, che viene designato in altra sezione della Corte d’appello di Milano – cui è demandato altresì il regolamento delle spese del presente giudizio – che riesaminerà la domanda del P. di risarcimento dei danni provocati dalla costruzione del corpo A, alla luce del principio di diritto enunciato sub 6.2.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo, accoglie il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Milano.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione civile, il 17 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 dicembre 2011

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