Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30536 del 30/12/2011

Cassazione civile sez. VI, 30/12/2011, (ud. 07/12/2011, dep. 30/12/2011), n.30536

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – rel. Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

L.T.A.M. ((OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato LOJODICE OSCAR, giusta mandato

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. cron. 3111 della CORTE D’APPELLO di LECCE del

28/09/2010, depositato il 30/09/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/12/2011 dal Presidente Relator Dott. GIUSEPPE SALME’;

è presente il P.G. in persona del Dott. UMBERTO APICE che ha

concluso per il rigetto del primo motivo e per l’accoglimento del

secondo motivo del ricorso.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che con il decreto impugnato la Corte di merito ha provveduto sulla domanda di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001 proposta da L.T.A.M.;

che il giudizio presupposto di cui è dedotta l’irragionevole durata è stato instaurato dinanzi al Tribunale di Trani il 4.2.2002 ed era pendente in appello al momento della proposizione della domanda di equa riparazione (20.8.2009); che la Corte di appello, ritenuta la ragionevole durata del primo grado, fissata la ragionevole durata del giudizio presupposto in anni due per il grado di appello, ha liquidato per il ritardo di circa tre anni la somma di Euro 2.4 00,00, con integrale compensazione delle spese processuali, in considerazione del ridimensionamento della domanda e del comportamento processuale del Ministero resistente che, sostanzialmente, non si era opposto all’accoglimento delle pretese avanzate sulla base dei criteri elaborati dalla giurisprudenza;

che contro il detto decreto parte attrice ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi; che l’Amministrazione intimata resiste con controricorso.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

che la presente sentenza è redatta con motivazione semplificata così come disposto dal Collegio in esito alla deliberazione in camera di consiglio;

che parte ricorrente formula due motivi, lamentando: 1) l’erronea determinazione della durata ragionevole del giudizio presupposto; 2) l’erronea compensazione delle spese processuali;

che il primo motivo di ricorso è infondato perchè, accertata la ragionevole durata del primo grado del giudizio, la Corte di merito (correttamente computando il termine dall’inizio del giudizio di appello) ha esattamente ritenuto violato il termine ragionevole (due anni per il grado di appello) per la durata di tre anni, sino alla proposizione della domanda; che, valutando complessivamente la durata del giudizio presupposto, pari a 7 anni e 6 mesi (fino alla domanda Pinto), detraendo il tempo ragionevole per due gradi di giudizio (cinque anni), la violazione del termine ragionevole è pari a due anni e sei mesi;

che alla luce del testo applicabile ratione temporis dell’art. 92 c.p.c. in materia di spese processuali la compensazione è subordinata alla soccombenza reciproca ovvero presenza di gravi ed eccezionali ragioni che il giudice è tenuto ad indicare esplicitamente nella motivazione della sentenza (cfr. Sez. 6-3, Ordinanza n. 15413 del 13/07/2011), il secondo motivo di ricorso appare parzialmente fondato;

che questa Corte ha già avuto modo di evidenziare che i giudizi di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, proposti ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, non si sottraggono all’applicazione delle regole poste, in tema di spese processuali, dall’art. 91 c.p.c., e segg., trattandosi di giudizi destinati a svolgersi dinanzi al giudice italiano, secondo le disposizioni processuali dettate dal codice di rito. Ne consegue che la mancata costituzione in giudizio dell’Amministrazione convenuta, non implicando acquiescenza alla pretesa dell’attore, non è sufficiente di per sè a giustificare la compensazione delle spese processuali, la quale postula che il giudice motivi adeguatamente la propria decisione in tal senso, dal momento che è pur sempre da una colpa organizzativa dell’Amministrazione della giustizia che dipende la necessità per il privato di ricorrere al giudice (Sez. 1, Sentenza n. 1101 del 22/01/2010);

che, tuttavia la nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale tra le parti delle spese processuali (art. 92 c.p.c., comma 2), sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate e che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti ovvero anche l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorchè essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri ovvero quando la parzialità dell’accoglimento sia meramente quantitativa e riguardi una domanda articolata in un unico capo (Sez. 3, Ordinanza n. 22381 del 21/10/2009; Sez. 1, Sentenza n. 1906 del 26/05/1976);

che peraltro, se la mancata opposizione da parte dell’Amministrazione che ha dato causa all’azione non può giustificare detta regolazione non è neppure sufficiente a supportare la pronuncia la mera riduzione della domanda, permanendo comunque una sostanziale soccombenza della controparte che deve essere adeguatamente riconosciuta anche sotto il profilo della suddivisione del carico delle spese (v., per tutte, Sez. 1, Ordinanza n. 5598 del 2010); che il ricorso, pertanto, deve essere accolto limitatamente all’integrale compensazione delle spese e l’impugnato decreto deve essere cassato;

che non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto e ritenuto che il rilevante scarto tra l’importo richiesto (Euro 4.500,00) e quello riconosciuto (Euro 2.400,00) giustifichi la compensazione in ragione dei due terzi delle spese del giudizio, l’Amministrazione resistente deve essere condannata al pagamento di un terzo delle spese del giudizio di merito, che l’accoglimento solo parziale del ricorso giustifica la compensazione per un mezzo delle spese di questa fase e le spese vanno distratte in favore del difensore antistatario.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa in parte qua il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna l’Amministrazione resistente alla rifusione di un terzo delle spese del giudizio di merito, che per l’intero liquida in Euro 50,00 per esborsi, Euro 311,00 per diritti e Euro 445,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge, dichiarando compensato il residuo, nonchè della metà delle spese del giudizio di legittimità, che per l’intero liquida in complessivi Euro 600,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge, dichiarando compensato il residuo.

Spese distratte in favore del difensore antistatario.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione civile – prima, il 7 dicembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 dicembre 2011

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