Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30522 del 19/12/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. 2 Num. 30522 Anno 2017
Presidente: BIANCHINI BRUNO
Relatore: PICARONI ELISA

SENTENZA

sul ricorso 14064-2013 proposto da:
HYRIA DI MINIERI SALVATORE & C SAS 03018641211,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA EMILIO DE’
CAVALIERI 11, presso lo studio dell’avvocato ALDO
FONTANELLI, rappresentato e difeso dagli avvocati
VINCENZO SIMONELLI, VINCENZO SIMONELLI;
– ricorrenti –

2017
2351

contro

NEO VINCENZO (DECEDUTO) e per esso gli eredi MEC
GIANLUCA, DE SANTIS MARIA ANTONIETTA, ME0 FIORELLA
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ALFREDO FUSCO
104, presso lo studio dell’avvocato PEZONE ADELE,

Data pubblicazione: 19/12/2017

avvocati

rappresentati e difesi dagli

FRANCESCO

FRANZESE, TEODORO RUSSO;
TECNO SUD SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
COLA DI RIENZO 212, presso lo studio dell’avvocato
DANILA PAPARUSSO, rappresentato e difeso dall’avvocato
MICHELE FRANCO;

avverso la sentenza n. 117/2013 della CORTE D’APPELLO
di NAPOLI, depositata il 17/01/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 03/10/2017 dal Consigliere Dott. ELISA
PICARONI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. LUCIO CAPASSO che ha concluso per il
rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato FONTANELLI Aldo con delega depositata
in udienza dell’Avvocato Vincenzo SIMONELLI difensore
del ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del
ricorso;
udito l’Avvocato FRANZESE Francesco, difensore dei
resistenti che si è riportato alle difese in atti ed
insiste per la vittoria delle spese;
udito l’Avvocato PAPARUSSO Danila con delega depositata
in udienza dell’Avvocato FRANCO Michele, difensore
della TECNO SUD che si è riportata agli atti
depositati.

– controricorrenti –

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Napoli, con sentenza depositata il
17 gennaio 2013 e notificata il 27 marzo 2013, ha accolto
l’appello proposto da Tecno Sud s.r.l. avverso l’ordinanza del
Tribunale di Nola in data 21-27 aprile 2004, ed ha condannato

pagamento dell’importo di euro 977.267,57 maggiorato di IVA
ed interessi legali, ovvero di interessi al tasso di rendimento
medio annuo netto dei titoli di Stato a dodici mesi, se più
elevati, a decorrere dal 15 gennaio 2001 sulla somma di euro
586.360,55, e, a decorrere da novembre 2001, sulla somma di
euro 390.907,02 a titolo di corrispettivo dei lavori di
ristrutturazione di edificio adibito a ricezione alberghiera; ha
rigettato le domande proposte da Hyria nei confronti del terzo
chiamato architetto Vincenzo Meo, direttore dei lavori, ed ha
condannato Hyria al pagamento delle spese di lite.
1.1. Il Tribunale di Noia, con ordinanza di valore
decisorio, aveva dichiarato improponibile la domanda di Tecno
Sud per essere la controversia devoluta in arbitri in forza della
clausola compromissoria contenuta nel contratto di appalto.
2.

La

Corte

d’appello,

rilevata

preliminarmente

l’inoperatività della clausola compromissoria, ha deciso nel
merito nei termini dianzi indicati, sulla base della ricostruzione
effettuata tramite CTU e sull’assunto che, dati gli ampi poteri
conferiti dalla committente Hyria al direttore di lavori arch.
Meo, la contabilità finale da questi predisposta faceva prova
contro la committente, anche con riferimento ai lavori
extracontratto.
2.1. Non sono stati riconosciuti gli importi richiesti da
Tecno Sud sulla base delle due riserve apposte nel registro di
contabilità. Quanto agli interventi addizionali non contabilizzati
i

Hyria di Minieri Salvatore & C. s.a.s. (già Hyria s.r.I.) al

dal direttore dei lavori nel SAL finale, relativi al piano
seminterrato e agli spogliatoi della piscina, la Corte d’appello
ha richiamato gli ordini di servizio della direzione lavori, ed ha
quantificato il credito dell’appaltatrice sulla scorta delle
conclusioni del CTP della committente Hyria.

da Hyria, la Corte territoriale ha escluso il danno da ritardo
nella consegna dell’opera, in considerazione del tempo occorso
per l’esecuzione dei lavori di maggiore consistenza rispetto a
quelli previsto in contratto; ha riconosciuto i vizi e difetti già
rilevati dalla direzione lavori, relativi alla pavimentazione della
zona piscina, con conseguente detrazione dell’importo di lire
66.861,400 oltre IVA, nonché ulteriori vizi e difetti accertati dal
CTU, relativi ad altra pavimentazione, con conseguente
detrazione dell’importo di lire 16.961.474 oltre IVA.
Detratti gli acconti ricevuti da Tecno Sud e gli importi
sopra indicati, sulla somma risultata dovuta la stessa Corte
d’appello ha riconosciuto a Tecno Sud il maggior danno da
ritardo.
2.3. Sono state rigettate le domande proposte da Hyria
nei confronti del direttore dei lavori e progettista arch. Meo, sul
rilievo che i vizi e difetti dell’opera erano imputabili
esclusivamente ad errori esecutivi dell’appaltatrice, né era
emerso che la mancata predisposizione del progetto esecutivo
da parte dell’arch. Meo e l’assenza di computo metrico
preliminare avevano prodotto conseguenze dannose per la
committente.
3. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso
Hyria sas di Minieri Salvatore & C., sulla base di sei motivi.
Hanno resistito, con separati atti di controricorso Tecno Sud srl
e Vincenzo Meo. Hanno depositato atti di intervento gli eredi
2

2.2. Con riferimento alle eccezioni e domande proposte

dei Vincenzo Meo, facendo proprie le difese svolte nel
controricorso. La società ricorrente Hyria e la società resistente
Tecno Sud hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378
cod. proc. civ.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1.2. Con il primo motivo è denunciata violazione degli
artt. 2697 cod. civ. e 116 cod. proc. civ., e si contesta che la
Corte d’appello ha ritenuto provato il credito dell’appaltatrice
Tecno Sud srl sulla base della contabilità finale predisposta dal
direttore dei lavori, senza esaminare la corrispondenza tra
committente e appaltatrice.
2. Con il secondo motivo è denunciata violazione degli
artt. 2697 cod. civ. e 116 cod. proc. civ. nonché degli artt.
1387, 1388, 1392, 1703, 1704, 1708 e 1711 cod. civ., e si
contesta la valutazione della posizione del direttore dei lavori,
conseguenza della erronea interpretazione sia contratto di
prestazione d’opera professionale sia del contratto di appalto, il
quale ultimo prevedeva specifici limiti alla facultas variandi del
direttore dei lavori (art. 8), con riferimento alle opere il cui
costo non era previsto dalla tariffa delle Opere Pubbliche (art.
4, punti da 1 a 11).
3. Con il terzo motivo è denunciata violazione delle
regola di ermeneutica contrattuale, previste degli artt. 1362 e
1363 cod. civ., con riferimento all’interpretazione del contenuto
dei due contratti, di prestazione d’opera professionale e di
appalto, anche sotto il profilo del rilevato collegamento
negoziale tra gli stessi.
3.1. Le doglianze, che possono essere esaminate
congiuntamente in quanto connesse, sono infondate.

3

1. Il ricorso è infondato.

3.2. La ricorrente contesta la decisione della Corte
d’appello con riferimento, innanzitutto e decisivamente, alla
ricostruzione del rapporto tra essa committente e l’architetto
Meo – nel duplice ruolo di progettista e direttore dei lavori dalla quale ricostruzione discendono, in termini di

in ordine alla prova del credito della società appaltatrice comprensivo anche del costo dei lavori extracontratto – e alla
proroga del termine di consegna, connessa al completamento
di tutti i lavori, compresi quelli aggiuntivi.
La questione, dalla cui soluzione dipende anche l’esito
delle altre, è dunque di carattere interpretativo, ed è infondata.
3.3. La Corte d’appello ha osservato – sulla base
dell’esame sia dell’incarico professionale del 1996 sia del
contratto di appalto del 1999 – che la committente aveva
conferito al direttore dei lavori ampi poteri, di natura negoziale,
tali da conferire al predetto la qualifica di rappresentante (non
solo per la parte tecnica), con la conseguenza la
contabilizzazione dei lavori eseguiti dall’appaltatrice, comprese
le voci espressive dello ius variandi attribuito al direttore dei
lavori, fosse opponibile alla committente, in mancanza della
prova, il cui onere incombeva sulla stessa committente, della
esorbitanza, da parte del professionista, dai poteri del mandato
ricevuto, ovvero della falsa attestazione di lavori in realtà non
eseguiti, o, ancora, dell’inserimento di prezzi che il
professionista non aveva il potere di concordare. Su tale
premessa, la Corte d’appello ha poi evidenziato che la
committente e l’appaltatrice avevano riconosciuto ed approvato
l’operato del professionista, consistito, come da previsione
contrattuale, nel «completare, modificare e variare l’oggetto
dell’appalto».
4

conseguenzialità, le ulteriori affermazioni della Corte d’appello

3.4. L’operazione interpretativa risulta immune da
censure.
Richiamata la giurisprudenza costante di questa Corte
regolatrice, secondo cui l’interpretazione del contratto,
traducendosi in una operazione di accertamento della volontà

giudice di merito, censurabile in cassazione per violazione delle
regole ermeneutiche ovvero per vizio di motivazione
plurimis,

(ex

Cass. 14/07/2016, n. 14355), non sussiste la

denunciata violazione dei canoni di ermeneutica.
La Corte territoriale ha adoperato proprio i canoni
(letterale, logico e sistematico) asseritamente violati, sicché la
censura si risolve nella richiesta di un inammissibile nuovo
apprezzamento delle risultanze istruttorie già compiutamente
esaminate nel giudizio di merito (incarico professionale del
1996 e contratto d’appalto del 1999), mentre neppure risulta
dedotto il vizio di motivazione nei limiti dell’omesso esame di
un fatto storico, decisivo e oggetto di discussione tra le parti,
ai sensi del testo novellato dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ.
4. Con il quarto motivo è denunciata violazione e falsa
applicazione degli artt. 1660, 1661, 1667, 1668, 1382, 1218 e
2697 cod. civ., nonché vizio di motivazione.
La ricorrente assume che non sarebbe stata fornita la
prova dell’esecuzione dell’opera conformemente alle previsioni
contrattuali e alle regole dell’arte, neppure all’esito della pur
lacunosa indagine del CTU, e ciò a fronte di una somma a
consuntivo (circa 3 miliardi e 600 milioni di lire) che era pari al
doppio di quella indicata nel contratto. In particolare, non
poteva ritenersi provato il credito dell’appaltatrice per i lavori
extracontratto risultanti dalla contabilità finale, in mancanza di
prova della relativa richiesta da parte della committente.
5

dei contraenti, si risolve in una indagine di fatto riservata al

È contestato, in riferimento all’art. 360, n. 5, cod. proc.
civ., l’omesso esame della documentazione prodotta dalla
committente a dimostrazione delle difformità e deficienze
qualitative nella esecuzione dei lavori, che la Corte d’appello
aveva ritenuto generica. Si lamenta, inoltre, il mancato

extracontratto, il cui completamento avevano comportato lo
slittamento del termine di consegna, non erano stati ordinati
dalla committente.
4.1. La doglianza è infondata.
Richiamate le osservazioni svolte nell’esame dei motivi
che precedono, con riferimento alla veste di rappresentante
negoziale in cui ha agito il direttore dei lavori nella
contabilizzazione delle opere, si osserva che l’esecuzione dei
lavori da parte della società appaltatrice conformemente alle
prescrizioni progettuali e tecniche risulta riscontrata dalla CTU
espletata nel giudizio d’appello.
5. Con il quinto motivo è denunciata violazione e falsa
applicazione degli artt. 1176, 1218, 1704, 1710, 1711, 2232,
2236 cod. civ., 89, comma 1, d.lgs. n. 81 del 2008 e si
contesta l’esclusione della responsabilità del direttore dei lavori
sia per i maggiori oneri collegati alle scelte assunte dallo
stesso, peraltro in violazione dei limiti imposti al suo potere di
variazione delle opere, sia per la mancata redazione del
progetto esecutivo e del computo metrico, sia, infine, per i vizi
e difetti dell’opera.
5.1. La doglianza è infondata.
5.2. Si è già evidenziato che, secondo l’accertamento
svolto dalla Corte d’appello, il ruolo dell’arch. Meo andava ben
oltre la direzione dei lavori, e ciò, oltre a comportare la valenza
vincolante della contabilità finale redatta dal medesimo in
6

riconoscimento della penale da ritardo posto che i lavori

qualità di direttore dei lavori, escludeva anche l’accoglimento
della domanda di garanzia spiegata dalla committente nei suoi
confronti.
Il rapporto esistente tra la committente e l’architetto
Meo, e l’assenza di prova circa l’esorbitanza dal mandato,

derivanti dall’esecuzione dell’appalto.
5.3. La ricostruzione operata dalla Corte d’appello, come
già detto, non è frutto di errore.
L’autonomia negoziale non incontra limitazioni nella
configurazione di un ruolo del direttore dei lavori ampio al
punto da coincidere con quello di un mandatario, e pertanto la
ricorrente non ha motivo di dolersi del rigetto della domanda di
garanzia. I difetti accertati dalla Corte territoriale, per il tramite
della CTU, hanno riguardato la cattiva esecuzione dei lavori di
pavimentazione di alcune aree, e non è emerso che tali difetti
siano scaturiti da errori di progettazione. Si è trattato, dunque,
di errore dell’appaltatrice e non del progettista, il quale, nella
diversa veste di direttore dei lavori, l’aveva anche rilevato per
conto e nell’interesse della committente. L’importo necessario
per ovviare ai difetti era stato conteggiato, per alcune aree, dal
direttore dei lavori e già portato in detrazione nel saldo dovuto
alla società appaltatrice, e, per le restanti aree, è stato
quantificato dal CTU, e quindi portato in detrazione nel
conteggio finale.
5.4. La Corte d’appello ha poi affermato, sempre sulla
scorta della CTU, che la mancata predisposizione del progetto
esecutivo da parte dell’architetto Meo – eventualmente
rilevante nel diverso giudizio avente ad oggetto il pagamento
del compenso – non aveva prodotto conseguenze dannose
apprezzabili ai fini della garanzia azionata dalla committente.
7

impediva il ribaltamento sul professionista dei maggiori oneri

Più nel dettaglio, la duplice veste assunta dal professionista,
progettista e anche direttore dei lavori, giustificava (nel senso
che suppliva alla) minore puntualizzazione della progettazione,
garantendo la cantierabilità dell’opera. Quanto all’assenza di
computo metrico preliminare, si trattava di circostanza nota

preventivo e sulla base soltanto del richiamo (art. 8 contratto)
alla tariffa delle OOPP per la Regione Campania ed al
meccanismo di determinazione consensuale dei prezzi per le
categorie di lavori non previsti dalla tariffa.
6. Con il sesto motivo è denunciata violazione dell’art. 1224
cod. civ. e si contesta sia l’applicazione dell’art. 9 del contratto
al saldo finale, trattandosi di pattuizione riferita allo stato di
avanzamento lavori (quando avesse raggiunto l’importo di lire
350 milioni), sia la decorrenza del maggior danno.
6.1. La doglianza è infondata.
Risulta dalla sentenza (pag. 20-21) che la Corte d’appello
ha operato la distinzione tra SAL intermedio e stato finale
quanto ai rispettivi tempi di pagamento, in applicazione della
previsione contenuta all’art. 9 del contratto di appalto.
Il maggior danno ex art. 1224, secondo comma, cod. civ.,
calcolato secondo i principi enucleati da Sezioni Unite n. 19499
del 2008, decorre dalla data dell’insorgenza della mora, e non
dalla sentenza come sostenuto dalla ricorrente.
7. Al rigetto del ricorso segue la condanna della società
ricorrente alle spese, liquidate in dispositivo. Sussistono i
presupposti per il raddoppio del contributo unificato.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la società ricorrente
al pagamento delle spese del presente giudizio in favore di
Tecno Sud s.r.I., che liquida in complessivi euro 8.200,00, di
8

alla committente, che sottoscrisse il contratto in assenza di

cui euro 200,00 per esborsi, e in favore degli eredi Meo, che
liquida in complessivi euro 5.200,00, di cui euro 200,00 per
esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115
del 2002, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il

titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso,
a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della
Seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, in
data 3 ottobre 2017.

versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA