Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3051 del 10/02/2020

Cassazione civile sez. II, 10/02/2020, (ud. 27/09/2019, dep. 10/02/2020), n.3051

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24961-2015 proposto da:

T.A.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

MANTEGAZZA 24, presso lo studio di MARCO GARDIN, rappresentata e

difesa dall’avvocato ANTONIO TOMMASO DE MAURO;

– ricorrente –

contro

M.A.M., T.G., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA FABIO MASSIMO 107, presso lo studio dell’avvocato

GIANFRANCO TORINO, rappresentati e difesi dall’avvocato GIAMPAOLO

SALVATORE;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 197/2015 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 18/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/09/2019 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Lecce – Sezione Distaccata di Nardò, con sentenza n. 92/2012, accoglieva la domanda principale dei promittenti venditori coniugi T.G. – M.A.M. e trasferiva ex art. 2932 alla promittente acquirente T.A.I. la proprietà dell’immobile di cui in atti, con condanna di questa al pagamento del residuo prezzo di Euro 80mila, oltre risarcimento danno per Euro 206,00. Veniva, nel contempo, disattesa la domanda riconvenzionale di declaratoria di nullità del contratto preliminare di compravendita in data 8/4/2010 avolta dalla convenuta, condannata – altresì – alla refusione delle spese di lite.

Impugnata la suddetta sentenza, sulla base di un unico articolato motivo, da parte della originaria convenuta, l’adita Corte di Appello di Lecce, con sentenza n. 197/2015, rigettava, nel contraddittorio delle parti, l’appello con condanna dell’appellante alla refusione delle spese del grado.

Per la cassazione della suddetta sentenza ricorre la T.A.I. con atto fondato su quattro motivi e resistito con controricorso delle parti intimate.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Il primo motivo del ricorso così rubricato: “nullità e/o illegittimità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione di legge in relazione agli artt. 1343,1344,1418 e 1419 c.c.”.

Parte ricorrente lamenta, nella sostanza, gli “evidenti profili di nullità” del contratto preliminare azionato ai sensi dell’art. 2932 c.c., profili tutti attinti da una ricostruzione delle circostanze di fatto caratterizzanti la fattispecie e che avrebbero dovuto condurre, secondo la stessa ricorrente, ad un diverso esito dell’analisi della validità dell’accordo negoziale inter partes e sottoscrizione preliminare.

Parte ricorrente adduce, in particolare, a sostegno della propria esposizione, l’arresto giurisprudenziale di cui alla citata pronuncia (Cass. civ., S.U. 26542/2014) di questa Corte.

In particolare parte ricorrente pone l’accento sul valore esorbitante del bene promesso in vendita (Euro 180 mila) rispetto al precedente prezzo di acquisto del medesimo bene acquisto con la somma di Euro 5lmila per aggiudicazione in asta giudiziaria.

Tanto, secondo la prospettazione della ricorrente ed alla stregua della invocata giurisprudenza, avrebbe dovuto comportare innanzitutto “l’analisi della validità dell’accordo negoziale intercorso fra le parti” e, comunque, quantomeno la declaratoria di “nullità parziale con riferimento alla quantificazione del prezzo”.

La censura, nel suo complesso, non è fondata.

I giudici del merito non hanno, in sostanza eluso la considerazione della validità del contratto, provvedendo alla verifica sia della validità del consenso prestato al negozio inter partes che della sussistenza o meno della addotta sproporzione.

In particolare la gravata decisione ha evidenziato l’insussistenza di elementi attestanti la prospettata circostanza che “il consenso all’accordo era stato dagli attori estorto alla convenuta” odierna ricorrente ” con errore, violenza o dolo”.

La Corte del merito, con proprio apprezzamento in fatto, ha acclarato che l’invocata circostanza non risultava debitamente ” nè allegata, nè provata”.

Nè può, questa Corte, provvedere oggi in sede di legittimità ad una ricostruzione fattuale dell’esposto profilo.

Quanto all’invocato aspetto della anzidetta sproporzione il Giudice del merito ha provveduto alla analisi della ricorrenza o meno, anche con l’ausilio di CTU, di elementi attestanti la stessa, concludendo poi per l’insussistenza, nella concreta ipotesi, di una ingiustificata sproporzione e, quindi, per converso di una illiceità della causa del contratto pure invocata dalla odierna ricorrente.

Tutto ciò in quanto ricorreva comunque una datata “valutazione prudenziale”, al minimo, dell’immobile stagito per Euro 68mila e per il fatto che i coniugi controricorrenti ebbero a regolarizzare, a proprie spese (dopo il decreto di trasferimento del bene aggiudicato) e mediante versamento dei relativi oneri urbanistici, il condono dell’immobile de quo.

Quest’ultimo, pertanto, non poteva che pervenire ad un valore superiore a quello risultante dall’aggiudicazione, venendo così meno l’addotta sproporzione.

Tanto anche alla stregua delle risultanze di cui alla perizia giurata versata in atti e secondo cui il valore effettivo del bene de quo assommava a circa Euro 200mila (al netto del valore del suolo di ulteriori Euro 95mila).

La dedotta sproporzione era pertanto da escludere secondo la svolta valutazione compiuta dai Giudici del merito.

Il motivo, in quanto infondato, va dunque respinto.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di “nullità e/o illegittimità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 5 per violazione e falsa applicazione degli artt. 1434,1435,1436 e 1438 c.c., nonchè per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla sussistenza della violazione in relazione agli artt. 115,183 e 187 c.p.c.”.

Il motivo, inammissibile nella parte in cui deduce la carenza motivazionale (non più denunciabile come tale ai sensi del vigente art. 360 c.p.c., n. 5; Cass. S.U. n. 8053/2014), è infondato e va respinto nel resto.

Come già rilevato i Giudici del merito hanno ritenuto nè allegata, nè provata la pretesa violenza che avrebbe minato l’accordo inter partes, facendone venir meno la validità per vizi del consenso.

3.- Il terzo motivo del ricorso risulta così rubricato: “nullità e/o illegittimità della sentenza ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 per violazione e falsa applicazione dell’art. 2722 c.c., nonchè per contraddittorietà della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Le censura, di cui al motivo, si appiglia alla mancata ammissione delle prove orali (prova testimoniale ed, in particolare, interrogatorio formale) non ritenute ammissibile dai Giudici del merito.

La doglianza, anche con riferimento all’aspetto della mancata ammissione del dedotto interrogatorio formale, è destituita di fondamento.

La prova orale era, infatti, preclusa non solo per l’impossibilità prevista ex art. 2722 c.c., ma – in definitiva – alla stregua della complessiva ricostruzione fattuale data dalla sentenza impugnata.

Quest’ultima, come già innanzi notato, escludeva del tutto la ricorrenza della sproporzione e, quindi, della invalidità del contratto inter partes.

Il motivo va, quindi, disatteso.

4.- Con il quarto motivo del ricorso si deduce la “nullità e/o illegittimità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione e falsa applicazione degli artt. 61 c.p.c. e ss. e art. 191 c.p.c. e ss.”.

Il motivo, del tutto errato con riguardo alle norme (tutte in tema di conferimento di incarico e svolgimento di CTU) pretesamente violate in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, appare far riferimento alla mancata valutazione – da parte della Corte territoriale – della “sproporzione del prezzo concordato rispetto al reale valore dell’immobile” sfornita – a dire della ricorrente – di “congruo riscontro”.

Il motivo, al di là di ogni altra considerazione quanto alla sua articolazione e stesura, è del tutto infondato per lo stesso ordine di ragioni innanzi già esposto sub 1.

Esso va, perciò, respinto.

5.- Alla stregua di quanto innanzi esposto, affermato e ritenuto il ricorso deve essere rigettato.

6.- le spese seguono la soccombenza e si determinano così come in dispositivo.

7.- Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del giudizio, determinate in Euro 3.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2020

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