Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30422 del 19/12/2017


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Civile Sent. Sez. L Num. 30422 Anno 2017
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: NEGRI DELLA TORRE PAOLO

SENTENZA
bul LJA-UtbU

201U1-2012 p=pnt,:3 ùd:

BARILLA G. & R. FRATELLI S.P.A., in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, P.ZA MAZZINI 27, presso lo
studio dell’avvocato SALVATORE TRIFIRO’, che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati
2017
3246

STEFANINO BERETTA, GIAN CARLO ARTONI, giusta delega
in atti;
– ricorrente contro
F.L.A.I. C.G.I.L. ASCOLI PICENO,

in persona del

Data pubblicazione: 19/12/2017

legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA LUCREZIO CARO 62, presso lo
studio

dell’avvocato

rappresenta

e

CICCOTTI,

SABINA

difende

unitamente

che

la

all’avvocato

CHRISTIAN LUCIDI, giusta delega in atti;

avverso la sentenza n. 392/2012 della CORTE D’APPELLO
di ANCONA, depositata il 07/05/2012 R.G.N. 260/11;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 13/07/2017 dal Consigliere Dott. PAOLO
NEGRI DELLA TORRE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARIO FRESA che ha concluso per il
rigetto del ricorso.
udito l’Avvocato TIZIANO FERIANI per delega verbale
Avvocato SALVATORE TRIFIR0′;
udito l’Avvocato CHRISTIAN LUCIDI.

– controricorrente –

R.G. 20164/2012

Fatti di causa
1. Con sentenza n. 392/2012, depositata il 7 maggio 2012, la Corte di appello di Ancona,
in accoglimento del gravame proposto da F.L.A.I. – C.G.I.L. di Ascoli Piceno, dichiarava
antisindacale la condotta posta in essere dalla Barilla G. e R. Fratelli S.p.A. e consistita

per le ore non lavorate, nei confronti dei dipendenti che avevano aderito allo sciopero
indetto dall’organizzazione sindacale appellante, nello stabilimento di Ascoli Piceno, per il
giorno di sabato 8 settembre 2007, nel quale erano state richieste dall’azienda otto ore di
lavoro flessibile, previsto dall’accordo aziendale del 13 ottobre 2005.
2. La Corte di appello osservava come la trattenuta così operata dall’azienda risultasse
tale da comportare un effetto deterrente rispetto all’adesione dei lavoratori a iniziative
dello stesso genere, non rilevando peraltro, su tale obiettiva capacità di incidenza, il fatto
che il datore di lavoro non avesse avuto l’intenzione di ledere le prerogative sindacali e il
diritto di sciopero; osservava, inoltre, come la condotta datoriale dovesse ritenersi ancora
attuale, stante il possibile protrarsi nei lavoratori dell’effetto psicologico e comunque di
una situazione di incertezza circa il regime applicabile al blocco della flessibilità.
3. Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la società con quattro motivi,
assistiti da memoria, cui ha resistito F.L.A.I. – C.G.I.L. con controricorso.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 28 I.
n. 300/1970, nonché vizio di motivazione, la società censura la sentenza di appello per
avere ritenuto sussistente il requisito dell’attualità della condotta datoriale, sebbene essa
avesse avuto natura istantanea, esaurendosi nella trattenuta di otto ore di retribuzione
per i dipendenti dello stabilimento di Ascoli Piceno che avevano aderito al blocco della
flessibilità, e non avesse in alcun modo protratto i propri effetti nel periodo successivo.
2. Con il secondo motivo, deducendo il vizio di cui all’art. 360 n. 3, la società ricorrente
censura la sentenza per avere erroneamente ritenuto che la condotta del datore di lavoro
costituisse violazione delle previsioni di cui all’Accordo sindacale del 13 ottobre 2005.
3. Con il terzo motivo, deducendo nuovamente violazione e falsa applicazione dell’art. 28
I. n. 300/1970, nonché vizio di motivazione, la ricorrente censura la sentenza di appello
per avere ritenuto che il datore di layoro avesse, con il proprio comportamento, limitato
la libertà e attività sindacale e l’esercizio del diritto di sciopero, quando invece si era nella
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nella trattenuta di otto ore di retribuzione operata, in aggiunta alla mancata retribuzione

specie verificata una diversa interpretazione, da parte della società e dell’organizzazione
sindacale, in ordine ad un accordo collettivo recante la disciplina di diritti individuali.
4. Con il quarto motivo, infine, deducendo il vizio di cui all’art. 360 n. 3, la ricorrente
censura la sentenza per avere erroneamente considerato che la mancanza, in capo al
datore di lavoro, dell’intenzione di ledere le prerogative sindacali fosse irrilevante ai fini
della configurazione della condotta di cui all’art. 28 I. n. 300/1970.
5. Il primo motivo è infondato.
6. La Corte territoriale si è, infatti, uniformata al consolidato orientamento di legittimità,

legge n. 300 del 1970, il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non
può precludere l’ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove
questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti
tuttora persistente e idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata
intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di
determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell’attività
sindacale. L’accertamento in ordine alla attualità della condotta antisindacale e alla
permanenza dei suoi effetti costituisce un accertamento di fatto, demandato al giudice di
merito ed incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da adeguata motivazione,
immune da vizi logici o giuridici” (Cass. n. 23038/2010, già citata in sentenza; conforme,
fra le più recenti, Cass. n. 3837/2016).
7. Nella specie, il giudice di appello, con motivazione sintetica ma adeguata, ha ritenuto
sussistente il requisito in esame, valorizzando, in coerenza con il richiamato orientamento
di legittimità, il perdurare, in capo ai lavoratori, “dell’effetto psicologico” di deterrenza
rispetto alla ripetizione di condotte analoghe a quella posta in essere (sciopero nella
giornata di sabato) e sanzionata dalla società (mediante trattenute sulla retribuzione), “e
comunque di una situazione di incertezza circa il regime applicabile al blocco della
flessibilità” (cfr. sentenza, p. 4): e cioè fatti che, se pure attinenti alla sfera soggettiva
degli individui, restano, diversamente da quanto dedotto dalla ricorrente, suscettibili di
oggettivo apprezzamento nella loro relazione causale con una condotta obiettivamente
idonea a determinarli.
8. Il secondo motivo è inammissibile, avendo ad oggetto la violazione e falsa applicazione
di un accordo sindacale aziendale e non indicando se e in quali termini la Corte di merito
abbia violato, nell’interpretarlo, le regole legali di ermeneutica contrattuale di cui agli
artt. 1362 ss. c.c. (Cass. n. 6668/2003 e successive conformi).
9. Il terzo motivo è infondato.
10. Risulta, infatti, consolidato l’orientamento, per il quale, con riguardo alla tutela
prevista dall’art. 28 I. n. 300/1970, l’accertamento del giudice del merito circa l’idoneità
di una determinata condotta del datore di lavoro a ostacolare o reprimere l’attività
sindacale si risolve in un giudizio di fatto, censurabile in sede di legittimità solo sotto il
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per il quale “in tema di repressione della condotta antisindacale, ai sensi dell’art. 28 della

profilo della congruità della motivazione (Cass. n. 7779/1998 e successive conformi):
motivazione che, nella specie, è stata adeguatamente fornita dalla Corte di appello di
Ancona, attraverso il richiamo “all’effetto deterrente” della denunciata condotta datoriale
“rispetto all’adesione dei lavoratori ad altre eventuali iniziative congeneri” e al rilievo, per
il quale un tale effetto di dissuasione non poteva dirsi escluso “dalla possibilità di ottenere
coattivamente il pagamento di quanto spettante”, né, a fortiori, “dal (solo successivo ed
a distanza di oltre tre mesi) conguaglio operato a fine anno” (cfr. sentenza, p. 3).
11. Egualmente infondato risulta il quarto motivo di ricorso.

integrare gli estremi della condotta antisindacale di cui all’art. 28 I. n. 300/1970, “è
sufficiente che tale comportamento leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono
portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente)
uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro né nel caso di condotte tipizzate
perché consistenti nell’illegittimo diniego di prerogative sindacali (quali il diritto di
assemblea, il diritto delle rappresentanze sindacali aziendali a locali idonei allo
svolgimento delle loro funzioni, il diritto ai permessi sindacali), né nel caso di condotte
non tipizzate ed in astratto lecite, ma in concreto oggettivamente idonee, nel risultato, a
limitare la libertà sindacale, sicché ciò che il giudice deve accertare è l’obiettiva idoneità
della condotta denunciata a produrre l’effetto che la disposizione citata intende impedire,
ossia la lesione della libertà sindacale e del diritto di sciopero”.
13. In conclusione, il ricorso deve essere respinto.
14. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.
15. Di esse va disposta la distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore della
controricorrente, avv. Lucidi, come da sua dichiarazione e richiesta.

p.q.m.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente
giudizio di legittimità, liquidate in euro 200,00 per esborsi e in euro 5.000,00 per
compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge, somme
di cui dispone la distrazione in favore dell’avv. Christian Lucidi.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 13 luglio 2017.

12. Si richiama in proposito Sez. U n. 5295/1997, la quale ha precisato che, al fine di

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