Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3042 del 10/02/2020

Cassazione civile sez. II, 10/02/2020, (ud. 14/02/2019, dep. 10/02/2020), n.3042

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1219-2018 proposto da:

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

P.M., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

GIUSEPPE FERRARI 4, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE

CORONAS, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

UMBERTO CORONAS;

– controricorrenti –

avverso il decreto n. 1707/2017 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 16/06/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/02/2019 dal Consigliere Dott. CHIARA GESSO MARCHEIS.

Fatto

PREMESSO

CHE:

1. Con diversi ricorsi proposti tra il 2012 e il 2013 e successivamente riuniti P.M., + ALTRI OMESSI proponevano ricorso alla Corte d’appello di Perugia per ottenere la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento dell’equa riparazione per irragionevole durata del processo L. n. 89 del 2001, ex art. 1 bis in relazione al procedimento r.g.n. 5301/1996, svoltosi davanti al T.A.R. Lazio, sez. I bis, procedimento avente ad oggetto maggiorazioni retributive per il personale appartenente alle Forze Armate e definito con decreto di perenzione n. 4928 del 3/8/2011, vale a dire 15 anni dopo la sua introduzione.

La Corte di appello, con decreto n. 1707 del 16/6/2017, in parziale accoglimento del ricorso riconosceva l’irragionevole durata del processo amministrativo per il periodo compreso tra il 18/5/1999 (vale a dire dopo tre anni dalla proposizione dell’istanza di fissazione di udienza) e il 16/9/2010, data in cui la parte avrebbe dovuto richiedere una nuova istanza di fissazione di udienza D.Lgs. n. 104 del 2010, ex art. 1, all. 3, condannando il Ministero convenuto al pagamento in favore dei ricorrenti della somma di Euro 5.666.

2. Contro il decreto ricorre per cassazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Resistono con controricorso P.M., + ALTRI OMESSI.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

I. Il ricorso è articolato in un unico motivo, rubricato “violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per il riconoscimento di patema indennizzabile”: secondo il Ministero a far data dalla sentenza n. 331/1999 – con cui la Corte costituzionale si è pronunciata nel senso della non spettanza delle maggiorazioni retributive richieste dal personale delle Forze Armate in cause analoghe a quella presupposta nel giudizio di equa riparazione – la pretesa vantata dai ricorrenti in sede amministrativa era del tutto priva di possibilità di successo; per tale motivo, a far data dal 20/7/1999 (data di deposito della menzionata sentenza della Corte costituzionale), in capo ai ricorrenti non poteva più ritenersi sussistente un patema d’animo, tale da giustificare il liquidato indennizzo.

Il motivo è fondato. L’accoglimento della domanda presupponeva la proposizione di una questione di legittimità costituzionale e detta questione è stata dalla Corte costituzionale dichiarata manifestamente infondata con ordinanza n. 331 del 1999. In tal caso – come ha già affermato questa Corte – se una domanda viene proposta prospettando la illegittimità costituzionale della disciplina applicabile e se tale prospettazione viene disattesa da parte del giudice delle leggi, la protrazione del giudizio presupposto successivamente alla detta pronuncia non ha determinato un patema d’animo suscettibile di indennizzo, così che diviene irrilevante, ai fini dell’equa riparazione, il periodo successivo all’acquisizione di detta consapevolezza sino alla sentenza che ha definito il giudizio presupposto (così, in particolare, Cass. 19478/2014).

II. Il ricorso va quindi accolto, il provvedimento va cassato e la causa rinviata alla Corte di appello di Perugia che deciderà la causa attenendosi al principio di diritto sopra ricordato e provvederà pure in relazione alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa il provvedimento impugnato e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Perugia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale della sezione seconda civile, il 14 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2020

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