Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30372 del 23/11/2018

Cassazione civile sez. trib., 23/11/2018, (ud. 03/07/2018, dep. 23/11/2018), n.30372

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA E. L. – Presidente –

Dott. NONNO G. M. – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – rel. Consigliere –

Dott. GORI P. – Consigliere –

Dott. SAIJA S. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al numero 4359 del ruolo generale dell’anno

2011, proposto da:

Minto Pneus s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa, giusta procura speciale a margine al

ricorso, dall’avv.to Francesco Moschetti e dall’avv.to Francesco

d’Ayala Valva, elettivamente domiciliata presso lo studio

dell’ultimo difensore in Roma, al Viale Parioli 43;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato che la rappresenta e difende;

– resistente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale del Veneto, n. 68/16/2009, depositata in data 21 dicembre

2009, non notificata.

Lette le conclusioni scritte del P.G., in persona del sostituto

procuratore generale dott. Sorrentino Federico, il quale ha chiesto

l’accoglimento del ricorso.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 3

luglio 2018 dal Relatore Cons. dott.ssa. Putaturo Donati Viscido di

Nocera Maria Giulia.

Fatto

RILEVATO

che

-con sentenza n. 68/16/2009, depositata in data 21 dicembre 2009, non notificata, la Commissione tributaria regionale del Veneto, accoglieva l’appello proposto dalla Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore, nei confronti di Minto Pneus s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, avverso la sentenza n. 19/06/2007 della Commissione tributaria provinciale di Venezia, dichiarando, in riforma di quest’ultima, la legittimità dell’avviso di accertamento con il quale l’Ufficio di Venezia 2 aveva contestato nei confronti della detta società, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, un maggiore reddito di impresa, ai fini Irpeg e Iva, per l’anno di imposta 2003, per 1) indebita detrazione di Iva pari a Euro 197.367,00, per la soggettiva inesistenza di operazioni fatturate, relative all’importazione intracomunitaria di autovetture effettuate dalla contribuente tramite soggetti interposti (“cartiere”); 2) indebita deduzione di costi pari a Euro 1.745,77 ritenuti non inerenti all’attività esercitata; 3) mancata ritenuta di Euro 92,00 su emolumenti corrisposti ad un dipendente;

– il giudice di appello, in punto di fatto, premetteva che: 1) la CTP di Venezia aveva accolto il ricorso proposto da Minto Pneus s.r.l., avverso l’avviso di accertamento con il quale, previo p.v.c. dell’Ufficio di Venezia 2, l’Agenzia delle entrate aveva contestato alla società contribuente, per l’anno 2003, ai fini Irpef e Iva, tra l’altro, l’indebita deduzione di costi ritenuti non inerenti e detrazione di Iva, per operazioni fatturate ritenute soggettivamente inesistenti, relative all’importazione intracomunitaria di autoveicoli per il tramite delle ditte B.L. e Easy Car di T.I., identificate come tipiche “cartiere” fittiziamente interposte tra i cedenti europei e la cessionaria; 2) avverso la sentenza della CTP, aveva proposto appello l’Agenzia delle entrate deducendo la legittimità dell’avviso di accertamento, stante il carattere di “cartiera” delle società interposte e la “fittizietà” della fatturazione; 3) Minto Pneus s.r.l. aveva controdedotto chiedendo la conferma della sentenza di primo grado;

– la CTR, in punto di diritto, per quanto di interesse, ha osservato che 1) presunzioni gravi, precise e concordanti del carattere fittizio delle ditte fatturanti erano da rinvenire, come si evinceva dal verbale della Guardia di Finanza, ripreso dall’accertamento, nella mancanza di contabilità di queste ultime nonchè dei “requisiti fiscali e civilistici” necessari per configurarle società commerciali; 2) era irrilevante l’allineamento delle transazioni commerciali con i prezzi di mercato corrisposti ed evidenziati dalla perizia di parte, in quanto il vero profitto era da ricercare nel meccanismo ideato per evadere il versamento dell’Iva; 3) la “poca dimestichezza” da parte della società contribuente nel commercio delle auto avrebbe dovuto indurre quest’ultima a servirsi del mercato “tradizionale”; 4) a prescindere dalla prodotta perizia, non concretante mezzo di prova vincolante, non era ravvisabile la buona fede della contribuente, in quanto, il mancato assolvimento da parte del soggetto interposto degli obblighi fiscali, aveva consentito al cessionario di cedere la merce a prezzi più competitivi;

– avverso la sentenza della CTR, Minto Pneus s.r.l ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi;

– l’Agenzia delle entrate ha depositato “atto di costituzione”;

– il ricorso è stato fissato in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., comma 2 e art. 380-bis.1 c.p.c., introdotti dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Diritto

CONSIDERATO

che

– preliminarmente va rilevato che l’Agenzia delle entrate ha resistito con “atto di costituzione”, non notificato, chiedendo di essere ammesso a partecipare alla discussione orale ex art. 370 c.p.c.;

– va al riguardo, ricordato che, in mancanza di notificazione, l’atto depositato non è qualificabile come controricorso ed il controricorrente, pure in presenza di regolare procura speciale ad litem, non è legittimato neppure a depositare memorie illustrative (Cass. n. 25735 del 2014): principio affermato con riferimento alla trattazione della causa in pubblica udienza, ma che deve essere esteso anche al procedimento in camera di consiglio di cui all’art. 380 bis.1 c.p.c., introdotto dal D.L. 31 agosto 2016 n. 168 conv. in L. 25 ottobre 2016, n. 197 (Cass. n. 26974 del 2017);

– con il primo motivo, la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, per avere la CTR erroneamente valutato la legittimità della ripresa per indebita detrazione Iva, alla luce della “esistenza di attività non dichiarate o inesistenza di passività dichiarate” ex art. 39 cit. operante sul piano delle imposte dirette;

– il motivo è infondato in quanto muove da un’erronea interpretazione della sentenza impugnata che, nel definire l’onere probatorio a carico dell’Amministrazione finanziaria, evidenzia, con riguardo al “tipo” di prova, come quest’ultima possa assolvere allo stesso mediante presunzioni come prevede per l’Iva il pur richiamato dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, e analogamente per le imposte dirette del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39;

– con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la omessa e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio qual è la pretesa “inesistenza soggettiva” delle operazioni, per avere la CTR, facendo un generico riferimento a quanto indicato nel verbale della Guardia di finanza, omesso di individuare specifici elementi fattuali atti a comprovare il carattere fittizio delle ditte fatturanti e, peraltro, per avere con argomentazione contraddittoria, rimproverato alla contribuente di non avere fatto ricorso all’acquisto delle autovetture direttamente presso gli operatori esteri;

– con il terzo motivo, la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 17, 19, 21 e dell’art. 2697 c.c., per avere la CTR illegittimamente disconosciuto la detrazione dell’ Iva da parte della società contribuente, senza che l’Amministrazione avesse assolto all’onere probatorio circa l’esistenza di validi e specifici elementi, anche indiziari, della fittizietà delle operazioni di acquisto come fatturate, imputando direttamente al contribuente l’onere di provare l’effettività di queste ultime;

– i motivi secondo e terzo, da trattare congiuntamente per connessione, sono infondati;

– in tema di IVA, l’Amministrazione finanziaria, se contesta che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore, ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta, dimostrando, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi e specifici, che il contribuente era a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo, usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente; ove l’Amministrazione assolva a detto onere istruttorio, grava sul contribuente la prova contraria di avere adoperato, per non essere coinvolto in un’operazione volta ad evadere l’imposta, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto, non assumendo rilievo, a tal fine, nè la regolarità della contabilità e dei pagamenti, nè la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi (Cass. 9851 del 2018);

– nella specie, il giudice a quo si è attenuto ai suddetti principi, in quanto, con una motivazione sufficiente e scevra da vizi logici-giuridici ha, correttamente verificato l’assolvimento da parte dell’Amministrazione finanziaria dell’onere probatorio sia in ordine alla soggettiva fittizietà delle ditte fornitrici, desunta, oltre che dall’omesso versamento delle imposte, dalla mancanza da parte di queste ultime di contabilità e dei “requisiti fiscali e civilistici” propri delle società commerciali che in ordine alla conoscibilità da parte della contribuente che l’operazione si inseriva in una evasione Iva desunta in base ad elementi presuntivi obiettivi quali la scelta di operare secondo canali paralleli di mercato – che esige una più attenta e approfondita valutazione dei propri interlocutori proprio al fine di verificarne l’effettività, non potendo come rilevato dalla CTR “la poca dimestichezza con il mercato dell’auto” da parte della società contribuente normalmente operante nel settore del commercio di pneumatici, giustificare l’incauto utilizzo del “mercato parallelo” l’acquisto e la rivendita di beni a prezzi più competitivi in considerazione del mancato assolvimento da parte del soggetto interposto degli obblighi fiscali nonchè il numero considerevole (n. 43) di transazioni effettuate nel corso del 2003;

– quanto alla denunciata insufficienza motivazionale sotto il profilo della inidoneità degli elementi presuntivi offerti dall’Ufficio a fondare il giudizio del giudice a quo di inesistenza soggettiva delle operazioni intercorse, trattasi di un inammissibile tentativo di revisione del ragionamento decisorio del giudice, non potendo mai la Corte di cassazione procedere ad un’autonoma valutazione delle risultanze degli atti di causa (Cass. n. 91/2014; Cass. S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 5024/2012) e non potendo il vizio consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, spettando soltanto al giudice di merito di individuare le fonti del proprio convincimento, controllare l’attendibilità e la concludenza delle prove, scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione dando liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova (Cass. n. 11511/2014; Cass. n. 25608/2013; Cass. n. 6288/2011; Cass. n. 6694/2009; Cass. n. 15489/2007; Cass. n. 4766/2006). Pertanto, con riguardo alle prove, mai può essere censurata la valutazione in sè degli elementi probatori secondo il prudente apprezzamento del giudice (Cass. n. 24155/2017; Cass. n. 1414/2015; Cass. n. 13960/2014);

– con il quarto motivo, la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c.per avere la CTR omesso di pronunciarsi sulla eccezione sollevata dalla società contribuente in sede di controdeduzioni all’appello circa la mancata allegazione da parte dell’Ufficio dei verbali di contestazione delle irregolarità fiscali a carico delle due ditte interposte dalle quali era derivato il disconoscimento della detrazione Iva nei confronti della ricorrente;

– il motivo è infondato;

– secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, non ricorre il vizio di omessa pronuncia, nonostante la mancanza di espressa statuizione sul punto specifico, quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto sul medesimo (v. in particolare, Cass. n. 5351 del 2007, che ha ravvisato il rigetto implicito dell’eccezione di inammissibilità dell’appello nella sentenza che aveva valutato nel merito i motivi posti a fondamento del gravame), ed inoltre che ad integrare gli estremi del vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di una espressa statuizione del giudice, essendo necessaria la totale pretermissione del provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto, e dovendo pertanto escludersi il suddetto vizio quando la decisione, adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte, ne comporti il rigetto o la non esaminabilità pur in assenza di una specifica argomentazione (v. Cass. n. 10636 del 2007);

– nella specie, l’accoglimento dell’appello dell’Ufficio ha implicato un rigetto implicito delle eccezioni sollevate dalla società contribuente, anche se in proposito sia mancata una specifica argomentazione;

– con il quinto motivo, la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso per non avere la CTR argomentato circa la buona fede e l’estraneità della società contribuente rispetto alle violazioni fiscali compiute da terzi, reputando, in modo apodittico e generico, irrilevanti le conclusioni della consulenza tecnica in ordine all’allineamento del prezzo fatturato dalle due ditte con quello di mercato;

– il motivo è inammissibile;

– anche nel vigore del vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, è inammissibile la revisione del ragionamento decisorio del giudice, non potendo mai la Corte di cassazione procedere ad un’autonoma valutazione delle risultanze degli atti di causa (Cass. n. 91/2014; Cass. S.U., n. 24148/2013; Cass. n. 5024/2012) e non potendo il vizio consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, spettando soltanto al giudice di merito di individuare le fonti del proprio convincimento, controllare l’attendibilità e la concludenza delle prove, scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione dando liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova (Cass. n. 11511/2014; Cass. n. 25608/2013; Cass. n. 6288/2011; Cass. n. 6694/2009; Cass. n. 15489/2007; Cass. n. 4766/2006) Pertanto, con riguardo alle prove, mai può essere censurata la valutazione in sè degli elementi probatori secondo il prudente apprezzamento del giudice (Cass. n. 24155/2017; Cass. n. 1414/2015; Cass. n. 13960/2014);

– nella specie, il giudice a quo, dopo avere ritenuto correttamente assolto l’onere probatorio gravante sull’Amministrazione finanziaria circa l’inesistenza soggettiva delle operazioni di acquisto di autovetture, ha fatto ricadere sulla società contribuente l’onere della prova contraria di avere agito in buona fede che ha ritenuto, con una valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimità, non debitamente assolto, per non rivestire la perizia prodotta valenza probatoria vincolante, a fronte del riscontrato meccanismo fraudolento che attraverso il mancato versamento di imposta da parte delle ditte interposte consentiva allo stesso cessionario di cedere la merce a prezzi più competitivi;

– con il sesto motivo, la ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza impugnata per avere la CTR, nel riformare la decisione di primo grado, omesso di esaminare il motivo di appello dell’Ufficio in ordine all’assunto illegittimo annullamento da parte della CTP della ripresa a tassazione relativa ai costi ritenuti indebitamente dedotti in quanto non inerenti l’attività di impresa;

– il motivo è inammissibile;

– ancorchè venga dedotto un error in procedendo, in relazione al quale la Corte è anche giudice del fatto e, quindi, può accedere direttamente all’esame degli atti processuali del fascicolo di merito, il motivo in esame non si sottrae comunque al preliminare rilievo di inammissibilità (Cass. n. 12664 del 2012), per difetto di autosufficienza, avendo la ricorrente omesso di riportare, nel ricorso stesso, “gli elementi ed i riferimenti atti ad individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio processuale, onde consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale” (cfr. Cass. n. 19410 del 2015; v. anche Cass. n. 2771 del 2017 e n. 11738 del 2016);

– nella specie, la ricorrente, in difetto del principio di autosufficienza, non riporta nel ricorso nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, i passi rilevanti dell’atto di appello dell’Ufficio, impedendo a questa Corte di valutare la fondatezza della prospettata censura;

– in conclusione, il ricorso va rigettato; nulla sulle spese del giudizio di legittimità essendo rimasta intimata l’Agenzia delle entrate.

P.Q.M.

la Corte:

rigetta il ricorso;

Così deciso in Roma, il 3 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2018

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