Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30273 del 22/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 22/11/2018, (ud. 02/10/2018, dep. 22/11/2018), n.30273

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BALESTRIERI Federico – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19193/2014 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 21/23, presso

lo studio dell’avvocato CARLO BOURSIER NIUTTA, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ANTONIO ARMENTANO, giusta delega in

atti;

– ricorrente –

contro

G.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO 172,

presso lo studio dell’avvocato PIER LUIGI PANICI, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato GIOVANNI GIOVANNELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1524/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/01/2014, R.G.N. 2838/2010.

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio nella parte in cui era stata accertata la illegittimità dei termini apposti ai contratti di somministrazione intercorsi tra G.L. e (OMISSIS) s.p.a. dal 1 aprile 2008 al 30 giugno 2009 e costituito il rapporto di lavoro a tempo indeterminato a decorrere dal 1 aprile 2008 con la società utilizzatrice della prestazione mentre ha riformato la decisione con riguardo alle conseguenze risarcitorie applicando la L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 e riconoscendo un’indennità risarcitoria quantificata in sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita oltre agli interessi ed alla rivalutazione monetaria dal dovuto al saldo.

2. per la cassazione della sentenza propone ricorso la (OMISSIS) s.p.a. che articola due motivi. Resiste con controricorso G.L.. Entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

3. Il primo motivo di ricorso, con il quale è denunciata la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 27,commi 1 e 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte di merito, in adesione all’orientamento della Cassazione, convertito il rapporto con la società utilizzatrice è infondato.

4. La tesi prospettata, per cui il meccanismo sanzionatorio previsto dall’art. 27, in caso di somministrazione irregolare non comporterebbe la conversione del rapporto in un contratto di lavoro a tempo indeterminato, è infondata per le ragioni esposte da Cass. 15 luglio 2011, n. 15610 e Cass. 8 maggio 2012, n. 6933 ed anche Cass. 01/10/2012 n. 16642. Ed infatti, come affermato nelle ricordate sentenze, lo schema di fondo che regolava le sanzioni dell’interposizione di manodopera è sostanzialmente sopravvissuto alla riforma introdotta dal legislatore con il D.Lgs. n. 276 del 2003. Infatti, la sanzione prevista per il ricorso alla somministrazione di lavoro al di fuori dei limiti previsti dalla legge (cd. somministrazione irregolare) è quella della imputazione del rapporto di lavoro direttamente all’utilizzatore della prestazione lavorativa. Ciò si desume direttamente dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 27, comma 1, in base al quale “quando la somministrazione di lavoro avvenga al di fuori dei limiti e delle condizioni di cui all’art. 20 e art. 21, comma 1, lett. a), b), c) d) ed e), il lavoratore può chiedere, mediante ricorso giudiziale a norma dell’art. 414 c.p.c., notificato anche soltanto al soggetto che ne ha utilizzato la prestazione, la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze di quest’ultimo, con effetto dall’inizio della somministrazione”. A tale sanzione, prevista per la violazione delle condizioni di utilizzo della somministrazione di lavoro, si affianca quella della nullità, contemplata per il caso di mancanza di forma scritta del contratto di somministrazione (art. 21, comma 4). La previsione della possibilità riconosciuta al lavoratore di adire l’autorità giudiziaria per ottenere la costituzione del rapporto di lavoro anche e solamente con l’utilizzatore, di cui al citato art. 27, comma 1, è in linea con l’orientamento consolidatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità con riferimento alla L. n. 1369 del 1960, che escludeva la sussistenza di un litisconsorzio necessario tra utilizzatore della prestazione e soggetto interposto (v. Cass. sez. un. n. 14897/2002 e Cass. sez. lav. n. 11363/2004). In definitiva, oltre ai casi di nullità del contratto di somministrazione privo di forma scritta (art. 21, comma 4) o di somministrazione fraudolenta (art. 28, su relative sanzioni penali ed amministrative – per quest’ultima ipotesi la sanzione civile della nullità si desume dai principi generali di cui agli artt. 1344,1345 e 1418 c.c.), è contemplata la possibilità di costituzione del rapporto lavorativo in capo all’utilizzatore nell’ipotesi di somministrazione irregolare, che si verifica, così come previsto dal combinato disposto del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 27, comma 1, art. 20 e art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e), nei seguenti casi: ipotesi in cui il contratto di somministrazione venga concluso da un soggetto privo di autorizzazione o se gli estremi di tale autorizzazione non risultano indicati su contratto di somministrazione; se il ricorso alla somministrazione non rispetta le ragioni giustificative indicate all’art. 20, comma 4, per la somministrazione a termine; se si verifica al di fuori delle esigenze indicate all’art. 20, comma 3, per quella a tempo indeterminato o nel caso in cui tali giustificazioni non risultino dal contratto di somministrazione; in caso di violazione dei limiti quantitativi indicati dalla contrattazione collettiva (cd. clausole di contingentamento) per la somministrazione a tempo determinato o qualora il numero dei lavoratori da somministrare non risulti indicato nel contratto di somministrazione; qualora non venga indicata sul contratto di somministrazione la presenza di eventuali rischi per l’integrità e la salute del lavoratore e le relative misure di prevenzione; qualora il contratto di somministrazione risulti privo dell’indicazione della data di inizio e della durata prevista. (….) il contratto che si viene ad instaurare con l’utilizzatore della prestazione non può che essere a tempo indeterminato. Invero, occorre osservare che il D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 27, comma 1, stabilisce espressamente che in ipotesi di somministrazione avvenuta al di fuori dei limiti e delle condizioni di cui all’art. 20 e art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e) il lavoratore può chiedere, mediante ricorso giudiziale a norma dell’art. 414 c.p.c., notificato anche soltanto al soggetto che ne ha utilizzato la prestazione, la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze di quest’ultimo, con effetto dall’inizio della somministrazione.

Pertanto, la stessa efficacia “ex tunc” che la norma in esame ricollega alla sentenza costitutiva provocata da un tale tipo di ricorso rappresenta un valido elemento letterale e logico che autorizza a ritenere che se il legislatore avesse voluto riferirsi alla costituzione di un rapporto diverso da quello a tempo indeterminato non avrebbe certamente avuto ragione di dover far riferimento ad una costituzione del rapporto con effetto dall’inizio della somministrazione stessa. Un ulteriore ed insuperabile argomento sistematico è quello per il quale, diversamente opinando, verrebbe ad essere facilmente aggirata la disciplina limitativa del contratto a termine: invero, qualora si volesse sostenere che anche il rapporto che si instaura “ex lege” con l’impresa utilizzatrice debba essere a termine, ad onta della accertata illegittimità del ricorso alla tipologia del contratto di somministrazione di lavoro a tempo determinato, si perverrebbe alla inaccettabile ed assurda situazione per la quale la violazione così perpetrata consentirebbe all’impresa utilizzatrice di beneficiare di una prestazione a termine altrimenti preclusa.

5. Con il secondo motivo di ricorso è denunciata la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32,comma 6 e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio per avere la Corte trascurato di considerare, nel quantificare l’indennità risarcitoria, l’accordo di stabilizzazione stipulato dalla società il 7 luglio 2010 e depositato in giudizio il 3 dicembre 2013.

6. La censura è inammissibile.

5.1. Questa Corte ha in più occasioni affermato che in tema di indennità di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8 (cfr. Cass. 5 gennaio 2001 n. 107; Cass. 15 maggio 2006 n. 11 107; Cass. 14 giugno 2006 n. 13732; con riferimento all’art. 32, comma 5, per tutte, vedi Cass. n. 8747/2014) la determinazione tra il minimo e il massimo della misura dell’indennità spetta al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per motivazione assente, illogica o contraddittoria. Nel caso in esame la Corte territoriale ha tenuto conto, come si evince dalla lettura della motivazione, dei criteri stabiliti nella L. n. 604 del 1966, art. 8 (la durata dei contratti a tempo determinato, le rilevanti dimensioni aziendali) ed ha concluso nel senso che ha ritenuto congruo determinare l’indennità onnicomprensiva in sei mensilità.

5.2. Quanto alla denunciata mancata valutazione degli “accordi sindacali di stabilizzazione”, la censura è del pari inammissibile in quanto non viene riportato nel motivo, neppure in forma sintetica, il contenuto degli accordi sicchè è preclusa a questa Corte la verifica della riferibilità degli stessi anche al ricorrente. Tale verifica, infatti, deve essere effettuata con riferimento alla data di cessazione del rapporto essendo subordinata alla concreta possibilità per il lavoratore di aderire e non alla semplice stipula, da parte del datore di lavoro, di tali accordi (cfr. Cass. 11.2.2014 n. 3027, vedi anche più di recente Cass. 20/12/2017 n. 30617 ed anche n. 14872 del 2018).

6. In conclusione, per le ragioni sopra esposte, il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata in dispositivo e distratte in favore degli Avv.ti Pierluigi Panici e Giovanni Giovannelli che se ne sono dichiarati anticipatari. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R..

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 5000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge. Spese da distrarsi in favore degli Avv.ti Pierluigi Panici e Giovanni Giovannelli che se ne sono dichiarati anticipatari.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 comma 1 bis del citato D.P.R..

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 2 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2018

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