Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3026 del 08/02/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 3026 Anno 2018
Presidente: CHIARINI MARIA MARGHERITA
Relatore: DELL’UTRI MARCO

ORDINANZA
sul ricorso 28334-2015 proposto da:
VILLA OTTAVIANO DI OTTAVIANO GIORGIO E C , OTTAVIANO
GIORGIO in proprio e quale socio accomandatario della
societa’, elettivamente domiciliati in ROMA, V.LE
GIUSEPPE MAZZINI 142, presso lo studio dell’avvocato
VINCENZO ALBERTO PENNISI, rappresentati e difesi
dall’avvocato CARMELO DI PAOLA giusta procura in
calce al ricorso;
– ricorrenti –

2017

contro

1944

GIADI’ SRL ;
– intimata avverso la sentenza n. 709/2015 della CORTE D’APPELLO

Data pubblicazione: 08/02/2018

di CATANIA, depositata il 27/04/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 28/09/2017 dal Consigliere Dott. MARCO
DELL’UTRI;
lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero,

CORRADO MISTRI che ha concluso chiedendo la parziale
inammissibilità e comunque il rigetto del ricorso
proposto da Villa Ottaviano di Ottaviano Giorgio &
C.;

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in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.

Rilevato che, con sentenza resa in data 27/4/2015, la Corte

d’appello di Catania, in parziale riforma della sentenza di primo grado: a) ha confermato la decisione con la quale il primo giudice ha accolto la domanda proposta dalla società Giadì s.r.l. per la condanna
della società Villa Ottaviano di Ottaviano Giorgio e C. s.a.s. al risarci-

recesso della società convenuta dal contratto di affitto (così definito)
intercorso tra le parti;
che, a sostegno della decisione assunta, la corte territoriale ha
confermato la correttezza della qualificazione giuridica del rapporto
operata dal primo giudice, là dove ha escluso la riconducibilità dello
stesso alla fattispecie del contratto di affitto di azienda, trattandosi,
viceversa, della concessione in godimento (al più di natura atipica) di
un immobile accessoriato, nella specie destinato ad utilizzazione per
l’allestimento di banchetti;
che, peraltro, la corte d’appello, pur confermando l’illegittimità del
recesso anticipato della società concedente,

b) ha ridimensionato

l’ammontare della condanna risarcitoria pronunciata dal primo giudice, valorizzando l’aspetto concernente la concreta possibilità, per la
società originaria attrice, di limitare il danno provocato dall’illegittimo
recesso della controparte;
che, avverso la sentenza d’appello, la società Villa Ottaviano di
Ottaviano Giorgio e C. s.a.s., nonché personalmente Giorgio Ottaviano, propongono ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi
d’impugnazione;
che la società Giadì s.r.l. non ha svolto difese in questa sede;
considerato che, con il primo motivo, i ricorrenti si dolgono della

nullità della sentenza impugnata per carenza di motivazione, per come desumibile (anche) dall’omessa indicazione, nel testo del provvedimento impugnato, del nominativo di una delle parti appellanti (e,

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mento dei danni subiti dalla società attrice a seguito dell’illegittimo

segnatamente, di Giorgio Ottaviano “personalmente”) che pur aveva
proposto appello avverso la sentenza di primo grado;
che la censura è fondata;
che, al riguardo, osserva il Collegio come la corte territoriale abbia totalmente trascurato la considerazione dell’appello che dagli atti
risulta esser stato effettivamente proposto (anche) da Giorgio Otta-

nell’intestazione della sentenza, di menzionarne l’iniziativa impugnatoria nel contesto della motivazione e, infine, di estendere nei confronti di entrambe le parti appellanti (la società Villa Ottaviano di Ottaviano Giorgio e C. s.a.s. e Giorgio Ottaviano personalmente) la riduzione della sorte capitale portata dalla condanna pronunciata dal
primo giudice;
che, conseguentemente, in accoglimento del primo motivo di ricorso, dev’essere pronunciata la cassazione sul punto della sentenza
impugnata;
che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ritiene
il Collegio di poter provvedere, ai sensi dell’art. 384 c.p.c.,
all’adozione dei necessari provvedimenti integrativi del dispositivo
della sentenza pronunciata dal giudice d’appello, secondo le indicazioni di cui al dispositivo della presente ordinanza;
che, con il secondo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2555 e 2556 c.c., nonché per illogicità e contraddittorietà della motivazione ed omessa valutazione di
fatti decisivi controversi, avendo la corte territoriale erroneamente
escluso la qualificazione giuridica del rapporto contrattuale intercorso
tra le parti in relazione al tipo dell’affitto d’azienda, nonostante la natura produttiva del bene concesso in godimento, con la conseguente
erroneità della mancata pronuncia della nullità di detto contratto per
difetto della necessaria forma scritta;

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viano personalmente, omettendo di trascriverne il nominativo

che, in particolare, la corte territoriale avrebbe trascurato di considerare o di attribuire un esatto significato alle circostanze di fatto
specificamente indicate in ricorso al fine della più corretta qualificazione giuridica del rapporto intercorso tra le parti;
che la censura è manifestamente infondata, quando non inammissibile;

le censure indicate (sotto entrambi i profili di cui all’art. 360, nn. 3 e
5, c.p.c.), i ricorrenti si siano sostanzialmente spinti a sollecitare la
corte di legittimità a procedere a una rilettura nel merito degli elementi di prova acquisiti nel corso del processo, in contrasto con i limiti del giudizio di cassazione e con gli stessi limiti previsti dall’art. 360
n. 5 c.p.c. sul piano dei vizi rilevanti della motivazione;
che, in particolare, sotto il profilo della violazione di legge, i ricorrenti risultano aver prospettato le proprie doglianze attraverso la denuncia di un’errata ricognizione della fattispecie concreta, e non già
della fattispecie astratta prevista dalle norme di legge richiamate (operazione come tale estranea al paradigma del vizio di cui all’art.
360, n. 3, c.p.c.), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica dei
ricorrenti, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto
il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sé incontroverso, insistendo propriamente gli stessi nella prospettazione di una
diversa ricostruzione dei fatti di causa (con particolare riguardo
all’identificazione della natura concreta del bene dedotto ad oggetto
del contratto in esame), rispetto a quanto operato dal giudice a quo;
che, quanto al profilo del vizio di motivazione, i ricorrenti risultano
essersi spinti a delineare i tratti di un vaglio di legittimità esteso al riscontro di pretesi difetti o insufficienze motivazionali (nella prospettiva dell’errata interpretazione o configurazione del valore rappresentativo degli elementi di prova esaminati) del tutto inidonei a soddisfare i
requisiti imposti dal nuovo testo dell’art. 360 n. 5 c.p.c.;

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che, al riguardo, è appena il caso di evidenziare come, attraverso

che, con il terzo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1323 e 1350 c.c., nonché per carenza
assoluta, o comunque vizio di motivazione, avendo la corte territoriale erroneamente escluso il requisito della forma scritta in relazione
all’accordo contrattuale intercorso tra le parti, pur quando qualificato
alla stregua di un contratto atipico, in ragione della più esatta appli-

conto della prevalente rilevanza dei profili concernenti la dimensione
produttiva dell’attività dedotta in contratto (in correlazione all’impiego
del bene concesso in godimento), rispetto allo schema della locazione;
che il motivo è manifestamente infondato;
che, sul punto, osserva il Collegio come la corte territoriale abbia
correttamente evidenziato come la natura del bene dedotto ad oggetto del rapporto contrattuale in esame non presentasse alcun requisito
suscettibile di evidenziarne, in termini di assorbente rilevanza, aspetti
di potenziale capacità produttiva, non essendo l’immobile stato considerato come uno degli elementi costitutivi di un complesso di beni
mobili ed immobili, legati tra di loro da un vincolo di interdipendenza
e complementarità per il conseguimento di un determinato fine produttivo, bensì nella sua individualità giuridica, ancorché con accessori
collegati all’immobile funzionalmente, in posizione di subordinazione e
coordinazione, in tal senso ritenendo prevalenti i diversi profili di riconducibilità del rapporto allo schema della locazione in ragione della
concreta configurazione (comunque non produttiva) del bene concesso in godimento, con la conseguente esclusione, tanto di alcuna violazione di legge (segnatamente sotto il profilo della sussunzione della
fattispecie concreta), quanto di alcun vizio motivazionale, non essendo emerse omissioni o vizi logici di macroscopica entità concretamente rilevabili ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c.;

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cazione analogica delle norme di legge nella specie rilevanti, tenuto

che, con il quarto motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2721 e 2725 c.c., nonché per carenza assoluta, o comunque vizio di motivazione, avendo la corte territoriale erroneamente ammesso la prova testimoniale poi acquisita
nel corso del giudizio, in contrasto con il divieto di ammissione della
prova testimoniale in relazione ai rapporti contrattuali richiedenti il

divieti di ammissione della prova testimoniale previsti dall’art. 2721
c.c.;
che, sotto altro profilo, la corte territoriale avrebbe erroneamente
interpretato gli elementi di prova testimoniale comunque acquisiti,
trascurando l’esame delle doglianze sul punto sollevate dagli appellanti in relazione alla corretta applicazione dei canoni legali di apprezzamento e di valutazione della prova;
che la censura è manifestamente infondata, quando non inammissibile, in relazione a tutti gli aspetti critici sollevati;
che, al riguardo, la corte territoriale risulta aver correttamente
applicato le norme di legge relative all’ammissione delle prove testimoniali, avendo escluso trattarsi, nella specie, di un contratto di affitto in ogni caso richiedente il requisito della forma scritta ai fini della
relativa valida conclusione;
che, sotto altro profilo, in nessuna ulteriore violazione dei canoni
legali di ammissione o di valutazione delle prove testimoniali risulta
essere incorsa la corte territoriale, avendo quest’ultima esercitato i
propri poteri di ammissione e di valutazione delle prove nel pieno rispetto delle prerogative discrezionali alla stessa spettanti, per loro
natura non sindacabili in questa sede di legittimità, in assenza, come
nella specie, di errori d’indole logica o giuridica in questa sede adeguatamente apprezzabili;
che, sulla base delle considerazioni sin qui richiamate, in accoglimento del primo motivo di ricorso, e disattesi i restanti, dev’essere

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requisito della forma scritta o, in ogni caso, in contrasto con gli altri

pronunciata la cassazione della sentenza impugnata in relazione al
motivo accolto e, decidendo nel merito, disposta la riduzione della
condanna pronunciata dal giudice di primo grado anche nei confronti
di Giorgio Ottaviano personalmente, con la conferma della regolazione delle spese del grado così come disposto nella sentenza impugna-

che, non ricorrono i presupposti per l’adozione di statuizioni in ordine alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità,
non avendo la società Giadì s.r.l. svolto difese in questa sede;

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso; rigetta il secondo, il terzo e il
quarto motivo; cassa in relazione al motivo accolto e, decidendo nel
merito, in parziale accoglimento dell’appello proposto dalla società
Villa Ottaviano di Ottaviano Giorgio e C. s.a.s. e da Ottaviano Giorgio
personalmente nei confronti di Giadì s.r.l. avverso la sentenza resa in
data 2/3/2010 dal Tribunale di Ragusa, riduce ad euro 85.242,5 la
sorte capitale per cui è condanna anche nei confronti di Giorgio Ottaviano personalmente. Condanna dette parti in solido al pagamento
del 50% delle spese del grado d’appello che liquida, per l’intero, ai
sensi del d.m. n. 55/2014, in euro 1.417,5 per la fase di studio, euro
910,00 per la fase introduttiva ed euro 2.430,00 fase la decisoria, oltre IVA e CPA e rimborso spese forfettario ex art. 1, co. 2, nella percentuale del 15% del compenso totale per la prestazione.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione
Civile della Corte Suprema di Cassazione del 28/9/2017.

Il Presidente

Maria Margherita Chiarini

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