Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30240 del 15/12/2017


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Civile Ord. Sez. L Num. 30240 Anno 2017
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: TORRICE AMELIA

ORDINANZA

sul ricorso 9896-2012 proposto da:
MANGANO

GIUSEPPA

MNGGPP53L63G273Y,

elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA EMILIA 88, presso lo studio
dell’avvocato FERRUCCIO BARONE, rappresentata e difesa
dall’avvocato GIOVANNI IMMORDINO, giusta delega in
atti;
– ricorrente contro
2017
3746

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA C.F. 8018440587, in persona
del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso
dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui
Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 15/12/2017

avverso la sentenza n. 2113/2011 della CORTE D’APPELLO

di PALERMO, depositata il 13/12/2011 r.g.n. 2430/2009.

N. R.G. 9896 2012

RILEVATO

1.

che la Corte di Appello di Palermo, con ha sentenza n. 2113 in data

15.12.2011, ha confermato la sentenza di primo grado, che aveva respinto la
domanda proposta da Giuseppa Mangano, Ufficiale Giudiziario in servizio presso

Giustizia al compenso per il lavoro straordinario prestato oltre le 36 ore settimanali tra
il febbraio 2000 ed il dicembre 2005 e, in via subordinata, al pagamento del
medesimo trattamento ai sensi dell’art. 2126 c.c.
2.

che la Corte territoriale ha ritenuto che: pur essendo il rapporto dell’Ufficiale

Giudiziario sottoposto alla disciplina dell’innpego pubblico contrattualizzato contenuta
nei decreti legislativi n. 29 del 1993 e n. 165 del 2001, e a quella del CCNL del
comparto Ministeri, nondimeno trovava applicazione il DPR n. 1229 del 1959 non
soppresso dalla disciplina legale successivamente entrata in vigore e riconosciuto
come vigente dal CCNL comparto Ministeri del 16.2.1999, il quale aveva rinviato ad
eventuali norme di raccordo l’adeguamento della disciplina di particolari istituti in
ragione delle peculiari caratteristiche della prestazione lavorativa degli addetti UNEP;
la peculiarità dell’orario di lavoro dei questi ultimi era stata affermata dal CCNL del 24
aprile 2002, contenente norme di raccordo per gli ufficiali giudiziali, che all’art. 7
aveva ribadito la flessibilità dell’orario di lavoro, sganciando gli Ufficiali Giudiziari
dall’osservanza di un orario di servizio predeterminato e delegando all’autonomia
organizzativa degli uffici la strutturazione dei moduli operativi; il sistema retributivo
risultava articolato su una base fissa e su un trattamento variabile composto da
emolumenti rapportati al numero ed alla qualità degli atti compiuti non commisurabile
al tempo della prestazione lavorativa; il limite costituzionale della ragionevolezza
dell’orario di lavoro non poteva ritenersi superato in assenza di allegazioni; la
insussistenza di comportamenti “contra ius” della P.A. escludeva l’applicabilità dell’art.
2126 c.c.; la matrice contrattuale alla base della domanda azionata escludeva il
ricorso all’istituto dell’indebito arricchimento;
3.

che avverso detta sentenza Giuseppa Mangano ha proposto ricorso per

cassazione affidato a cinque motivi al quale ha resistito con controricorso il Ministero
della Giustizia;

i

l’UNEP della Corte di Appello di Palermo, volta alla condanna del Ministero della

N. R.G. 9896 2012

CONSIDERATO

4.

che con il primo, il secondo ed il terzo motivo la ricorrente denuncia ai sensi

dell’art. 360 c. 1 n. 3 e n. 5 c.p.c., omessa insufficiente e contraddittoria motivazione
e violazione e falsa applicazione degli artt. 40 c. 1 e 3, 69 c. 1, 71 c. 1 del D. Lgs. n.

Ministeri 16.5.1995, delle norme di raccordo per gli Ufficiali Giudiziari di cui all’art. 1 c.
2 del CCNL Comparto Ministeri del 16.2.1999, dell’art. 36 della Costituzione e degli
artt. 2107, 2108, 2126 c.c., e (primo motivo) degli artt. 2697 c.c. 414, 421, 434, 437
c.p.c.; la ricorrente assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto
non provata la violazione del principio di ragionevolezza dell’orario di lavoro, dolendosi
della mancata ammissione dei mezzi di prova richiesti (primo e terzo motivo);
sostiene che: anche al personale UNEP sono applicabili le disposizioni previste per i
pubblici dipendenti dal CCNL del Comparto Ministeri, attinenti all’orario di lavoro, ai
recuperi, ai riposi compensativi, ai turni di reperibilità; il D.P.R. n. 1229 del 1959,
abrogato dalla legislazione successiva, non contiene alcuna regolamentazione
dell’orario di lavoro e la disciplina contrattuale collettiva non potrebbe essere derogata
dal citato D.P.R.; l’art. 7 del CCNL del CCNL del 2002 si è limitato ad introdurre il
principio della massima flessibilità della prestazione lavorativa degli ufficiali giudiziari
facendo salve le disposizioni in punto di limiti dell’orario di lavoro; la Corte territoriale
avrebbe confuso l’orario di servizio dell’ufficio con l’orario di lavoro del personale
addetto; l’orario di lavoro non può essere in ogni caso superiore a 36 ore settimanali;
la disciplina contenuta nel D.Lgs. n. 66 del 2003, con riguardo alla durata dell’orario
settimanale, al riposo giornaliero, alle pause, al lavoro notturno, è applicabile anche al
personale UNEP, non essendo prevista alcuna esclusione per tale personale; la Corte
territoriale avrebbe omesso di considerare che: nell’Ufficio ove essa ricorrente
prestava servizio non esistevano “moduli operativi di servizio; la Amministrazione non
aveva mai contestato che essa ricorrente aveva prestato tra il 2000 ed il 2005 almeno
80 ore di lavoro settimanale; la Corte territoriale avrebbe di omesso di pronunciare
sulla domanda formulata ai sensi degli artt. 2107 e 2108 c.c. e del D. Lgs. n. 66 del
2003;
5.

che con il quarto motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c. 1 n. 3 e

n. 5 c.p.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 e 2059 c.c., per avere la
2

165 del 2001, dell’art. 7 della L. n. 28 del 1999, degli artt. 19 del CCNL Comparto

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Corte territoriale omesso di pronunciare sul diritto di essa ricorrente al risarcimento
dei danni ai sensi delle norme codicistiche invocate nella rubrica;
6.

che con il quinto motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c. 1 n. 3 e

n. 5 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art. 2041 c.c. per avere la Corte
territoriale, con motivazione apparente, ritenuto la azione di indebito arricchimento

7.

che le censure formulate nei primi tre motivi di ricorso correlate all’art. 360 c. 1

n. 3 c.p.c., da trattarsi congiuntamente per la connessione tra le argomentazioni che
le sorreggono, sono infondate alla luce dei principi affermati da questa Corte, ai quali
il Collegio ritiene dì dare continuità, secondo cui agli ufficiali giudiziari non si applicano
né le disposizioni in tema di orario di lavoro, previste dalla contrattazione collettiva
per i dipendenti del comparto Ministeri, in quanto l’attività del personale UNEP, come
disciplinata dal D.P.R. 15 dicembre 1959, n. 1229, è svincolata dai limiti dell’orario di
lavoro, con la corresponsione di una retribuzione non commisurata al tempo, ma al
numero e alla qualità degli atti compiuti, né le disposizioni di cui al d.lgs. 8 aprile
2003, n. 66 (Attuazione delle direttive 93/10 4/CE e 2000/ 34/CE concernenti taluni
aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro) il cui art. 2 ne esclude l’operatività
nell’ambito delle strutture giudiziarie, in ragione delle particolari esigenze inerenti al
servizio espletato (Cass. 15074/2014);
8.

che i motivi di ricorso in esame non prospettano argomenti che inducwo a

disattendere detto orientamento, al quale va data continuità, poiché le ragioni indicate
a fondamento del principio affermato, da intendersi qui richiamate ex art. 118 disp.
att. c.p.c., sono integralmente condivise dal Collegio;
9.

che la censura che addebita alla sentenza impugnata violazione dell’art. 2697

c.c. (primo motivo), non chiaramente sviluppata in conformità alla previsione
contenuta nell’art. 366 c.p.c. n. 4 c.p.c. (Cass. 24298/2016, 87/2016, 3010/2012,
5353/2007; Ord. 187/2014, 16308/2013), è infondata perché la Corte territoriale ha
rilevato che non risultava allegata in maniera specifica la misura del superamento in
concreto del modulo di servizio tempo per tempo assegnato;
10.

che le censure formulate nel primo, nel secondo e nel terzo motivo, nella parte

in cui addebitano alla Corte territoriale vizi motivazionali, sono inammissibili perché,
essendo correlate non a fatti storici ma a questioni giuridiche (la sentenza impugnata
è stata pubblicata il 15.12.2011), esorbitano dal perimetro del vizio di cui all’art. 360
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subordinata al requisito di sussidiarietà;

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c.1 n. 5 c.p.c. (Cass. 17761/2016, 21152/2014; Ord 2805/2011) e perché, al di là del
titolo delle rubriche, le doglianze sollecitano una nuova, inammissibile, lettura del
materiale istruttorio (Cass.SSU 24148/ 2013, 8054/2014; Cass. 1541/2016, 15208
/2014, 24148/2013, 21485/2011, 9043/2011, 20731/2007; 181214/2006,
3436/2005, 8718/2005);
che le censure che addebitano alla sentenza violazione del principio di

ragionevolezza dell’orario di lavoro sono infondate laddove denunciano la violazione
degli artt. 414, 420, 421, 437 c.p.c. (primo motivo), alla luce dei principi
ripetutamente affermati da questa Corte secondo cui il giudice del merito è libero di
scegliere se dare o meno ingresso alle prove richieste dalle parti e che la mancata
ammissione di una prova testimoniale non può essere sindacato in sede di legittimità,
salvo che le ragioni di tale mancato esercizio siano giustificate in modo palesemente
incongruo o contraddittorio (Cass. 12884/2016 1754 /2012, 16997 /2002), vizi che
non si rinvengono nella sentenza impugnata, nella quale è stata rilevata la mancanza
di specifiche deduzioni idonee a supportare la affermazione relativa all’avvenuto
superamento del limite della ragionevolezza; le censure sono inammissibili
12.

che sono infondate le censure che addebitano alla sentenza impugnata vizio di

omessa pronuncia (terzo motivo) perché la Corte territoriale ha esaminato la domanda
e l’ha rigettata; le censure sono inammissibili nella parte in cui, sotto l’apparente
violazione del vizio di violazione di legge e di vizi motivazionali, sollecitano un riesame
del merito della causa inammissibile in sede di legittimità (punto 10 prima parte di
questa sentenza);
13.

che è inammissibile la censura (terzo motivo) che addebita alla sentenza di non

avere considerato che l’Amministrazione non aveva contestato che la prestazione
lavorativa di essa ricorrente si era svolta per almeno 80 ore settimanali perchè non
supportata dalla allegazione degli atti del processo di merito (Cass. SSUU 8077/2012
e 22726/2011; Cass. 13713/2015, 19157/2012, 6937/2010);
14.

che il quarto motivo, che denuncia impropriamente come vizio ex art. 360, c. 1,

n. 3, e n. 5 c.p.c., quello che, eventualmente, si configura come “error in
procedendo”, è infondato perché dalle conclusioni formulate nel ricorso di primo
grado, luogo processuale in cui si definiscono irretrattabilmente, ai sensi degli art. 414
e 416 c.p.c., gli ambiti del “thema decidendum” e del “thema probandum” (Cass.
8700/2017, 10688/2016, 21176/2015, 26859/2013, 18207/2010; Ord. 22161/2015,
4

11.

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22641/2015), riportate nel ricorso di cassazione, non risulta proposta alcuna domanda
risarcitoria;
15.

che il quinto motivo è infondato nella parte in cui denuncia violazione dell’art.

2041 c.c. perché alla fattispecie dedotta in giudizio trova applicazione il principio,
condiviso dal Collegio, secondo cui la fattispecie dell’arricchimento ingiustificato è

dall’altra parte in assenza di un titolo giuridico valido ed efficace, non essendo
ipotizzabile l’applicazione della relativa disciplina con riferimento ad attività
professionale svolta da un lavoratore subordinato a favore del datore di lavoro,
quando sia accertato che la stessa sia riconducibile al contratto di lavoro subordinato,
salvo l’eventuale adeguamento della retribuzione ai sensi del primo comma dell’art. 36
Cost., per le particolari connotazioni quantitative e qualitative dell’attività svolta a
favore del datore di lavoro ( Cass. 17317/2012, 14215/2002, 1053/1995);
16.

che

il quinto motivo è inammissibile nella parte in cui denuncia vizi

motivazionali perché le doglianze sono riferite a questioni giuridiche e non a fatti
controversi; valgono al riguardo le considerazioni svolte nel punto 10 prima parte di
questa sentenza;
17.

che conclusivamente il ricorso va rigettato;

18.

che le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico della ricorrente per

il criterio legale della soccombenza.
P.Q.M.

La Corte
Rigetta il ricorso
Condanna la ricorrente alla refusione delle spese del giudizio di legittimità in favore
del Ministero, liquidate in C 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese prenotate
a debito.
Così deciso nell’ Adunanza Camerale del 28.9.2017

configurabile se il vantaggio di una parte consegue ad una prestazione effettuata

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