Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30199 del 27/10/2021

Cassazione civile sez. VI, 27/10/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 27/10/2021), n.30199

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 15350-2020 R.G., proposto da:

BEAR s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

C.A., rappresentata e difesa, per procura speciale in calce al

ricorso, dall’avv. Roberto CAPPIELLO, presso il cui indirizzo

telematico, roberto.cappiello.milano.pecavvocati.it, è

elettivamente domiciliata;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4239/17/2019 della Commissione Tributaria

Regionale della LOMBARDIA, depositata il 29/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 16/06/2021 dal Consigliere Lucio LUCIOTTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La BEAR s.r.l. ricorre con due motivi, cui replica l’Agenzia delle entrate con controricorso, per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata la quale, in controversia avente ad oggetto l’impugnazione di avviso di accertamento per IVA, IRES ed IRAP relativo all’anno d’imposta 2011, ha rigettato l’appello proposto dalla predetta società avverso la sfavorevole sentenza di primo grado sul presupposto che i canoni di leasing pagati dalla contribuente per l’immobile sito in (OMISSIS), stante l’uso promiscuo dello stesso, in quanto utilizzato sia come sede legale che come abitazione dei soci e della loro madre, costituissero costi solo parzialmente deducibili, al pari di quanto accaduto con riferimento al periodo di imposta precedente (anno 2010), in relazione al quale la società contribuente aveva aderito all’accertamento dell’ufficio; riteneva, inoltre, privo di valenza probatoria la fattura n. (OMISSIS) del 03/10/2016 emessa dalla Bear s.r.l. nei confronti di G.M.L. per l’importo complessivo di 26.000,00 Euro oltre IVA, per “Compenso per la prestazione di servizi resi a suo favore e dei suoi figli B. e C.A., per tutto l’anno 2011, per il godimento promiscuo dell’unità immobiliare in (OMISSIS)…”, in quanto, trattandosi di “fattura emessa distanza di cinque anni dell’anno di riferimento, non è chiaro chi l’abbia pagata e come sia stata contabilizzata dalla società” e da cui “non può certo inferirsi un diverso regime rispetto a quello dell’anno precedente”.

2. Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis c.p.c., risulta regolarmente costituito il contraddittorio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso la società ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza impugnata per difetto assoluto di motivazione, sub specie di motivazione apparente per avere la CTR deciso l’appello senza spiegare le valutazioni sottese alla conclusione cui era pervenuta di escludere la deducibilità di costi che comunque risultavano sostenuti dalla società e regolarmente contabilizzati.

2. Il Collegio ritiene che il motivo sia infondato e vada rigettato.

3. Invero, si è in presenza di una tipica fattispecie di “motivazione apparente”, allorquando la motivazione della sentenza impugnata, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente e, talora, anche contenutisticamente sovrabbondante, risulta, tuttavia, essere stata costruita in modo tale da rendere impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento decisorio, e quindi tale da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, (tra le altre: Cass., Sez. 1, 30 giugno 2020, n. 13248; v. anche Cass., Sez. U, Sentenza n. 22232 del 2016, Rv. 641526-01; conf. Cass., Sez. 6-5, Ordinanza n. 14927 del 2017).

4. Nel caso di specie, in cui è incontestato l’uso promiscuo dell’immobile condotto in leasing dalla società contribuente, per essere adibito sia a sede legale della società che ad abitazione del socio e dei suoi familiari, i giudici di appello, confermando la statuizione di primo grado, hanno ritenuto di escludere l’integrale deducibilità di quei costi sulla base di una indimostrata situazione di fatto variata rispetto a quella dell’anno d’imposta precedente (in cui la società contribuente aveva aderito all’accertamento dell’ufficio finanziario), escludendo che ciò potesse desumersi dalla fattura emessa nei confronti dei soggetti che utilizzavano l’immobile a fini abitativi a titolo di compenso per tale uso, ritenuta priva di valenza probatoria in quanto emessa (nel 2016) a distanza di cinque anni dall’anno di riferimento (2011) e senza che fosse chiaro come fosse stata contabilizzata dalla società e chi avesse pagato quell’importo.

5. Orbene, al di là di ogni considerazione sulla correttezza del decisum, che peraltro neanche è oggetto di contestazione, non si può ritenere che la sentenza impugnata sia insufficiente ed incoerente sul piano della logica giuridica, in quanto contiene una esposizione adeguata e chiara delle ragioni sottese al rigetto dell’appello.

6. E a ben vedere le censure che muove la ricorrente alla statuizione impugnata, là dove si sostiene l’irrilevanza, ai fini del riconoscimento o meno del costo, della contabilizzazione della fattura – peraltro regolarmente provata attraverso la produzione in giudizio della dichiarazione integrativa -, e del soggetto che era onerato del relativo pagamento, nonché del riferimento al “regime” attuato dalla società contribuente nell’anno d’imposta precedente, mirano a contestare il ragionamento decisorio ma sul piano della sua correttezza giuridica e della valutazione delle risultanze probatorie, che sono questioni che andavano diversamente dedotte, rispettivamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

7. Manifestamente infondato è anche il secondo motivo di ricorso con cui la ricorrente deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c. per avere la CTR omesso di pronunciarsi sulla questione, posta in via di eccezione, dell’inerenza del costo oggetto di ripresa a tassazione.

8. Infatti, diversamente da quanto sostiene la ricorrente, anche sotto il profilo dell’assenza sub specie di un rigetto implicito di detta eccezione, il contenuto motivazionale della sentenza impugnata è inequivocabilmente diretto ad escludere l’inerenza dei canoni di leasing pagati dalla società contribuente limitatamente a quella parte dell’immobile adibito ad abitazione del socio e dei suoi familiari. Invero, la CTR, confermando la statuizione di primo grado, la CTR ha riconosciuto la deducibilità del costo sostenuto dalla società contribuente solo per la parte dell’immobile adibita a sede legale della stessa. Anche in questo caso la ricorrente, là dove sostiene che la CTR si sarebbe posta in contrasto con la giurisprudenza di legittimità che riconosce l’inerenza del costo “anche se non correlato ad un ricavo specifico” (ricorso, pag. 15), avrebbe dovuto dedurre un error in iudicando ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

9. In estrema sintesi, il ricorso va rigettato con condanna della ricorrente alle spese processuali nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese processuali, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2021

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