Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30185 del 22/11/2018

Cassazione civile sez. III, 22/11/2018, (ud. 18/10/2018, dep. 22/11/2018), n.30185

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3787/2017 proposto da:

S.C., S.E.M.C., D.L.,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA GERMANICO 197, presso lo

studio dell’avvocato MARIA CRISTINA NAPOLEONI, che le rappresenta e

difende unitamente all’avvocato LIONEL CERESI giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.S., elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II 154, presso lo studio dell’avvocato LUIGI GIULIANO, che

la rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

R.P.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2773/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 30/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/10/2018 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI.

Fatto

RILEVATO

che:

D.L., S.E.M.C. e S.C., quali eredi di S.G., convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Milano M.S. e R.P. chiedendo declaratoria di simulazione parziale e di risoluzione per inadempimento del contratto con condanna alla restituzione dei beni di proprietà del loro dante causa ed in subordine il risarcimento del danno corrispondente al controvalore dei beni medesimi (Euro 640.000,00). Espose la parte attrice quanto segue: con scrittura privata di data 14 ottobre 2008 erano state cedute a M.S. nove opere d’arte apparentemente appartenenti a Me.An. per il prezzo di Euro 740.000,00; da una dichiarazione del 20 ottobre 2010 della Me. era emerso che cinque delle nove opere oggetto di compravendita erano di proprietà di S.G.; nonostante la consegna delle opere l’acquirente non aveva provveduto al pagamento del prezzo, sostenendo di avere regolato ogni questione attinente la vendita con il R.. Il Tribunale adito, ritenuto che non fosse stato domandato l’accertamento dell’esistenza della simulazione ma solo della non veridicità parziale dell’affermazione in contratto circa la proprietà in capo alla venditrice di alcune delle opere, rigettò la domanda. Avverso detta sentenza proposero appello le originarie attrici. Con sentenza di data 30 giugno 2016 la Corte d’appello di Milano rigettò l’appello.

Osservò la corte territoriale che, al di là del nomen iuris adoperato dalle attrici, la declaratoria domandata riguardava i non l’accertamento di una volontà contrattuale differente rispetto a quella dichiarata, ossia l’accertamento dell’interposizione fittizia di colei che risultava venditrice, ma solo la definizione di una caratteristica giuridica del bene diversa da quella risultante dalla scrittura ed in particolare la non veridicità della dichiarazione negoziale in relazione all’appartenenza di alcuni dipinti, falsità ideologica che non poteva automaticamente comportare che il reale proprietario fosse il contraente della compravendita dissimulata. Aggiunse che mai era stato chiesto nel corso della causa l’accertamento che venditore effettivo fosse lo S. e che il contratto concluso ben poteva riguardare cose altrui che sarebbero state trasferite all’acquirente allorquando la venditrice ne fosse diventata proprietaria. Osservò inoltre che dall’accertamento dell’appartenenza delle opere non poteva pervenirsi all’affermazione che il dante causa delle attrici avesse concluso la vendita e che le attrici avrebbero dovuto chiedere di accertare che gli effetti della vendita delle opere si erano prodotti direttamente nella sfera giuridica dello S., deducendo l’esistenza di un accordo simulatorio cui quest’ultimo aveva partecipato quale venditore. Concluse nel senso che la Me. non era litisconsorte necessaria.

Hanno proposto ricorso per cassazione D.L., S.E.M.C. e S.C., quali eredi di S.G., sulla base di cinque motivi e resiste con controricorso M.S.. E’ stato fissato il ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.. E’ stata presentata memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 99,112,113 e 183 c.p.c.. Osservano le ricorrenti che il fatto che fosse stato domandato l’accertamento della simulazione lo si evinceva non solo dalle conclusioni dell’atto di citazione (ed il contenuto delle difese di entrambi i convenuti confermava l’insussistenza di ambiguità nella natura dell’azione svolta), ma anche dalla memoria depositata ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 6, n. 1, nella quale si leggeva fra l’altro quanto segue: “si contesta che la convenuta sig.ra M. non conoscesse l’identità dell’alienante nel contratto di cui è causa”; “un contratto avente un’evidente infedeltà dichiarativa…con l’intento di celare una volontà sostanziale diversa”; “appare necessario, per il fine che ci riguarda, soffermarsi sulla controdichiarazione proveniente dalla sig.ra Me. datata 20 ottobre 2010”; “l’assunto dichiarato dalla simulata alienante, la sig.ra Me.An., che riconosce la proprietà di alcune opere in capo al sig. S., effettivo alienante nella compravendita parzialmente simulata, comprova l’accordo simulatorio delle parti”; “le parti hanno posto in essere una divergenza consapevole e concordata fra volontà (quella effettiva e palese) e dichiarazione (quindi fittizia, ma palese)”; “essendo la sig.ra M. parte consapevole dell’accordo simulato, è ammissibile far valere nei suoi confronti l’azione di simulazione parziale”; “la richiesta di chiamata in causa della simulata alienante nel contratto per cui è causa (questa è infatti proprietaria di quattro delle nove opere d’arte cedute) si è resa necessaria”. Aggiungono che l’effettivo contenuto sostanziale della pretesa azionata, oltre ad essere desumibile dalle conclusioni formulate con l’atto di citazione, è stato inequivocabilmente chiarito in tutti gli atti successivi ed in primo luogo nella memoria ai sensi dell’art. 183, comma 6, n. 1. Osservano inoltre che, anche laddove si ritengano le ulteriori precisazioni modificazione della domanda, si tratta di modifica consentita alla stregua di Cass. Sez. U. n. 12310 del 2015.

Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 102 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osservano le ricorrenti che Me.An. era litisconsorte necessaria, stante la proposta azione di simulazione, cui le azioni di risoluzione e restituzione erano meramente consequenziali.

Con il terzo motivo si denuncia violazione dell’art. 99 c.p.c., artt. 1414 c.c. e segg. e art. 1453 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osservano le ricorrenti che, essendo stato chiesto l’accertamento della qualità di parte dell’accordo simulatorio del loro dante causa, le eredi S. hanno titolo a far valere l’inadempimento contrattuale ed il risarcimento del danno.

Con il quarto motivo si denuncia il vizio di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., in relazione alla proposta azione di simulazione.

Con il quinto motivo si denuncia il vizio di extrapetizione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osservano le ricorrenti che la corte territoriale, assumendo che la pretesa avesse ad oggetto la vendita di cosa altrui, ha illegittimamente modificato la causa petendi.

I motivi, da valutare unitariamente in quanto connessi, sono fondati. Nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice del merito non è condizionato dalla formula adottata dalla parte, dovendo egli tenere conto, piuttosto, del contenuto sostanziale della pretesa così come desumibile dall’atto introduttivo del giudizio e dai successivi scritti difensivi, nonchè dalle eventuali precisazioni formulate nel corso del giudizio, dal provvedimento richiesto in concreto e dallo scopo cui la parte mira con la sua richiesta, senza altri limiti che quello di rispettare il principio della corrispondenza della pronuncia alla richiesta, e di non sostituire d’ufficio una diversa azione a quella formalmente proposta. Ove tale principio sia violato – e, quindi, venga denunziato un errore “in procedendo”, quale la pronunzia su di una domanda che si afferma diversa da quella inizialmente proposta – la Corte di cassazione ha il potere – dovere di procedere direttamente all’esame e all’interpretazione degli atti processuali e, in particolare, delle istanze e delle deduzioni delle parti (Cass. n. 2574 del 1999; n. 8107 del 2006; n. 6681 del 2000; 18064 del 2004).

L’accesso agli atti del processo di merito, consentito dalla natura processuale della violazione normativa denunciata, presuppone l’assolvimento dell’onere processuale di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, che nella specie risulta assolto.

Le ricorrenti hanno chiesto con l’atto di citazione in via prioritaria l’accertamento della parziale simulazione della scrittura privata. Nella memoria ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 6, n. 1, che in quanto precisazione della domanda e primo scritto difensivo successivo all’atto introduttivo è criterio privilegiato per l’identificazione del contenuto sostanziale della pretesa, le attrici hanno in più luoghi fatto riferimento ad una vicenda simulatoria che avrebbe visto il loro dante causa come la parte alienante nel contratto dissimulato per una porzione dell’oggetto della compravendita. La precisazione della domanda in tali termini rende evidente che il riferimento nel petitum alla simulazione da accertare non è un mero nomen iuris, ma corrisponde all’effettiva pretesa in senso sostanziale. Gli stessi riferimenti nell’atto introduttivo all’altruità della cosa compravenduta, che per il giudice di merito avrebbe il senso della mera allegazione di una vendita di cosa altrui e comunque della mera non appartenenza all’alienante di parte delle cose cedute, acquistano la loro effettiva portata alla luce delle deduzioni contenute nella prima memoria di trattazione della causa e ben si collocano, secondo una lettura non formalistica delle deduzioni della parte attrice, nel quadro dell’allegazione di una simulazione contrattuale. In tale contesto anche il riferimento nell’atto di citazione in sede di causa petendi (pag. 3) all’inadempimento contrattuale dell’acquirente milita nel senso dell’azione contrattuale passando per la qualificazione in termini di simulazione dell’operazione negoziale.

L’azione proposta in via principale è dunque di simulazione e per essa si impone l’integrazione del contraddittorio nei confronti del simulato alienante, litisconsorte necessario (fra le tante da ultimo Cass. n. 13145 del 2017). La mancata integrazione del contraddittorio vizia l’intero processo ed impone il rinvio della causa al giudice di primo grado (fra le tante da ultimo Cass. n. 6644 del 2019).

P.Q.M.

accoglie il ricorso; cassa la sentenza e rinvia al Tribunale di Milano, quale giudice di primo grado, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 novembre 2018

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