Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30180 del 26/10/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/10/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 26/10/2021), n.30180

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16978-2020 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– ricorrente –

contro

P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, LARGO ORAZI E

CURIAZI 3, presso lo studio dell’avvocato VITTORIO OLIVIERI,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARCELLO AUTERI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 252/13/2020 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA SICILIA, depositata il 20/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MICHELE

CATALDI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, avverso la sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Sicilia ha accolto l’appello di P.M. avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Catania, che aveva rigettato il ricorso del medesimo contribuente contro l’avviso d’accertamento emesso nei suoi confronti, per l’anno d’imposta 2008, in materia di Irpef, fondato sulla mancata dichiarazione di una plusvalenza conseguente alla vendita di un immobile.

Il contribuente aveva infatti sostenuto che, nel quinquennio intercorrente dall’acquisto dell’immobile successivamente alienato, aveva utilizzato quest’ultimo come abitazione principale, circostanza che, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 67, comma 1, lett. b), esclude che la plusvalenza realizzate mediante cessione a titolo oneroso del bene immobile acquistato da non più di cinque anni potesse configurare il reddito diverso imponibile oggetto della pretesa erariale.

Lo stesso contribuente si è costituito con controricorso.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo il ricorso erariale deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 67 e dell’art. 2697 c.c..

Nella sostanza, l’Ufficio censura la decisione impugnata per aver ritenuto che il contribuente avesse provato di aver adibito, nel periodo interessato, l’immobile in questione a propria abitazione principale, attraverso le dichiarazioni di terzi (un condomino dello stesso stabile e la sorella del controricorrente) e la produzione di documentazione che attestava la ricezione, da parte del P., della corrispondenza in loco.

Assume infatti la ricorrente che il giudice di merito avrebbe piuttosto dovuto considerare prevalente su tali dati fattuali quello della residenza anagrafica del contribuente, che non coincideva con l’immobile de quo.

Il motivo è infondato.

Infatti la giurisprudenza invocata dalla stessa ricorrente (cfr., in motivazione, Cass. n. 18963 del 2019, erroneamente indicata nel ricorso come n. 18936,) e la prassi (risoluzione n. 218/E/2008, citata nella sentenza impugnata) della medesima Amministrazione confermano l’ammissibilità, ai fini della prova dell’esistenza o meno della plusvalenza sub iudice) di elementi fattuali indiziari ai fini della dimostrazione dell’utilizzazione dell’immobile ad abitazione principale, anche a prescindere dalla residenza anagrafica.

Rileva, in particolare, la citata risoluzione che “qualora gli interpellanti siano in grado di provare, attraverso le modalità sopra esemplificate, che il familiare E F, a prescindere dalla residenza anagrafica, abbia utilizzato l’immobile come abitazione principale per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto e la vendita dell’immobile, l’operazione di cessione, effettuata prima del decorso del quinquennio, non comporterà l’assoggettamento a tassazione della plusvalenza realizzata.”.

Quanto poi alla rilevanza istruttoria delle dichiarazioni rese dai terzi, va ricordato che, in tema di processo tributario, al contribuente, oltre che all’Amministrazione finanziaria, è riconosciuta – in attuazione del principio del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU, a garanzia della parità delle armi e dell’attuazione del diritto di difesa – la possibilità di introdurre, nel giudizio dinanzi alle commissioni tributarie, dichiarazioni rese da terzi in sede extraprocessuale aventi, anche per il contribuente, il valore probatorio proprio degli elementi indiziari (Cass. Sez. 5 -, Sentenza n. 9903 del 27/05/2020, ex plurimis).

Infine, in ordine alla pretesa violazione dell’art. 2697 c.c., deve rilevarsi che in tema di ricorso per cassazione, essa si configura soltanto nell’ipotesi (non denunciata e non ricorrente nel caso di specie) in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni mentre, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunziare che il giudice, contraddicendo espressamente o implicitamente la regola posta da tale disposizione, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dall’art. 116 c.p.c. (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 26769 del 23/10/2018).

Invero, dal complesso del motivo si ricava che l’Agenzia ricorrente, pur denunciando formalmente la pretesa violazione di norme in tema di plusvalenza e di onere della prova, mira, nella sostanza del mezzo, ad una rivalutazione del ragionamento decisorio che ha portato il giudice del merito, sulla base dell’esame delle deduzioni e delle prove addotte dalle parti, a ritenere provato che l’abitazione è stata destinata nel periodo interessato ad abitazione principale del contribuente. Dunque la ricorrente, pur deducendo, apparentemente, una violazione di norme di legge, mira, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass., Sez. VI, 4 luglio 2017, n. 8758).

E’ infatti inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (Cass. Sez. U -, Sentenza n. 34476 del 27/12/2019).

2. Le spese seguono la soccombenza.

Rilevato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato, per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi

liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2021

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