Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30144 del 21/11/2018

Cassazione civile sez. VI, 21/11/2018, (ud. 06/11/2018, dep. 21/11/2018), n.30144

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – rel. Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14204-2016 proposto da:

D.V.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CREMERA 11,

presso lo studio dell’avvocato DOMENICO DI VITO, che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE MAZZINI 134,

presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2556/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 23 ottobre 2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 06 novembre 2018 dal Consigliere Relatore Dott.

ADRIANA DORONZO.

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza pubblicata in data 23 ottobre 2015, la Corte di appello di Bari, in sede di rinvio dalla Corte di cassazione, in applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, ha condannato Poste italiane s.p.a. a corrispondere a D.V.P. un’indennità onnicomprensiva pari a tre mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto in conseguenza della illegittimità del termine apposto ad un contratto di lavoro subordinato, dichiarata con sentenza della Corte d’appello barese del 25 gennaio 2010 (e depositata in data 15 febbraio 2010);

la Corte territoriale ha premesso che l’eccezione prospettata dal D.V., nella memoria difensiva nel giudizio di rinvio, di passaggio in giudicato della sentenza d’appello, per essere stata la notificazione del ricorso per cassazione effettuata da Poste italiane s.p.a. oltre il termine di cui all’art. 327 c.p.c., avrebbe dovuto essere proposta dinanzi al giudice di legittimità, sicchè, in mancanza di tale eccezione, la questione non poteva più essere delibata in sede di rinvio; ha quindi proceduto a riesaminare il profilo economico della controversia tenendo conto dello ius superveniens costituito L. n. 183 del 2010, art. 32, in forza del principio di diritto espresso dalla sentenza della Corte di cassazione;

contro la sentenza il D.V. propone ricorso per cassazione e formula tre motivi ai quali resiste con controricorso Poste italiane S.p.A.;

la proposta del relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. è stata comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale non partecipata;

il D.V. deposita memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il ricorso in esame, il D.V. censura: 1) l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, costituito dal non aver la Corte territoriale rilevato che l’eccezione del passaggio in giudicato della sentenza di appello era stata proposta dinanzi alla Corte di cassazione nel suo controricorso e riproposta nella memoria di costituzione nel giudizio di rinvio; tale omissione comportava l’annullamento della sentenza con la declaratoria del passaggio in giudicato della sentenza n. 423/2010 della corte d’appello barese; 2) la violazione dell’art. 115 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, per non aver la Corte territoriale considerato che Poste italiane non aveva mai contestato nè dinanzi alla Corte di cassazione nel giudizio rescindente nè in quello di rinvio l’avvenuto passaggio in giudicato della sentenza su indicata (n. 423/2010) così violando il principio di disponibilità delle prove e di non contestazione; 3) la violazione degli artt. 324 e 327 c.p.c. e art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360, n. 3, per non aver la Corte territoriale considerato che il primo tentativo di notificazione del ricorso per cassazione (avvenuto in data 10 febbraio 2011) non era andato a buon fine e quello successivo (del 24 febbraio 2011, quando ormai il termine ex art. 327 c.p.c. era già perento) costituiva un processo notificatorio autonomo, non essendo stato preceduto da una richiesta di rimessione in termine da parte di Poste italiane al giudice ad quem ed essendo l’errore relativo alla prima notificazione dipeso da negligenza del notificante, che non si era accertato dell’effettivo domicilio del difensore della controparte all’epoca della prima notificazione;

2. il primo e il secondo motivo, che si esaminano congiuntamente, sono inammissibili, restando così assorbito il terzo;

2.1. in disparte il rilievo che l’omesso esame di una domanda o una eccezione non è inquadrabile nello schema di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ma rientra piuttosto nell’art. 360, n. 4, integrando il vizio denunciato la violazione della norma processuale prevista nell’art. 112 c.p.c. (sulla differenza tra i due tipi di censura v. da ultimo, Cass. 22/01/2018, n. 1539 e Cass. 04/12/2014, n. 25714; v. pure, Cass. 7/5/2018, n. 10862, che ritiene ammissibile il motivo purchè esso rechi l’univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, riferimento questo presente nel ricorso), il motivo è inammissibile nella parte in cui il ricorrente non trascrive l’eccezione relativa al passaggio in giudicato della sentenza d’appello (cassata in parte dalla Corte di cassazione con la ordinanza n. 8897/2012) che avrebbe proposto in sede di legittimità, e ciò a fronte della espressa statuizione della corte territoriale, che ha ritenuto non proposta la detta eccezione; non deposita unitamente al ricorso per cassazione gli atti in cui essa sarebbe stata formulata nè fornisce precise indicazioni sulla esatta allocazione di tali atti nei fascicoli di parte o d’ufficio delle precedenti fasi del giudizio, apparendo del tutto generico al riguardo il rinvio al “fascicolo dell’odierno ricorrente, relativo al giudizio di riassunzione”: in tal modo la parte non assolve il duplice onere imposto, a pena di inammissibilità del ricorso, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, di indicare esattamente nell’atto introduttivo in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. Cass., 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass., 7 febbraio 2011, n. 2966);

2.2. tali oneri si impongono anche qualora si denunci, come nel caso in esame, un error in procedendo in cui il giudice di legittimità è giudice del fatto e gli è pertanto consentito l’esame diretto degli atti di causa: il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali è pur sempre condizionato all’adempimento da parte del ricorrente – a pena di inammissibilità, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi (Cass. Sez. Un. 22/5/2012, n. 8077; Cass. 04/07/2014, n. 15367);

2.3. nè al riguardo può invocarsi il principio di non contestazione poichè tale principio mira a selezionare i fatti bisognosi di istruzione probatoria in un ambito dominato dalla disponibilità delle parti, al quale è estranea la eventuale formazione del giudicato che attiene a principi di ordine pubblico e deve essere verificata anche d’ufficio (Cass. 01/03/2018, n. 4803; Cass. cfr. 17/05/2018, n. 12122);

il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del presente giudizio, nella misura liquidata in dispositivo;

poichè il ricorso è stato notificato in data successiva al 30 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano in Euro 4000,00 per compensi professionali e 200 per esborsi, oltre al rimborso forfettario delle spese generali nella misura del 15% e agli altri oneri accessori.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 6 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 21 novembre 2018

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