Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3012 del 10/02/2010

Cassazione civile sez. II, 10/02/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 10/02/2010), n.3012

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MALZONE Ennio – Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – rel. Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

CURATELA FALL GRANOLIVA SCARL P.I. (OMISSIS), in persona del

Curatore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA F.

CONFALONIERI 5, presso lo studio dell’avvocato MANZI ANDREA,

rappresentato e difeso dall’avvocato DI GIROLAMO CORRADO;

– ricorrente –

contro

ESA ENTE SVIL AGRICOLO C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato

in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 935/2003 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 22/10/2003;

udita la relazione cella causa svolta nella Udienza pubblica del

16/12/2009 dal Consigliere Dott. BURSESE Gaetano Antonio;

udito l’Avvocato ALBINI Carlo, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato DI GIROLAMO Corrado, difensore del ricorrente che ha

chiesto accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MARINELLI Vincenzo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

per quanto di ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato in data 18.10.96 la Curatela del Fallimento Soc. Coop. GRANOLIVA arl conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Marsala l’E.S.A. – Ente di Sviluppo Agricolo, deducendo che, con atto pubblico (OMISSIS) essa cooperativa cedeva all’ente convenuto a proprieta’ di un’area agricola sita in localita’ (OMISSIS), e che l’ESA, a sua volta, si obbligava ad ivi realizzare un oleificio, ed inoltre a cedere alla venditrice a titolo di corrispettivo la gestione dell’impianto stesso per la durata di 25 anni; che peraltro nonostante l’avvenuta ultimazione dell’opificio in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento, l’ente non aveva consegnato l’impianto in parola; cio’ premesso, la curatela chiedeva la condanna del convenuto al pagamento di una somma di danaro pari al valore venale del terreno ceduto, oltre ai risarcimento del danno, da determinarsi con riguardo alla mancata gestione venticinquennale dell’impianto stesso.

Radicatosi il contraddittorio, l’ESA chiedeva il rigetto delle domande assumendo che il ritardo nella consegna dell’impianto non era ad essa imputabile essendo dipeso da cause non ricollegabili al proprio operato (quali: ipoteche gravanti sull’immobile e lacune progettuali), il tribunale adito, con sentenza del 27 aprile – 13 giugno 2000 rigettava le domande della curatela, compensando le spese processuali.

Secondo il primo giudice, non era stata proposta da parte della curatela un’espressa domanda di risoluzione contrattuale, ne’ era stata allegata la prova dell’inadempimento dell’ente convenuto;

infine aveva ritenuto tardivamente proposta la domanda di risoluzione del contratto per impossibilita’ sopravvenuta ex art. 1463 c.c..

La suddetta decisione era appellata dalla curatela, che criticava il tribunale per aver considerata, contrariamente al vero, come non proposta la domanda di risoluzione del contratto, necessario presupposto per l’accoglimento delle proprie domande, domanda che invece era stata espressamente formulata fin dall’atto di citazione.

Resisteva l’ESA chiedendo il rigetto del gravame. L’adita Corte d’Appello di Palermo, con la sentenza n. 935/2003 respingeva l’appello, dichiarando interamente compensate le spese processuali.

Ribadiva che la domanda di risoluzione contrattuale non risultava essere stata proposta con l’atto introduttivo del giudizio; mentre la richiesta risoluzione per impossibilita’ sopravvenuta era stata tardivamente avanzata per la prima volta nella comparsa conclusionale del 2.9.99.

Avverso la suddetta pronuncia l’odierna ricorrente propone ricorso per cassazione sulla base di 3 mezzi: resiste con controricorso l’ESA; entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorrente, con il primo motivo, deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 99 c.p.c. degli artt. 2907, 1453 e 1458 c.c. e dei principi generali che disciplinano l’individuazione della domanda. Critica la sentenza impugnata per aver disatteso la tesi della curatela secondo cui la domanda di risoluzione del contratto per inadempimento ancorche’ non formalmente inserita nel petitum sebbene espressamente richiamata nel contesto dell’atto di citazione, avrebbe dovuto comunque ritenersi implicitamente formulata in quanto necessario presupposto del provvedimento richiesto con il petitum (restituzione del bene per equivalente e risarcimento del danno). La Corte siciliana aveva infatti erroneamente affermato che “… le domande risarcitorie proposte dalla curatela dinnanzi al primo giudice non presuppongono affatto il necessario esperimento dell’azione di risoluzione del contratto per inadempimento, facendo salvo l’art. 1453 c.c. in ogni caso il risarcimento del danno e ponendosi dette domande in un rapporto di assoluta autonomia rispetto a quella di risoluzione, benche’ presupposti di esse sia l’accertamento dell’inadempimento’. La doglianza e’ fondata.

Non vi e’ dubbio che il ragionamento della corte di merito per quanto attiene alla qualificazione detta domanda proposta e’ contraddittorio e si basa su di una incompleta e superficiale lettura dell’originaria citazione introduttiva, che non puo’ essere condivisa.

Secondo questa S.C. “… il giudice di merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non e’ tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali le domande medesime risultino contenute, dovendo, per converso, aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, si’ come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, mentre incorre nel vizio di omesso esame ove limiti la sua pronuncia in relazione alla sola prospettazione letterale della pretesa, trascurando la ricerca dell’effettivo suo contenuto sostanziale. In particolare il giudice non puo’ prescindere dal considerare che anche un’istanza non espressa puo’ ritenersi implicitamente formulata se in rapporto di connessione con il petitum e la causa pretendi. (Cass., n. 22665 del 02/12/2004; Cass. n. 19331 del 17/09/2007).

Cio’ premesso, nel contenuto della domanda originaria viene fatto espresso riferimento alla domanda di risoluzione del contratto per inadempimento dell’ente convenuto (“…Conseguentemente va ritenuto inadempiente all’obbligo contratto l’ente convenuto ed il curatore, subentrato nell’esercizio del complesso dei diritti patrimoniali facenti capo alla fallita, (e’) legittimato a chiedere la risoluzione del contratto del (OMISSIS)); pertanto e’ evidente che le domande risarcitorie proposte in sede conclusiva presuppongono necessariamente quella di risoluzione del rapporto contrattuale, domanda questa che quindi deve ritenersi proposta anche se non con la formula “sacramentale” (quantomeno come domanda giudiziale implicita : Cass. n. 23819 del 16/11/2007).

Con il 2 motivo la curatela deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 99 c.p.c. e degli artt. 2907 e 1463 c.c.. Lamenta che la sentenza impugnata abbia erroneamente ritenuto che neppure la domanda di risoluzione contrattuale per impossibilita’ sopravvenuta della prestazione era stata tempestivamente dedotta in giudizio, essendo stata formulata per la prima volta nella comparsa conclusionale del 2 settembre 1999 e quindi correttamente ritenuta tardiva dal 1 giudice.

La doglianza e’ fondata. L’assunto non puo’ essere condiviso in quanto tale domanda era stata dedotta gia’ nell’atto di citazione (pag. 4) per cui non puo’ definirsi tardiva. Si legge infatti a pag.

4 dell’atto introduttivo del giudizio :….” per completezza difensiva va considerata l’ipotesi che possa ritenersi sussistere un’impossibilita’ sopravvenuta dell’ESA ad adempiere la propria prestazione per effetto del fallimento della cooperativa. Una tale ipotesi non sembra praticabile in quanto nel rispetto dei termini contrattuali la consegna dell’opificio alla cooperativa avrebbe dovuto essere eseguita ben prima del fallimento. E tuttavia anche in tale ipotesi rimane l’obbligo dell’ESA di restituire la prestazione per equivalente”. Tale prestazione in relazione all’impossibilita’ sopravvenuta poteva avvenire solo per equivalente (tantundem), per cui correttamente in sede di conclusioni la curatela ha coerentemente richiesto la condanna del convenuto al pagamento di una somma di danaro pari al valore attuale del terreno, con gli interessi legali.

Con il 3 motivo la ricorrente ripropone le precedenti censure sotto il profilo della motivazione contraddittoria ed insufficiente. Rileva che la Corte avrebbe attribuito al contenuto dell’atto di citazione un significato “fuori dal senso comune” e del tutto inconciliabile con le “comuni regole di ermeneutica di un testo di lingua italiana”.

La doglianza e’ fondata, qui richiamate le argomentazioni sopra svolte.

Infine con il 4 motivo si denunzia la motivazione contraddittoria e insufficiente, avendo il giudice a quo erroneamente ritenuto che l’appellante non aveva censurato il capo della sentenza del tribunale che aveva escluso che vi fosse stato l’inadempimento da parte dell’ESA, cio’ che era smentito per tabulas dal tenore dell’atto d’appello nel quale si e’ insistito circa l’inadempimento ascrivibile all’ESA. Anche tale doglianza e’ fondata. Invero a pag. 6 della citazione in appello, l’appellante si sofferma ex professo sull’inadempimento dell’ente convenuto, ravvisabile sia sotto il profilo della mancata cessione dell’impianto, sia sotto il profilo “dell’ingiustificato e colpevole ritardo nell’esecuzione della propria prestazione” e proprio sulla base di tale giuridico presupposto esso fonda la propria domanda precisata in sede di richieste conclusive.

Conclusivamente il ricorso va accolto nei limiti come sopra precisati, con la conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio della causa anche per le spese di questo giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Palermo.

P.Q.M.

LA CORTE Accoglie i ricorso per quanto in motivazione; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese di questo giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Palermo.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2010

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