Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3010 del 09/02/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/02/2021, (ud. 12/11/2020, dep. 09/02/2021), n.3010

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27201-2018 proposto da:

L.M.A., T.P., R.L., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA A. GRAMSCI, 54, presso lo studio

dell’avvocato GIUSEPPE RIZZO, che li rappresenta e difende per

procura apposta in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende ex lege;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1161/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. ROSSETTI

MARCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2013 L.M.A., R.L. e T.P. convennero dinanzi al Tribunale di Roma la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’istruzione e il Ministero della Salute, chiedendone la condanna al risarcimento del danno da essi patito in conseguenza della tardiva attuazione, da parte dello Stato italiano, delle direttive comunitarie sul reciproco riconoscimento dei diplomi di specializzazione in medicina (Direttiva 75/362/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975 e Direttiva 75/363/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, come modificate dalla Direttiva 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982), le quali avevano imposto agli Stati membri di erogare ai frequentanti le scuole di specializzazione in medicina una adeguata remunerazione.

Dedussero di avere frequentato la scuola di specializzazione posi lauream in anni compresi tra il 1983 e il 1990, e di non avere ricevuto per l’attività svolta in quegli anni alcun compenso, nonostante la (in allora) Comunità Economica Europea sin dal 1982 avesse imposto agli Stati membri l’obbligo di remunerare i laureati in medicina durante la frequentazione delle scuole di specializzazione.

2. Sia il Tribunale di Roma (con sentenza 12.5.2016 n. 9960) che la Corte d’appello di Roma (con sentenza 20.2.2018 n. 1161) ritennero prescritto il diritto, per essere decorso oltre un decennio tra la data di introduzione del giudizio (come s’è detto, il 2013), e quella in cui il diritto poteva essere fatto valere (individuata nel 27.10.1999, e cioè nella data di entrata in vigore della L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11, sul presupposto che solo con tale legge l’inadempimento dello Stato all’obbligo di dare attuazione alle suddette direttive divenne definitivo, e dunque fosse cessata la situazione di “permanenza” nel tempo del suddetto inadempimento).

3. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da L.M.A., R.L. e T.P., con ricorso fondato su tre motivi.

Ha resistito con controricorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo i ricorrenti invocano la “nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 per erronea applicazione della L. n. 370 del 1999”. Al di là di tale intitolazione formale, nella illustrazione del motivo si censura la sentenza d’appello nella parte in cui ha ritenuto di ravvisare l’exordium praescriptionis del diritto al risarcimento del danno nella data di entrata in vigore della L. n. 370 del 1999.

Nella illustrazione del motivo, dopo avere dato conto delle oscillazioni giurisprudenziali circa l’individuazione del dies a quo di decorrenza della prescrizione del diritto al risarcimento del danno da tardiva attuazione delle direttive 75/362 e 75/363, i ricorrenti formulano una articolata tesi così riassumibile:

a) i diritti attribuiti ai singoli dall’ordinamento comunitario, così come il diritto al risarcimento del danno da mancata attuazione di norme comunitarie, sono anch’essi soggetti a prescrizione;

b) tuttavia la Corte di giustizia dell’Unione Europea, in numerose decisioni, ha stabilito che lo Stato inadempiente non possa opporre la prescrizione all’avente diritto, quando sia stato proprio lui a generare una situazione di incertezza giuridica, tale da provocare la tardività della domanda;

c) nel caso di specie, tale situazione di incertezza è perdurata sino all’entrata in vigore della L. 23 dicembre 2005, n. 266, la quale soltanto ha dato definitiva sistemazione alla materia (così il ricorso, p. 14; deve tuttavia rilevarsi che poco prima, a p. 9, nel ricorso si afferma che il dies a quo della prescrizione andrebbe individuato nel 20.10.2007, data di scadenza dell’obbligo dello Stato italiano di dare attuazione alla direttiva 2005/36/CE, la quale aveva abrogato le precedenti direttive 93/16 e 82/76).

Aggiungono, poi, i ricorrenti che in ogni caso la prescrizione del diritto al risarcimento da essi vantato non sarebbe potuta comunque decorrere se non a partire dal momento in cui poterono avere contezza di avere subito un danno, “essendo oggettivamente ed assolutamente difficile ipotizzare l’onere per il cittadino di rendersi conto dell’inadempimento statale ovvero della natura anticomunitaria di una eventuale norma” (così il ricorso, p. 19).

A sostegno delle proprie tesi, infine, i ricorrenti invocano l’opinione della dottrina e varie iniziative legislative parlamentari.

1.2. Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., alla luce del consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui “il diritto al risarcimento del danno da tardiva od incompleta trasposizione nell’ordinamento interno – realizzata solo con il D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 – delle direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76/ CEE, relative al compenso in favore dei medici ammessi ai corsi di specializzazione universitari, si prescrive (..) nel termine decennale decorrente dalla data di entrata in vigore (27 ottobre 1999) della L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 ha riconosciuto il diritto ad una borsa di studio soltanto in favore di quanti, tra costoro, risultavano beneficiari delle sentenze irrevocabili emesse dal giudice amministrativo (così Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 6606 del 20/03/2014, Rv. 630184 – 01; nello stesso senso, ex multis, Sez. L, Ordinanza n. 18961 del 11/09/2020; Sez. 6 – L, Ordinanza n. 14112 del 07/07/2020; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 13281 del 1/07/2020; Sez. 3 -, Ordinanza n. 13758 del 31/05/2018, Rv. 649044 – 01; Sez. 3 -, Sentenza n. 23199 del 15/11/2016, Rv. 642976 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 16104 del 26/06/2013, Rv. 626903 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 17868 del 31/08/2011, Rv. 619357 – 01).

1.3. Il principio appena ricordato non solo non collide, ma anzi è puntualmente conforme all’orientamento espresso dalla Corte di Giustizia nella sentenza Emmott (CGUE, sentenza 19.5.2011, in causa C-452/09), nella quale si è affermato che:

(a) lo Stato inadempiente nell’attuazione di una direttiva comunitaria, se convenuto in giudizio da chi domandi il risarcimento del danno causato dalla tardiva attuazione di quella direttiva, ben può opporre all’attore l’eccezione di prescrizione, se non fu lo Stato con il suo comportamento a causare la tardività del ricorso:

(b) l’accertamento da parte della Corte di giustizia della violazione del diritto dell’Unione Europea è ininfluente sul dies a quo del termine di prescrizione, allorchè detta violazione è fuori di dubbio (come già ritenuto da questa Corte: Sez. 3, Sentenza n. 17868 del 31/08/2011, Rv. 619357 – 01).

E nella vicenda oggi in esame l’inadempimento dello Stato all’obbligo di remunerare la frequentazione delle scuole di specializzazione non era nè dubitabile, nè incerto.

Come noto la (allora) Comunità Europea nel 1975 volle dettare norme uniformi per “agevolare l’esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei serviti di medico”, e lo fece con due direttive coeve: la direttiva 75/362/CEE e la direttiva 75/363/CEE, ambedue del 16.6.1975.

La prima sancì l’obbligo per gli Stati membri di riconoscere l’efficacia giuridica dei diplomi rilasciati dagli altri Stati membri per l’esercizio della professione di medico; la seconda dettò i requisiti minimi necessari affinchè il suddetto riconoscimento potesse avvenire, tra i quali la durata minima del corso di laurea e la frequentazione a tempo pieno di una “formazione specializzata”.

L’una e l’altra di tali direttive vennero modificate qualche anno dopo dalla Direttiva 82/76/CEE del Consiglio, del 26 gennaio 1982.

L’art. 13 di tale ultima direttiva aggiunse alla Direttiva 75/363/CEE un “Allegato”, contenente le “caratteristiche della formnione a tempo pieno (..) dei medici Jpecialisti”.

L’art. 1, comma 3, ultimo periodo, di tale allegato sancì il principio per cui la formazione professionale “forma oggetto di una adeguata rerminernione”

La direttiva 82/76/CEE venne approvata dal Consiglio il 26.1.1982; venne notificata agli Stati membri (e quindi entrò in vigore) il 29.1.1982, e venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee n. L43 del 15.2.1982; l’art. 16 della medesima direttiva imponeva agli Stati membri di conformarvisi “entro e non oltre il 31 dicembre 1982”.

Pertanto:

(a) l’ordinamento comunitario attribuì ai medici specializzandi il diritto alla retribuzione in modo chiaro ed inequivoco a far data dal 29.1.1982;

(b) altrettanto chiara ed inequivoca era la previsione secondo cui gli Stati membri avevano tempo sino al 31.12.1982 dello stesso anno per dare attuazione al precetto comunitario;

(c) che lo Stato italiano non avesse rispettato tale obbligo era questione non dubitabile, non discutibile, non opinabile, e risultante per di più ictu oculi.

E’ dunque insostenibile la tesi invocata dai ricorrenti, secondo cui in subiecta materia essi non avrebbero potuto sapere nè di avere un diritto scaturente dall’ordinamento comunitario, nè che quel diritto venne violato dallo Stato italiano.

1.4. Nè può condividersi la tesi, pure sostenuta dai ricorrenti, secondo cui la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da tardiva attuazione della Direttiva 1982/76 non avrebbe potuto cominciare a decorrere se non a partire dal momento di definitiva adozione dei provvedimenti normativi che finalmente stabilirono in via definitiva la misura della remunerazione dovuta ai frequentanti le scuole di specializzazione.

Il diritto fatto valere in questa sede infatti non è il diritto alla remunerazione, ma il diritto al risarcimento del danno da tardiva attuazione della direttiva che prevedeva quella remunerazione.

Ed il diritto al risarcimento del danno aquiliano di cui qui si discorre poteva essere esercitato ovviamente anche in assenza di qualsiasi norma che disciplinasse la misura della remunerazione, giacchè la liquidazione del danno non a quelle norme sarebbe stata soggetta, ma solo all’art. 1226 c.c..

2. Il secondo motivo.

Col secondo motivo i ricorrenti lamentano la “nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, per violazione della L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 4, comma 43, oltre che dell’art. 2935 c.c..

Nella illustrazione del motivo si sostiene che la Corte d’appello avrebbe violato le suddette norme in quanto la L. n. 183 del 2011, art. 4, comma 43, con previsione analoga a quella dell’art. 2935 c.c., avrebbe stabilito che la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da tardiva attuazione d’una direttiva comunitaria non potrebbe decorrere se non da quando il danneggiato possa avere la “percezione e conoscibilità dell’avverarsi del fatto illecito.

2.1. Il motivo è manifestamente infondato.

In primo luogo lo è perchè la L. n. 183 del 2011, art. 4, comma 43, non è norma retroattiva, e dunque non avrebbe potuto far risorgere, ora per allora, un diritto già prescritto al momento della sua. entrata in vigore. Quella norma non può dunque dirsi violata in primo luogo perchè non poteva trovare applicazione nel caso di specie.

In secondo luogo il motivo è infondato perchè la L. n. 183 del 2011, art. 4, comma 43, è norma che, se fosse stata applicabile al caso di specie, avrebbe nuociuto, piuttosto che giovato, alla pretesa attorea.

Tale norma stabilisce infatti: “la prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da mancato recepimento nell’ordinamento dello Stato di direttive o altri provvedimenti obbligatori comunitari (…) decorre dalla data in cui il fatto, dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato”.

E nel caso di specie il “Atto dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita” fu la frequentazione della scuola di specializzazione.

3. Il terzo motivo.

Col terzo motivo i ricorrenti lamentano “la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa il fatto controverso e decisivo per il giudizio della corretta applicazione delle direttive Europee”.

Nella illustrazione del motivo, ad onta di tale intitolazione, in sostanza si deduce che la Corte d’appello avrebbe erroneamente richiamato, a fondamento della propria decisione, la sentenza di questa corte 2 settembre 2015 n. 17434; sostengono i ricorrenti che tale sentenza non avrebbe affatto affermato che la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da tardiva attuazione della direttiva comunitaria in materia di specializzazione decorrerebbe dal 1999.

3.1. Il motivo è inammissibile per difetto di decisività.

Infatti, per quanto già detto, la sentenza impugnata è comunque conforme a diritto nella parte in cui ha individuato l’exordium praescriptionis nella data del 27 ottobre 1999, in conformità alla giurisprudenza consolidata di questa Corte. Nulla rileva, pertanto, se a fondamento della propria decisione la Cotte d’appello abbia invocato precedenti giurisprudenziali pertinenti o non pertinenti.

4. Le spese.

4.1. La qualità delle parti, l’ampio contenzioso sviluppatosi in subiecta materia, la circostanza oggettiva dell’effettiva sussistenza dell’inadempimento ultraventennale dello Stato italiano agli obblighi comunitari imposti dalle direttive sul reciproco riconoscimento dei titoli accademici, costituiscono altrettante valide ragioni per compensare tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

4.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

la Corte di cassazione:

(-) rigetta il ricorso;

(-) compensa integralmente tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di L.M.A., R.L. e T.P., in solido, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, il 12 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2021

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