Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3009 del 01/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 01/02/2022, (ud. 15/12/2021, dep. 01/02/2022), n.3009

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22388-2020 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VALADIER 43,

presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI ROMANO, rappresentato e

difeso dall’avvocato FRANCO SARRACINO;

– ricorrente –

contro

COMUNE di BENEVENTO, in persona del Sindaco pro tempore, domiciliato

presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR,

ROMA, rappresentato e difeso dagli avvocati VINCENZO CATALANO, MARCO

DRESDA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 9225/24/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA CAMPANIA, depositata il 06/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 15/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MICHELE

CATALDI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. S.A. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, avverso la sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Campania ha rigettato il suo appello avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Benevento, che aveva rigettato parzialmente, dopo averli riuniti, i ricorsi del medesimo contribuente contro gli avvisi d’accertamento emessi in materia Imu nei suoi confronti, per gli anno d’imposta 2013 e 2014, dal Comune di Benevento.

L’ente territoriale si è costituito con controricorso.

Il ricorrente ha prodotto memoria.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo il contribuente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione la falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1; della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 162; dell’art. 2697 c.c..

Assume infatti il ricorrente che il giudice a quo avrebbe errato nell’escludere che gli avvisi d’accertamento fossero nulli per vizio della loro motivazione, non essendo ad essi allegata la “ricerca di mercato” richiamata, con riferimento alla determinazione di un coefficiente (la “percentuale di permuta”) dalla relazione tecnica allegata alla delibera consiliare del Comune di Benevento n. 35 del 2013, recante la classificazione delle aree fabbricabili per l’applicazione dell’Imu.

Il motivo è infondato.

Invero, come ha rilevato la CTR nella motivazione della sentenza impugnata, “In tema di imposta comunale sugli immobili (ICI), l’avviso d’accertamento che fa riferimento alla delibera della giunta comunale contenente la determinazione dei valori minimi delle aree edificabili, comprensiva di quella oggetto di imposizione, deve ritenersi sufficientemente motivato in quanto richiamante un atto di contenuto generale avente valore presuntivo e da ritenersi conosciuto (o conoscibile) dal contribuente, spettando a quest’ultimo l’onere di fornire elementi oggettivi (eventualmente anche a mezzo perizia di parte) sul minor valore dell’area edificabile rispetto a quello accertato dall’ufficio ” (Cass. 04/07/2014, n. 15327).

Infatti, lo statuto del contribuente, art. 7, comma 1, nel prevedere che debba essere allegato all’atto dell’amministrazione finanziaria ogni documento da esso richiamato in motivazione, si riferisce esclusivamente agli atti di cui il contribuente non abbia già integrale e legale conoscenza e che, comunque, non siano quanto meno conoscibili dal contribuente destinatario dell’avviso. L’obbligo non comprende pertanto gli atti sottoposti a pubblicità legale (Cass. 19/12/2014, n. 27055, in motivazione; Cass. Sez. 5 -, Ordinanza n. 593 del 15/01/2021, in motivazione, ex plurimis), quale la delibera comunale in questione (ed i relativi allegati in essa espressamente menzionati, ovvero la relazione tecnica).

In ordine poi all’estensione dell’obbligo di motivazione dell’atto impositivo, e quindi dell’area rispetto alla quale deve estendersi la valutazione di conoscibilità da parte del contribuente, questa Corte ha già avuto modo di precisare che l’avviso di accertamento soddisfa l’obbligo di motivazione, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 56, ogni qualvolta l’Amministrazione abbia posto il contribuente in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali e, quindi, di contestarne efficacemente l'”an” ed il “quantum debeatur” (…) senza che l’Amministrazione sia tenuta ad includervi notizia delle prove poste a fondamento del verificarsi di taluni fatti o a riportarne, sia pur sinteticamente, il contenuto. (Cass. Sez. 5 -, Sentenza n. 27800 del 30/10/2019; conformi Cass. Sez. 5 -, Ordinanza n. 20428 del 28/09/2020; Cass. Sez. Sez. 5 -, Sentenza n. 6524 del 09/03/2020, ex plurimis).

Nel caso di specie, pertanto, in base ai principi appena richiamati, la conoscibilità della delibera in questione già assicurava al contribuente la possibilità di conoscere agevolmente, senza ritardo per la propria difesa in giudizio, i criteri sui quali si fondavano gli accertamenti. Tanto più tale possibilità- ex se già sufficiente a legittimare gli atti impositivi – era garantita, nel caso di specie, dall’incontestata conoscibilità anche della relazione tecnica allegata alla medesima delibera, atto invero di natura preparatoria ed istruttoria rispetto a quest’ultimo provvedimento consiliare ed agli accertamenti che ne hanno fatto applicazione.

Date tali premesse, la conoscibilità dell’origine di un singolo e specifico coefficiente utilizzato dalla relazione tecnica allegata alla delibera di quest’ultima non incide sulla validità della motivazione degli atti impositivi, di per sé idonea a rendere noti al contribuente gli elementi costitutivi del presupposto dell’imposizione ed i criteri che hanno condotto alla determinazione della pretesa erariale.

Piuttosto, la contestazione del contribuente in ordine alla mancata individuazione di una fonte tecnica di tale specifico coefficiente, e di conseguenza in merito alla coerenza dell’utilizzo di quest’ultimo nella quantificazione dell’imponibile, attinge la plausibilità tecnica e valutativa della stima operata dall’Ufficio, ed appartiene dunque alla dimensione istruttoria della pretesa erariale, ed al merito del relativo giudizio, non interagendo invece sul piano della validità formale degli accertamenti impugnati, per preteso vizio delle loro motivazioni, che hanno applicato i criteri indicati nella stessa delibera, conoscibili dal contribuente.

Il ricorso è altresì infondato nella parte in cui, con riferimento alla medesima censura, invoca la lesione dell’art. 2697 c.c..

Infatti, in tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 2697 c.c., si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni mentre, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunziare che il giudice, contraddicendo espressamente o implicitamente la regola posta da tale disposizione, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dall’art. 116 c.p.c. (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 26769 del 23/10/2018).

Nel caso di specie il motivo non evidenzia la inequivoca denuncia di una pretesa inversione dell’attribuzione dell’onere della prova, che peraltro la CTR non ha comunque compiuto, avendo dato atto che in fatto ed in diritto sussistevano i presupposti dell’imposizione, peraltro solo nei limiti nei quali essi erano stati valutati dalle perizie di parte depositate dallo stesso contribuente, che hanno infatti condotto al parziale accoglimento dell’appello.

In ogni caso, ferma l’infondatezza del motivo così come proposto, l’estensione di quest’ultimo anche al merito della valutazione operata dalla CTR sarebbe inammissibile, in relazione alla denuncia della sola censura di violazione di legge e, comunque, in considerazione della stessa natura del giudizio di legittimità, cui è estranea la rivalutazione dei fatti. Limite tanto più cogente nel caso di specie, nel quale, in punto di fatto, in ordine alla concreta determinazione dell’imponibile, concordano le sentenze di primo e di secondo grado.

Infatti, nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5, (applicabile, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo riformulato dal citato D.L. n. 83, art. 54, comma 3, ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse. (Cass. “Sez. 1 -, Sentenza n. 26774 del 22/12/2016).

Il ricorso sub iudice non integra tale requisito.

2. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.400,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2022

 

 

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