Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30081 del 14/12/2017


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Civile Ord. Sez. L Num. 30081 Anno 2017
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: DE FELICE ALFONSINA

ORDINANZA

sul ricorso 18152-2012 proposto da:
MARRONE CLARA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato
DOMENICO MARIA ARLINI, rappresentata e difesa
dall’avvocato LORENZO GIULIANI, giusta delega in
atti;
– ricorrentécontro

2017
3237

COMUNE PINETO, in persona del Sindaco pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ENRICO ACCINNI
63, presso lo studio dell’avvocato ACHILLE CARONE
FABIANI, rappresentato e difeso dall’avvocato PIETRO
REFERZA, giusta delega in atti;

Data pubblicazione: 14/12/2017

- controricorrente

avverso la sentenza n. 411/2012 della CORTE D’APPELLO

di L’AQUILA, depositata il 16/04/2012 R.G.N. 704/11.

R.G. 18152/2012

CONSIDERATO

Che la Corte d’Appello di L’Aquila, con sentenza in data 16/04/2012, in
riforma della decisione del Tribunale di Teramo n.692/2010, aveva rigettato il

quale aveva dedotto di essere stata pretermessa da una regolare procedura
per l’assunzione da parte del Comune di Pineto, nei livelli retributivo-funzionali
per i quali non era richiesto il titolo di studio superiore a quello della scuola
dell’obbligo.
Che, la sentenza d’appello aveva accertato la correttezza della condotta del
Comune e la legittimità della stabilizzazione, da parte di quest’ultimo, per la
copertura di altrettante posizioni vacanti in organico, di dieci LSU individuati
tra i lavoratori che già si occupavano di pulizia di aree pubbliche, di
manutenzione del patrimonio comunale e del verde pubblico e il cui utilizzo
sarebbe cessato entro il 31/12/2001.
Che la Corte territoriale aveva ritenuto corretto il

modus operandi del

Comune, perché attuativo della deroga, all’attivazione di procedure
concorsuali, contenuta nell’art. 78, co.6, I. n.388/2000, la quale, come chiarito
anche dalla successiva Circ. Min. Lav. n.764/2001, aveva inteso rafforzare gli
interventi di stabilizzazione dei soggetti cd. transitori ammessi al
proseguimento delle attività socialmente utili che risultavano alla data di
emanazione della legge ancora attivi in tal senso, e che la predetta deroga si
riferiva esclusivamente ai livelli retributivo – funzionali per i quali non fosse
richiesto un titolo di studio superiore a quello della scuola dell’obbligo, ai quali
non apparteneva la ricorrente, inquadrata quale collaboratore amministrativo.
Che avverso tale decisione interpone ricorso in Cassazione Clara Marrone
con due censure, cui resiste con tempestivo controricorso il Comune di Pineto.

‘Q?”1′

ricorso di Clara Marrone, LSU con qualifica di collaboratore amministrativo, la

RITENUTO

Che con la prima censura parte ricorrente deduce violazione e falsa
applicazione dell’art. 102 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360, co.1, nn. 3 e
n. 4 del codice di rito. Che il ricorso in primo grado era stato proposto da altra
lavoratrice (Cinzia Laghezza) che si trovava nella medesima situazione, mentre

ordine al quantum della pretesa risarcitoria, quantificata dal Tribunale di
Teramo nella misura di Euro 10000 per ciascuna lavoratrice, oltre rivalutazione
ed interessi, Clara Marrone aveva presentato ricorso in appello, notificato al
Comune e a Cinzia Laghezza, ricorrente principale in primo grado. Che la
Marrone prospetta che il Comune resistente, nel presentare ricorso incidentale
in grado d’Appello, avesse mancato di notificare tale atto a Cinzia Laghezza,
violando le regole del contraddittorio in tema di litisconsorzio necessario. Che il
ricorrente, deduce la nullità della sentenza gravata, avendo, la stessa accolto
l’appello incidentale, nonostante il Comune di Pineto non avesse notificato tale
atto processuale, anche alla ricorrente principale in primo grado, oltre che
all’appellante (e unica resistente nell’appello incidentale).
Che la prima censura è inammissibile.
Che essa difetta di autosufficienza, in quanto la ricorrente non indica
specificamente a questa Corte, come avrebbe dovuto, gli atti e i documenti
posti a fondamento della censura, né indica in quale sede processuale i
documenti individuati nel ricorso risultino prodotti. Che inoltre, quando la
sentenza gravata è censurata, come nel caso controverso, per vizio
procedurale – il che postula in capo al Giudice di legittimità l’esercizio del
potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito – il principio di
autosufficienza assume una valenza ancor più stringente. Che, secondo la
giurisprudenza di questa Corte, infatti, in tale ipotesi la censura supera il vaglio
di autosufficienza solo qualora la parte abbia riportato gli elementi e i
riferimenti atti a individuare nei suoi termini esatti, e non genericamente, il
vizio processuale dedotto, in modo da consentire alla Corte di effettuare senza compiere generali verifiche – il controllo del corretto svolgersi dell’iter

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nel medesimo giudizio Clara Marrone risultava interveniente volontaria. Che, in

processuale. Che il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione,
nell’accezione ivi considerata, non ammette il mero rinvio per relationem agli
atti della fase del merito, non essendo legittimato, il giudice di legittimità a
procedere a una loro autonoma ricerca, ma solo a una verifica degli stessi
(Cass. n.2771/2017; Cass. n.19410/2015).
Che nella seconda censura si contestano violazione e falsa applicazione

proc. civ.
Che sotto il primo profilo della violazione di legge, la seconda censura
deduce che la deroga al meccanismo di reclutamento mediante selezione di cui
all’art. 12, co. 4, d.lgs. n.468/1997, fosse consentita solo entro i limiti della
riserva del 30% in favore degli LSU, mentre erroneamente la Corte d’Appello
avrebbe statuito che, limitatamente all’anno 2001 e alle qualifiche di cui all’art.
16, I. n.56/1987, la legge autorizzava la chiamata diretta dei lavoratori già
utilizzati dal Comune quali “addetti alla pulizia delle aree pubbliche e alla
manutenzione del patrimonio comunale”, per i quali sarebbe cessata altrimenti
ogni possibilità di permanenza nell’ente e che, la ricorrente, non soltanto
svolgeva attività diversa da quella dei dieci lavoratori assunti, ma era
inquadrata nel profilo di collaboratore amministrativo, superiore a quello
contemplato dall’art. 78 agli effetti della deroga alle procedure di selezione,
così come definite dall’art. 16, I. n.56/87.
Che sotto il profilo dell’omessa e insufficiente motivazione, la stessa
lamenta che il giudice dell’Appello non abbia svolto gli opportuni controlli e le
doverose verifiche, né abbia specificamente argomentato se e in qual modo il
Comune avesse superato i limiti alla deroga dell’obbligo della pubblica
selezione, avendo, l’assunzione diretta, riguardato anche quattro lavoratori
LPU, non appartenenti al bacino individuato dall’art. 2, co. 1, d.lgs. n.81/2000,
e finendo così per escludere – aprioristicamente – tutti gli altri LSU, come la
ricorrente, in possesso del requisito della transitorietà, e del possesso del titolo
di studio relativo alla scuola dell’obbligo.
Che la seconda censura è inammissibile sotto entrambi i profili menzionati.

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dell’art. 78, co.6, I. n. 388/2000, in relazione, all’art. 360 co. 1, nn. 3 e 5 cod.

Che la Corte accerta, sotto il profilo fattuale come, ai sensi del d.lgs.
n.81/2001, attuativo degli impegni di svuotamento progressivo del bacino degli
LSU da parte degli enti locali, assunti con I. n.388/2000, la deroga all’adozione
delle procedure assuntive fosse da intendersi rivolta a una precisa platea di
destinatari. Che dalla ricostruzione operata, la stessa Corte fa conseguire
coerentemente la statuizione secondo cui, la ricorrente è stata esclusa dal

per appartenere a un profilo professionale (collaboratore amministrativo) non
contemplato dall’art. 78, co. 6 I. n.388/2000. Che né la ricostruzione della
Corte territoriale, né le sue conseguenti statuizioni incidenti negativamente
sulla pretesa della ricorrente, possono dirsi essere state confutate dalla
censura, con la quale si tende, piuttosto, a proporre in sede di legittimità una
diversa lettura del merito del giudizio. Che, anche quanto alla doglianza
concernente l’omessa motivazione sulla circostanza che il Comune, avrebbe
ammesso alla stabilizzazione diretta di LSU, anche quattro LPU, non in
possesso né del requisito temporale né di quello sostanziale, utili a beneficiare
della deroga, questa Corte rileva come, secondo consolidata giurisprudenza di
legittimità, in base alla previsione dell’art. 366, co. 1, n.6 cod. proc. civ., così
come novellato dal d.lgs. n.40/2006, è inammissibile il ricorso per cassazione
che non contenga la specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a
fondamento della doglianza e non specifichi in quale sede processuale il
documento, pur individuato in ricorso, risulti prodotto (Sez. Un. n.28547/2008;
Sez. Un. n.7161/2010).
Che la seconda articolata censura, lungi dal denunciare una totale
omissione di un fatto controverso e decisivo del giudizio, che, ove valutato,
avrebbe condotto con certezza e non mera probabilità, a una decisione diversa
(e più appagante per la ricorrente), si è limitata, attraverso un riesame delle
risultanze probatorie, a far valere la non coincidenza della ricostruzione dei
fatti operata dal giudice di merito col diverso convincimento soggettivo della
parte. Che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte gli aspetti
del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di
prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del

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novero dei destinatari della deroga e degli eventuali processi di stabilizzazione,

Giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo del suo giudizio, rilevanti ai
sensi dell’art. 360, co.1, n.5. Che da tale principio consegue l’inammissibilità
delle censure che si traducono “…nell’invocata revisione delle valutazioni e dei
convincimenti espressi dal giudice di merito, tesa a conseguire una nuova
pronuncia sul fatto, non concessa perché estranea alla natura e alla finalità del
giudizio di legittimità” (Cass. n.20595/2014; ma anche Cass. n.14874/2015;

Che pertanto, essendo le due censure inammissibili, il ricorso deve essere
rigettato.
Che le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento nei
confronti del controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida
in Euro 200 per esborsi, in Euro 4000 per competenze professionali, oltre alle
spese forfetarie nella misura del 15 per cento e agli accessori di legge.

Così deciso nell’Adunanza Camerale del 12/07/2017

Cass. n.8569/2013).

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