Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30066 del 31/12/2020

Cassazione civile sez. VI, 31/12/2020, (ud. 26/11/2020, dep. 31/12/2020), n.30066

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33973-2018 proposto da:

TENUTA AGRARIA LA PIEVE SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS 34-B,

presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO CECCONI, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato MAURIZIO BUFALINI;

– ricorrente –

contro

BANCA MONTE DEI RASCHI DI SIENA SPA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

LUNG.RE ARNALDO DA BRESCIA 9, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

MANNOCCHI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

DANIELE TACCETTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1248/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 01/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 26/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. LOREDANA

NAZZICONE.

 

Fatto

RILEVATO

– che con sentenza del 1 giugno 2018, la Corte d’appello di Firenze ha confermato la decisione di primo grado, con riguardo all’importo dovuto dalla banca alla correntista, a titolo di ripetizione di indebito di quanto percepito con riguardo al contratto di conto corrente bancario intercorso fra le parti, cui erano stati applicati un tasso ultralegale e la capitalizzazione trimestrale; il giudice di appello, infatti, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha unicamente determinato la decorrenza degli interessi sulla somma di Euro, 98.970,00 dalla domanda, e non dalla sentenza di primo grado;

– che avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, sulla base di due motivi;

– che resiste la banca con controricorso;

– che la ricorrente ha depositato, altresì, la memoria.

Diritto

CONSIDERATO

– che i motivi possono essere come segue riassunti:

1) nullità della sentenza per motivazione meramente apparente, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., in quanto il giudice di primo grado aveva accolto l’eccezione di prescrizione della banca, laddove, invece, la corte d’appello ha ritenuto il contrario, nel contempo confermando la limitazione della pretesa al decennio anteriore alla chiusura del conto corrente, avvenuta alla fine del 2005;

2) violazione o falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., perchè il diritto alla ripetizione dell’indebito si prescrive, nella specie, dalla chiusura del conto, mentre la corte territoriale ha ritenuto che la prescrizione decorresse dall’annotazione dei singoli addebiti in conto;

– che il primo motivo è manifestamente infondato;

– che, invero, la corte territoriale ha affermato come il giudice di primo grado abbia implicitamente respinto l’eccezione di prescrizione, sollevata dalla banca, ed abbia invece accolto la domanda proposta dalla correntista, esattamente nei limiti della sua pretesa, che è stata formulata ai sensi dell’art. 2033 c.c., “nel limite prescrizionale ordinario di dieci anni, a decorrere dalla chiusura definitiva del rapporto (31.12.2005)” (vd. pag. 17 dell’atto di citazione in primo grado” (così p. 4 della sentenza di appello);

– che, ciò posto, resta irrilevante – nell’economia della motivazione della sentenza impugnata – l’affermato rigetto implicito dell’eccezione di prescrizione da parte del giudice di primo grado, posto che la corte territoriale ha fondato la propria decisione sull’autonoma ratio decidendi, non confinata dall’odierna ricorrente, relativa al rispetto del principio della domanda ex art. 99 c.p.c., ricordando che – secondo l’interpretazione data dal giudice di appello alla domanda introduttiva -l’attrice aveva chiesto, essa stessa, la restituzione dell’indebito nei limiti del decennio anteriore alla chiusura del conto (v. la frase sopra riportata);

– che, dunque, tale ratio decidendi, che emerge inequivoca dalla impugnata decisione, palesa l’esistenza di una motivazione ex art. 132 c.p.c. e resta idonea a sorreggere la relativa statuizione (cfr., e multis, Cass. 18 aprile 2017, n. 9752; Cass. 14 febbraio 2012, n. 2108);

– che, invero, la ricorrente non l’attacca validamente, avendo invocato solo il vizio di motivazione inesistente, che tuttavia non sussiste all’evidenza, posto che invece la motivazione esposta dalla decisione impugnata non viola il minimo costituzionale; mentre nessuna censura di violazione delle norme sostanziali che regolano il rapporto di conto corrente è stata dedotta nel motivo, nè la ricorrente deduce la violazione dei canoni interpretativi di cui agli artt. 1362 e ss. c.c.;

– che il secondo motivo è manifestamente inammissibile, in quanto non coglie, a sua volta, la ratio decidendi esposta nella sentenza impugnata, la quale proprio dalla chiusura del conto ha applicato (a conferma della decisione del tribunale) la prescrizione decennale, secondo quella che ha ritenuto essere la domanda di parte ex art. 99 c.p.c., e non dai singoli addebiti operati, tenendo invero in conto gli importi addebitati dalla banca “nel periodo compreso tra il 1 gennaio 1996 ed i131 dicembre 2005”;

– che, in generale, occorre ricordare come la prescrizione decorra non dalla chiusura finale del conto, ma dai singoli versamenti, in assenza di un’apertura di credito: così la costante giurisprudenza di legittimità, secondo cui le rimesse sul conto corrente dell’imprenditore sono da considerare “ripristinatorie” quando il conto stesso, all’atto della rimessa, risulti “scoperto”, onde per accertare se una rimessa del correntista sia destinata al pagamento di un proprio debito verso la banca ed abbia quindi funzione solutoria, ovvero valga solo a ripristinare la provvista sul conto corrente, occorre fare riferimento al criterio del “saldo disponibile” del conto (per tutte, Cass., sez. un., 2 dicembre 2010, n. 24418);

– che le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 2.900,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie al 15% ed agli accessori come per legge.

Dichiara che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 31 dicembre 2020

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