Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30052 del 14/12/2017


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 30052 Anno 2017
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: GRASSO GIUSEPPE

ORDINANZA

sul ricorso 20658-2016 proposto da:
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro
tempore, domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
– ricorrente contro

VIOLA ANTONIETTA in proprio e quale erede di VIOLA
GABRIELE, DIOLETTA MARIA LUISA, VIOLA FRANCO, VIOLA
MAURO e VIOLA FABIO, questi ultimi quattro in proprio
e quali eredi di VIOLA SILVIO, domiciliati ex lege in
ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE
DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dagli avvocati
ANGELO FALCO, POMPEO FALCO;

Data pubblicazione: 14/12/2017

- controricorrentl

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 15/07/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 27/09/2017 dal Consigliere Dott.

GIUSEPPE GRASSO.

Ritenuto che la Corte d’appello di Roma, con decreto depositato il
15/7/2016, rigettò l’opposizione avanzata dal Ministero della Giustizia
avverso il decreto depositato il 3/12/2015, con il quale era stata
accolta la domanda di equa riparazione per la non ragionevole durata
del processo avanzata da Antonietta Viola, Maria Luisa Dioletta,
Franco Viola, Mauro Viola e Fabio Viola;

Generale dello Stato propone avverso quest’ultima statuizione ricorso
supportato da motivi di censura, ulteriormente illustrato da
memoria;
che Antonietta Viola, anche quale erede di Gabriele Viola e Maria
Luisa Dioletta, Franco Viola, Mauro Viola e Fabio Viola, tutti in proprio
e quali eredi di Silvio Viola si difendono con controricorso;
ritenuto che con i primi due motivi, entrambi denunzianti
violazione e falsa applicazione dell’art. 4, I. n. 89/2001, fra loro
complementari, l’amministrazione ricorrente adduce la consumazione
del termine semestrale dal passaggio in giudicato della sentenza che
aveva definito il processo presupposto, non dovendo trovare
applicazione la sospensione feriale di cui alla I. 742/1969, sulla base
degli argomenti che seguono: a) la constatazione che «la richiesta
indennitaria non può essere riproposta anche se il termine
decadenziale semestrale non sia ancora decorso» induce
l’Amministrazione ricorrente ad affermare che «trattasi (…) di
termine decadenziale per l’esercizio del diritto (…) e non già di
termine per l’esercizio dell’azione con cui il diritto viene fatto
valere», così, restando inapplicabile il principio generale, valevole
per le decadenze processuali, che l’estinzione del processo non
estingue l’azione, il termine in parola resta sottratto «dall’alveo dei
termini processuali», dovendo essere ricondotto «al diverso alveo
dei termini sostanziali»; b) anche a volere attribuire natura
processuale al termine in parola ad esso non si applica la proroga di

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che l ‘Amministrazione interessata, per mezzo dell’Avvocatura

cui alla I. n. 742/1969, poiché, «trattandosi di procedimento ex I. n.
89/01 “nuovo rito”», è prevista «l’attivazione di un “procedimento
monitorio” (inaudita altera parte ed a contraddittorio eventuale posticipato) che, per le sue caratteristiche di speditezza ed urgenza,
mal si concilia – (art. 3 I. n. 742/69) – con la “proroga dei termini”
rappresentata dalla sospensione dei termini per il periodo feriale ex I.

ritenuto che con il terzo motivo viene allegata la violazione e falsa
applicazione degli artt. 4, I. n. 89/2001 e 2697, cod. cív., assumendosi
che la Corte locale aveva erroneamente indicato quale dies a quo, ai
fini del decorso del termine decadenziale semestrale, la data di
comunicazione della sentenza della Cassazione, che aveva definito il
processo presupposto, dovendosi, invece, tener conto della data di
pubblicazione della sentenza in parola, la quale segna il momento
dell’intervenuta decisività della statuizione;
considerato che il pur suggestivo percorso argomentativo speso a
riguardo dei primi due motivi non può essere accolto, dovendosi
osservare che questa Corte ha avuto modo di chiarire, le ragioni,
condivise da questo Collegio, per le quali il termine di cui si discute ha
natura processuale ed è, pertanto, soggetto alla proroga feriale,
essendo stato rilevato che tra i termini soggetti alla sospensione
feriale vanno ricompresi non solo quelli inerenti alle fasi successive
all’introduzione del processo, ma anche quelli entro í quali il processo
stesso deve essere instaurato, allorché l’azione in giudizio
rappresenti, per il titolare del diritto, l’unico rimedio per far valere il
diritto stesso, sicché detta sospensione si applica anche al termine di
sei mesi previsto dall’art. 4 della I. n. 89/2001 per la proposizione
della domanda di equa riparazione per violazione della durata
ragionevole del processo (Sez. 6-2, n. 5423, 18/3/2016, Rv. 639423;
cfr., anche, Sez. 1, n. 5895, 11/3/2009, Rv. 607200, nonché, S. U.,
n. 17781, 22/7/2013, Rv. 627247, sia pure, quale premessa

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n. 742/69»;

motivazionale di altro principio dettato con la forza precipua delle
S.U.; e più di recente, Sez. 2, nn. 5423/2016, 10595/2016,
26424/2016, 20974/2017);
considerato, peraltro, a smentita dell’assunto impugnatorio, che le
inferenze tratte dalla introduzione della fase monitoria non appaiono
calzanti, poiché la natura processuale del termine deriva dalla

fissato invalicabilmente per l’esercizio del diritto, il quale non può
essere soddisfatto senza ricorrere allo strumento dell’accertamento
giudiziale, non assumendo rilievo la circostanza che
quell’accertamento possa essere definitivamente reso in via
monitoria, nel caso in cui non venga avanzata opposizione;
considerato che il terzo motivo è radicalmente destituito di
giuridico fondamento: la Corte d’appello, ben diversamente rispetto a
quanto si sostiene in ricorso, dopo aver affermato sconoscersi la data
in cui era stata notificata alle parti la sentenza della Cassazione, ha
fatto, tuttavia, decorrere il termine di decadenza dalla pubblicazione
della decisione;
considerato che le spese legali debbono seguire la soccombenza e
possono liquidarsi siccome in dispositivo, tenuto conto del valore e
della qualità della causa, nonché delle attività espletate;
ritenuto che non trova applicazione l’art. 13, co. 1 quater del
d.P.R. n. 115/2002;
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore
dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida
in euro 800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura
del 15 per cento e agli accessori di legge.
Così deciso in Roma il giorno 27 settembre 2017.
Il Presidente
(Stefano Petiftti)

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f

constatazione che lo stesso, come sopra ricordato, risulta essere

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