Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3005 del 01/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 01/02/2022, (ud. 15/12/2021, dep. 01/02/2022), n.3005

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9168-2020 proposto da:

DIFARCO SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

DI.FAR.CO. REAL ESTATE DI C.D. & C SNC, in persona

del legale rappresentante pro tempore, PHARDIS SRL, in persona del

legale rappresentante pro tempore, domiciliati presso la cancelleria

della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentati e

difesa dagli avvocati VERONICA CAMELLINI, GIAN PAOLO BARAZZONI;

– ricorrenti –

contro

COMUNE di CALVENZANO, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 268-A, presso

lo studio dell’avvocato ALESSIO PETRETTI, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato LODOVICO VALSECCHI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5038/23/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA LOMBARDIA, depositata il 12/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 15/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MICHELE

CATALDI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1.Phardis s.r.l., Difarco s.r.l. e DI.FAR.CO. Real Estate di C.D. & C. s.n.c. propongono ricorso, affidato a due motivi, per la cassazione della sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Lombardia-sezione staccata di Brescia ha accolto l’appello del Comune di Calvenzano contro la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Bergamo, che aveva accolto il ricorso delle predette società avverso gli avvisi d’accertamento in materia di Tari, di cui agli anni 2014 e 2015.

Il Comune si è costituito con controricorso ed ha successivamente prodotto memoria.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo le ricorrenti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, denunciano l’omesso esame circa un fatto decisivo, assumendo di aver fornito “in maniera esaustiva” la prova “di avviare

effettivamente e correttamente al recupero tutti i rifiuti assimilati” e di avere “comunicato correttamente con precisione al Comune le aree dove si producono esclusivamente i rifiuti assimilabili agli urbani e le quantità attraverso la documentazione prevista per legge.”.

2. Con il secondo motivo le ricorrenti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denunciano la violazione del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 21, comma 7, assumendo che “la CTR ha omesso di esaminare le circostanze riguardanti l’affidamento per intero dei rifiuti da parte del contribuente a terzi”.

3. Entrambi i motivi sono inammissibili, per plurimi motivi, ognuno sufficiente alla relativa declaratoria.

Infatti, nel ricorso non vengono individuate puntualmente, nella loro connotazione oggettiva di fatti storici, quali siano le circostanze specifiche di cui (sostanzialmente in entrambi i motivi) si lamenta il mancato esame.

Inoltre, non viene indicato se, ed in che fase e grado del giudizio di merito, siano stati prodotti specifici elementi istruttori a sostegno della dimostrazione di tali circostanze (comunque a loro volta indeterminate). Ne’, in calce al ricorso, viene data puntuale menzione dell’allegazione specifica (e non generica, con riferimento a tutti i fascicoli di merito) di eventuali (ma indeterminate) emergenze istruttorie.

Non risulta quindi adempiuto l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di specifica indicazione, a pena d’inammissibilità del ricorso, degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché dei dati necessari all’individuazione della loro collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito (Cass. 15/01/2019, n. 777; Cass. 18/11/2015, n. 23575; Cass., S.U., 03/11/2011, n. 22726).

Infatti, come questa Corte ha in più occasioni avuto modo di chiarire “detta disposizione, oltre a richiedere l’indicazione degli atti e dei documenti, nonché dei contratti o accordi collettivi, posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale tali fatti o documenti risultino prodotti, prescrizione, questa, che va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4. (…). In tale prospettiva va altreì ribadito che l’adempimento dell’obbligo di specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a fondamento del ricorso di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, previsto a pena d’inammissibilità, impone quanto meno che gli stessi risultino da un’elencazione contenuta nell’atto, non essendo a tal fine sufficiente la presenza di un indice nel fascicolo di parte (Cass. 6 ottobre 2017, n. 23452).

In breve, il ricorrente per cassazione, nel fondare uno o più motivi di ricorso su determinati atti o documenti, deve porre la Corte di cassazione in condizione di individuare ciascun atto o documento, senza effettuare soverchie ricerche.” (Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 1235 del 2019, in motivazione).

I motivi risultano altresì inammissibili in quanto, per le ragioni sinora esposte, non consentono di apprezzare la potenziale decisività delle indeterminate circostanze delle quali sarebbe stato omesso l’esame.

Infine, il secondo motivo attinge nella sostanza anche censure in fatto, in ordine all’assunto omesso esame di circostanze, che esposte contemporaneamente a quelle relative alla pretesa violazione di legge, danno luogo ad una sostanziale mescolanza e sovrapposizione di censure, con l’inammissibile prospettazione della medesima questione sotto profili incompatibili (Cass. 23/10/2018, n. 26874; Cass. 23/09/2011, n. 19443; Cass. 11/04/2008, n. 9470), non risultando specificamente separati la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (Cass. 11/04/2018, n. 8915; Cass. 23/04/2013, n. 9793).

Si tratta quindi di censure non ontologicamente distinte dagli stessi ricorrenti e quindi non autonomamente individuabili, senza un inammissibile intervento di selezione e ricostruzione del mezzo d’impugnazione da parte di questa Corte.

4. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna le ricorrenti in solido al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2022

 

 

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