Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30040 del 31/12/2020

Cassazione civile sez. I, 31/12/2020, (ud. 24/09/2020, dep. 31/12/2020), n.30040

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso R.G.N. 9064/2019 proposto da:

B.O., rappresentato e difeso, giusta procura speciale allegata

al ricorso, dall’Avvocato Laura Barberio, presso il cui studio in

Roma, alla Via del Casale Strozzi n. 31, è elettivamente

domiciliato;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso, ex lege, dall’Avvocatura Generale

dello Stato, presso i cui Uffici in Roma, alla Via dei Portoghesi n.

12, è domiciliato;

– controricorrente –

avverso la sentenza della CORTE DI APPELLO DI ROMA depositata il

14/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/09/2020 dal Consigliere Dott.ssa Irene Scordamaglia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Roma ha rigettato l’appello proposto da B.O., cittadino (OMISSIS), avverso l’ordinanza del Tribunale di quella città del 16 maggio 2017, che aveva respinto il ricorso avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale.

1.1. In particolare, la Corte di merito ha negato che in capo all’appellante sussistessero i requisiti per poter beneficiare della protezione umanitaria, non risultando provato un adeguato percorso di integrazione sociale, non essendo a tal fine sufficiente la frequentazione di un corso di italiano e la partecipazione a vari tirocini formativi, nè essendo stata dimostrata una situazione di fragilità individuale, posto che: “la relazione psicologica prodotta ((OMISSIS)) – la stessa esibita davanti al Tribunale – prevedeva un ciclo di colloqui psicologici per la durata di anno, ormai trascorso”.

2. Per la cassazione della decisione ricorre B.O. sulla base di un solo motivo, integrato ed approfondito con memoria ex art. 380-bis c.p.c., a firma del difensore, trasmessa tramite PEC in data 11/09/2020.

3. L’intimato Ministero dell’Interno ha spiegato difese mediante controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e l’omessa considerazione di fatti decisivi (la giovane età del richiedente al momento dell’espatrio e l’integrazione e la vulnerabilità certificate). Si ascrive alla Corte territoriale di non avere riconosciuto nella situazione prospettata i presupposti della suddetta forma di protezione per non avere adeguatamente considerato la documentazione attestante: 1) la particolare condizione psicologica del richiedente, come certificata nella valutazione psicologica del 29.09.2016, attestante il disturbo di adattamento e lo stato d’ansia riscontrati nel richiedente medesimo tra l’altro fuggito giovanissimo dal (OMISSIS) per sfuggire alle persecuzioni religiose cui era stato sottoposto -, per il trattamento dei quali gli erano stati prescritti controlli periodici per la durata di un anno; 2) la raggiunta integrazione lavorativa del richiedente sul territorio nazionale, comprovata dai documenti allegati alle note conclusionali del grado di appello contrassegnati dai numeri 1 a 5 (Patto di servizio con il Centro per l’impiego di Roma (OMISSIS), attestante l’effettiva disponibilità del richiedente a partecipare ad attività di orientamento, corsi di formazione e progetti di ricollocazione; Progetto Formativo promosso dalla Soc. Et. Labora; Attività di tirocinio, come sporzionatore presso una mensa dal settembre al novembre 2016; Mediatore culturale; Attività di tirocinio presso l’azienda agricola dei (OMISSIS) e presso un panificio).

Il motivo è inammissibile.

La censura è affidata ad argomentazioni prive di correlazione specifica alle ragioni della decisione.

Quanto al profilo della vulnerabilità individuale, i rilievi mossi dal ricorrente non tengono conto del fatto che la Corte territoriale come anche già il Tribunale – aveva escluso: 1) che le persecuzioni o i trattamenti inumani per motivi religiosi, che il richiedente aveva allegato a fondamento delle domande di protezione maggiore potessero dirsi provati, in considerazione della contraddittorietà e dell’inverosimiglianza – oltre che della mancanza di qualsivoglia riscontro esterno – del racconto reso in ordine alle vicissitudini che l’avevano costretto all’espatrio; 2) che la valutazione psicologica del (OMISSIS), che suggeriva colloqui psicologici per la durata di un anno, comprovasse problematiche psicologiche del richiedente collegate a trattamenti diagnostici e terapeutici in atto, dal momento che l’arco temporale di un anno, nel quale i prescritti colloqui si dovevano tenere, era ormai trascorso.

Quanto al profilo dell’integrazione socio-lavorativa, le doglianze risultano meramente riproduttive delle stesse argomentazioni plausibilmente disattese dalla Corte territoriale in ordine alla sufficienza dimostrativa della documentazione prodotta con le note conclusionali, attestante unicamente la dimostrata disponibilità del richiedente a prender parte ad attività di orientamento, corsi di formazione e progetti di ricollocazione presso mense, aziende agricole e di panificazione” o ad operare come mediatore culturale (attività, questa, peraltro, espletate per soli due mesi dal settembre al novembre 2016).

Va, in ogni caso, ribadito il principio di diritto secondo cui:” La produzione di nuovi documenti in appello è ammissibile, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nella formulazione successiva alla novella attuata mediante la L. n. 69 del 2009, a condizione che la parte dimostri di non avere potuto produrli prima per causa a sè non imputabile ovvero che essi, a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado, siano indispensabili per la decisione, purchè tali documenti siano prodotti, a pena di decadenza, mediante specifica indicazione nell’atto introduttivo del secondo grado di giudizio, salvo che la loro formazione sia successiva e la loro produzione si renda necessaria in ragione dello sviluppo assunto dal processo; tale produzione è, però, comunque preclusa una volta che la causa sia stata rimessa in decisione e non può essere pertanto effettuata in comparsa conclusionale” (Sez. 2, Ordinanza n. 12574 del 10/05/2019, Rv. 654179).

2. Il ricorso deve essere, quindi, dichiarato inammissibile. In ossequio al criterio della soccombenza, le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, vanno poste a carico del ricorrente. Sussiste l’obbligo del pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), se dovuto.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 oltre alle spese prenotate a debito. Sussiste l’obbligo del pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Prima civile della Corte Suprema di cassazione, il 24 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 31 dicembre 2020

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