Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30028 del 29/12/2011

Cassazione civile sez. I, 29/12/2011, (ud. 11/10/2011, dep. 29/12/2011), n.30028

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

F.D. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato

in ROMA, PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE 22, presso l’avvocato POTTINO

GUIDO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZAULI

CARLO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositato il

28/03/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/10/2011 dal Consigliere Dott. ANDREA SCALDAFERRI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VELARDI Maurizio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. F.D. con ricorso alla Corte d’appello di Ancona proponeva, ai sensi della L. n. 89 del 2001, domanda di equa riparazione per violazione dell’art. 6 della C.E.D.U. a causa della irragionevole durata del giudizio civile per risarcimento danni da infortunio sul lavoro, instaurato dinanzi al Giudice del Lavoro di Forlì nel giugno 1999 (cui era stato riunito altro giudizio instaurato dall’INAIL, nel quale erano state chiamate in causa le Compagnie Assicuratrici del datore di lavoro), definito in primo grado con sentenza di rigetto del gennaio 2001 (tenuto conto del concorso di colpa del ricorrente e delle somme pagate dall’INAIL e dalle Compagnie Assicuratrici) ed in secondo grado con sentenza di accoglimento parziale (con riconoscimento della ulteriore somma di Euro 176.000 circa) la cui motivazione era stata depositata nel luglio 2008, molto tempo dopo l’udienza del 27 gennaio 2004 nella quale la causa era stata decisa con la lettura del dispositivo.

2. La Corte d’appello, ritenuta ragionevole nella specie una durata complessiva di cinque anni, liquidava in favore del ricorrente, a titolo di danno non patrimoniale per la ulteriore durata irragionevole di quattro anni e un mese del giudizio presupposto, la somma di Euro 5.000,00 oltre interessi legali e metà delle spese del procedimento, liquidate per l’intero in complessivi Euro 1124,52 (di cui Euro 400,00 per diritti e Euro 700,00 per onorari).

3. Avverso tale decreto, depositato il 28 marzo 2009, D. F., con atto notificato il 29 ottobre 2009, ha proposto ricorso a questa Corte, basato su nove motivi. Resiste il Ministero dell’economia e finanze con controricorso.

4. Il collegio ha disposto farsi luogo a motivazione semplificata.

5. Con i primi sei motivi, si censura la liquidazione dell’indennizzo in poco più di Euro 1224,00 per anno di ritardo rispetto alla durata ragionevole. Viene denunciata, con il primo, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, dell’art. 6, par. 1 C.E.D.U., degli artt. 2056 e 2059 cod. civ. (la gravità dell’infortunio sul lavoro, e quindi la rilevanza della posta in gioco, imponeva la concessione di un bonus ulteriore rispetto al range di Euro 1000,00 – 1500,00), con il secondo la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89, art. 2 dell’art. 111 Cost., degli artt. 2059, 2043 e 1226 cod. civ. (in relazione alla mancata personalizzazione dell’indennizzo), con il terzo la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 2056 e 2059 cod. civ. (la somma liquidata è irrisoria e/o simbolica in relazione alla entità del pregiudizio), con il quarto la insufficienza della motivazione in ordine alla determinazione dell’indennizzo. Con il quinto ed il sesto motivo, si censura in particolare la considerazione, nella determinazione dell’indennizzo, della possibilità per il ricorrente di porre in esecuzione la sentenza di appello sin dal gennaio 2004 sulla base del dispositivo, denunciando, rispettivamente, violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89, art. 2 e vizio di motivazione.

5.1 Strettamente connesso è anche il nono motivo, con il quale si censura, perchè in contrasto con la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la considerazione, nella determinazione dell’indennizzo, della sola durata irragionevole anzichè della intera durata – del giudizio presupposto.

6. Tali doglianze che, in quanto strettamente connesse, possono essere esaminate congiuntamente, non meritano accoglimento.

6.1 Iniziando dall’ultima (stante la sua priorità logica), premesso che la Corte di merito ha seguito la modalità di calcolo dell’indennizzo prevista dalla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3 va osservato che – fermo il principio generale enunciato dalle Sezioni Unite di questa Corte (n. 1338 del 2004) in virtù del quale il giudice italiano, chiamato a dare applicazione alla L. n. 89 del 2001, deve interpretarla in modo conforme alla CEDU per come essa vive nella giurisprudenza della Corte europea – tale dovere opera entro i limiti in cui detta interpretazione conforme sia resa possibile dal testo della stessa L. n. 89 del 2001. D’altra parte, la compatibilità della normativa nazionale con gli impegni internazionali assunti dalla Repubblica Italiana va verificata con riguardo alla complessiva attitudine della L. n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto ad una ragionevole durata del processo. E, come la stessa Corte europea ha riconosciuto, la limitazione, prevista dall’art. 2 della legge nazionale, dell’equa riparazione al solo periodo di durata irragionevole del processo di per sè non esclude tale complessiva attitudine della legge stessa (cfr. in tal senso ex multis Cass. n. 16086/2009; n. 10415/2009; n. 3716/2008). 6.2 Quanto alla non concessa attribuzione di un bonus ulteriore rispetto alle normali liquidazioni, in relazione alla notevole rilevanza della posta in gioco (oltre un miliardo delle vecchie lire) nel giudizio presupposto ed alla sua inerenza ad un rapporto di lavoro, va evidenziato come tale maggiorazione non fosse stata neppure richiesta in sede di merito dal ricorrente, il quale aveva domandato piuttosto il riconoscimento, in aggiunta al normale indennizzo per danno morale (richiesto nella misura massima di Euro 1500,00 per anno di durata, in subordine di durata irragionevole), di un ulteriore indennizzo per danno esistenziale, negato dalla corte d’appello con statuizione non sottoposta a censura alcuna. Poichè, in considerazione della ratio del riconoscimento di tale maggiorazione nella giurisprudenza europea (nei casi di giudizi di particolare importanza, tale da far ritenere che il pregiudizio per la loro durata irragionevole sia stato maggiore di quello che si verifica nella generalità dei casi), deve escludersi che tale somma ulteriore vada riconosciuta automaticamente in ogni caso di controversia di lavoro o previdenziale, la critica del mancato riconoscimento in sede di merito presuppone che esso sia stato richiesto e fare riferimento specifico alle concrete allegazioni – e se del caso prove – addotte a sostegno nel giudizio stesso. Ciò che non è dato riscontrare nel ricorso in esame.

6.3 Quanto alla concreta liquidazione, va rilevato come la corte di merito abbia tenuto conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte europea e da questa corte, ai quali ha fatto espresso e puntuale riferimento, indicando nel contempo le circostanze che nella specie giustificano, secondo la sua valutazione ed alla stregua degli stessi criteri, un indennizzo di Euro 1224,00 per anno che rientra ampiamente nel range delle liquidazioni normalmente adottate, e che comunque appare tutt’altro che irrisorio o simbolico. La critica che la parte ricorrente muove a tale valutazione discrezionale, quella cioè di non essere aderente al caso specifico in esame, non è, da un lato, sussumibile nell’ambito della denuncia di un vizio di violazione di legge (cfr. S.U. n. 1340/2004) essendo piuttosto riferita ad una errata ricognizione della fattispecie concreta in esame, cioè ad un vizio di motivazione; dall’altro, sotto quest’ultimo profilo non merita condivisione. La corte d’appello ha ritenuto che la valutazione circa la presumibile sofferenza per l’attesa della decisione di secondo grado debba nella specie tener conto anche del comportamento del ricorrente, il quale non ha posto in esecuzione tale sentenza sulla base del dispositivo, emesso sin dal gennaio 2004 (quattro anni e mezzo dopo l’inizio della causa). Ha quindi legittimamente espresso la valutazione discrezionale che le compete, esponendo congruamente le circostanze del caso in esame che, pur non essendo idonee ad escludere il pregiudizio non patrimoniale da ritardo ingiustificato della decisione (cioè a vincere la relativa presunzione), ne giustificano un apprezzamento nei termini indicati. Una motivazione siffatta si sottrae alle censure formulate dalla parte ricorrente, sia sotto il profilo della non contraddittorietà (sul punto i motivi appaiono inapprezzabili, essendo erroneamente riferiti alla provvisoria eseguibilità di una sentenza di primo grado) sia sotto quello della congruità. Il ricorrente del resto, a prescindere dall’evidenziazione della notevolissima entità (oltre 1 miliardo di lire) del risarcimento in gioco (è peraltro pacifico che, già otto mesi dopo l’inizio della causa, il ricorrente ebbe a percepire dalle Compagnie la somma di L. 530 milioni, in aggiunta a quella di 360 milioni già percepita dall’Inail), non ha nel ricorso indicato, tantomeno riprodotto, le eventuali risultanze, idonee a fondare una diversa valutazione, il cui esame sarebbe stato omesso da parte del giudice di merito.

7. Il settimo ed ottavo motivo hanno ad oggetto le statuizioni del decreto impugnato in ordine alle spese del giudizio. Con il primo si censura la liquidazione di tali spese, denunciando la violazione dell’art. 91 cod. proc. civ. sull’assunto che gli importi della notula depositata non potevano, in assenza di contestazione della controparte, essere diminuiti; con il secondo si censura la disposta compensazione per metà tra le parti, che violerebbe l’art. 92 cod. proc. civ. Entrambe le doglianze non meritano accoglimento, in quanto: a) la Corte di merito ha legittimamente esercitato la facoltà discrezionale di compensazione, rimessa al suo prudente apprezzamento anche in caso di contumacia del resistente, esponendo una motivazione (notevole ridimensionamento della pretesa) che, in quanto non illogica nè contraddittoria, si sottrae alle censure prospettate (cfr. Cass. n. 24531/2010), tanto più che, nella specie, deve farsi applicazione, ratione temporis, del disposto dell’art. 92 c.p.c. antecedente alla modifica introdotta con la L. n. 69 del 2009;

b) la liquidazione delle spese è stata solo genericamente criticata sotto il profilo (unico rilevante) della violazione delle tariffe forensi, senza esporre specificamente ed analiticamente le voci e gli importi richiesti e spettanti a parte ricorrente (cfr. Cass. n. 21325/2005; n. 9082/2006; n. 9098/2010), in tal modo non consentendo al giudice di legittimità il controllo degli error in iudicando solo astrattamente enunciati in ricorso, tra i quali peraltro non risulta specificamente compresa la violazione dei minimi inderogabili di tariffa. Il rigetto del ricorso si impone dunque, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, in Euro 800,00 per onorari, oltre le spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della prima sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 11 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2011

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