Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29891 del 13/12/2017

Cassazione civile, sez. VI, 13/12/2017, (ud. 15/11/2017, dep.13/12/2017),  n. 29891

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza resa in data 21/12/2016, il Tribunale di Trani, in accoglimento dell’appello proposto dal Comune di Terlizzi, e in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda proposta da C.V., quale genitore esercente la responsabilità genitoriale sulla figlia minore C.A., per la condanna del Comune di Terlizzi al risarcimento del danno subito dalla minore C.A. a seguito di una caduta verificatasi sulla strada di proprietà comunale a causa di una buca ivi esistente;

che, a sostegno della decisione assunta, il tribunale ha evidenziato come il fatto dannoso dovesse integralmente ascriversi alla responsabilità della madre della bambina che, accompagnandola sulla pubblica via, non ne aveva seguito con attenzione i movimenti, colpevolmente omettendo di impedire che la stessa giungesse all’altezza della buca – peraltro di grandi dimensioni e collocata a ridosso del marciapiede – e di inciamparvi, provocandosi i danni denunciati;

che, avverso la sentenza del Tribunale di Trani, C.V., nella qualità spiegata, propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi di impugnazione;

che il Comune di Terlizzi non ha svolto difese in questa sede;

che, a seguito della fissazione della Camera di consiglio, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis, le parti non hanno presentato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 116 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente affermato la culpa in vigilando della madre della piccola C.A., senza tener conto delle dichiarazioni rese dalla stessa madre nel corso del giudizio, dalle quali non era emerso alcun rilievo che giustificasse l’erronea affermazione, fatta propria dal tribunale, secondo cui la piccola C.A. non fosse tenuta per mano dalla madre, e senza procedere ad alcun accertamento circa il carattere di imprevedibile insidia, anche per un adulto, della conformazione della strada sulla quale la piccola A. ebbe a cadere e a riportare i danni denunciati;

che, con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo controverso (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la corte territoriale omesso di considerare la natura della buca stradale quale insidia non prevedibile e invisibile, pervenendo al rigetto della domanda proposta nell’interesse della minore senza tener conto di tale decisiva circostanza;

che, con il terzo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’obbligo di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), per avere il tribunale omesso di dettare alcuna motivazione sul punto concernente la corresponsabilità dell’amministrazione comunale nella causazione del danno;

che tutti e tre i motivi sono inammissibili;

che, al riguardo, osserva il collegio come il ricorrente abbia prospettato tutti e tre i vizi in esame senza cogliere in modo specifico la ratio individuata dal giudice a quo a sostegno della decisione assunta;

che, sul punto, varrà richiamare il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale, il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, siccome per denunciare un errore occorre identificarlo (e, quindi, fornirne la rappresentazione), l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito, considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 (Sez. 3, Sentenza n. 359 del 11/01/2005, Rv. 579564-01);

che, nel caso di specie, il tribunale ha disatteso la domanda del C. sul presupposto che, proprio la specifica conformazione dei luoghi (una buca di grandi dimensioni collocata a ridosso del marciapiede e tale da indurre i pedoni a transitare sulla strada, e non sul marciapiede, proprio allo scopo di evitarla: cfr. pag. 2 della sentenza), rendesse palese la violazione, da parte della madre della minore (tenuta a sorvegliarne la condotta al fine di garantirne la tutela), dei propri doveri di diligenza;

che, al riguardo, la negazione della circostanza di fatto secondo cui la minore non fosse effettivamente condotta per mano, o l’eventuale non pertinenza del richiamo giurisprudenziale operato in sentenza dal giudice a quo, non valgono a destituire di decisivo rilievo la determinante argomentazione fatta propria dal tribunale circa il mancato impedimento, da parte della madre della minore, di un fatto dannoso che, in considerazione dell’età della bambina (due anni) e dell’evidentissima pericolosità del tratto stradale percorso, doveva ritenersi di per sè largamente prevedibile e, dunque, evitabile;

che, pertanto, le odierne censure del ricorrente, nel riproporre le questioni di fatto della mancata prova: 1) della omessa conduzione per mano della bambina; 2) del carattere di imprevedibile insidia della conformazione del tratto stradale de quo; e 3) dell’omessa motivazione sulla corresponsabilità dell’amministrazione comunale, dimostra di non essersi punto confrontato con la decisione impugnata, in relazione al decisivo nucleo argomentativo appena rilevato, con la conseguente inammissibilità delle censure illustrate in ricorso per le specifiche ragioni in precedenza indicate;

che, sulla base delle argomentazioni sin qui indicate, dev’essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso;

che, non avendo il Comune di Terlizzi svolto difese in questa sede, non vi è luogo all’adozione di alcuna statuizione in ordine alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 15 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2017

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