Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29883 del 20/11/2018

Cassazione civile sez. VI, 20/11/2018, (ud. 07/11/2018, dep. 20/11/2018), n.29883

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14439/2017 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE E DEL TERRITORIO, C.F. (OMISSIS), in persona

del Direttore pro tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla

via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

SIBAT TOMARCHIO s.r.l., in persona del legale rappresentante pro

tempore, dott. L.L.A., rappresentata e difesa, giusta

procura speciale a margine del controricorso, dall’avv. Vincenzo

TARANTO, ed elettivamente domiciliata presso l’indirizzo PEC del

predetto difensore;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2056/34/2016 della Commissione tributaria

regionale della SICILIA, Sezione staccata di CATANIA, depositata in

data 25/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 7/11/2018 dal Consigliere Lucio LUCIOTTI.

Fatto

RILEVATO

che:

1. L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione affidato ad un motivo, articolato in due diverse censure, cui replica l’intimata con controricorso, avverso la sentenza in epigrafe indicata con cui la Commissione tributaria regionale della Sicilia, rilevato l’omesso deposito da parte dell’amministrazione finanziaria della ricevuta postale di spedizione dell’atto di appello, dichiarava, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 53, comma 2 e art. 22, l’inammissibilità dell’impugnazione proposta dall’Ufficio finanziario avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Catania che, accogliendo il ricorso proposto dalla società contribuente, aveva annullato l’avviso di accertamento emesso nei confronti della medesima ai fini IVA, IRAP ed IRES per l’anno d’imposta 2003.

2. Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis c.p.c. risulta regolarmente costituito il contraddittorio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il motivo di ricorso viene dedotta, con una prima censura, la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 16, 20, 22 e 53 e art. 111 Cost., nonchè, con una seconda, la violazione dell’art. 112 c.p.c..

2.1. Con riferimento alla prima delle suddette censure, sostiene la ricorrente che dalla documentazione prodotta in giudizio risultava che l’appello era stato spedito in data 29/06/2012, per come doveva desumersi dalla distinta di spedizione dell’atto a mezzo posta (depositata in data 27/07/2012) che riportava dattiloscritta la data di spedizione del plico, nonchè dall’avviso di ricevimento della raccomandata postale su cui era indicata sia la data del 29/06/2012 di spedizione, che quella del 3/07/2012 di consegna della raccomandata postale. Concludeva, quindi, sostenendo che la CTR aveva errato nel ritenere necessaria, ai fini della verifica della tempestività della costituzione in giudizio, il deposito della copia della ricevuta di spedizione della raccomandata postale, potendo effettuare tale verifica anche dalla distinta delle raccomandate postali depositata unitamente al ricorso d’appello e, comunque, dall’avviso di ricevimento della raccomandata postale depositata successivamente.

3. Il motivo è infondato e va rigettato.

3.1. Deve preliminarmente osservarsi, in diritto, che la statuizione impugnata, là dove la CTR sostiene che il mancato deposito della ricevuta postale di spedizione dell’appello entro trenta giorni da tale data costituisce ragione di inammissibilità del medesimo, in quanto non consentirebbe la verifica della tempestività della costituzione in giudizio dell’appellante, non è conforme ai principi recentemente enunciati dal Supremo consesso di questa Corte nelle sentenze n. 13452 e n. 13453 del 2017, che ha affermato, con riguardo alla notificazione dell’appello, nel processo tributario, a mezzo del servizio postale (come nel caso di specie), che: 1) “il termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente o dell’appellante, che si avvalga per la i notificazione del servizio postale universale, decorre non dalla data della spedizione diretta del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario (o dall’evento che la legge considera equipollente alla ricezione)”; 2) “non costituisce motivo d’inammissibilità del ricorso o dell’appello, che sia stato notificato direttamente a mezzo del servizio postale universale, il fatto che il ricorrente o l’appellante, al momento della costituzione entro il termine di trenta giorni dalla ricezione della raccomandata da parte del destinatario, depositi l’avviso di ricevimento del plico e non la ricevuta di spedizione, purchè nell’avviso di ricevimento medesimo la data di spedizione sia asseverata dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica ovvero con proprio timbro datario, solo in tal caso essendo l’avviso di ricevimento idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, laddove, in mancanza, la non idoneità della mera scritturazione manuale o comunemente dattilografica della data di spedizione sull’avviso di ricevimento può essere superata, ai fini della tempestività della notifica del ricorso o dell’appello, unicamente se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione dell’atto o della sentenza”.

3.2. Tale ultima affermazione è espressione della c.d. “prova di resistenza” evocata dalle Sezioni unite di questa Corte nelle citate pronunce con riferimento al tema della decorrenza del termine di costituzione dell’appellante che notifichi a mezzo del servizio postale, in base alla quale l’inammissibilità non può essere dichiarata “se la data di ricezione del ricorso, essendo asseverata dall’agente postale addetto al recapito in giorno anteriore alla scadenza del termine per impugnare l’atto o appellare la sentenza, dia obiettiva certezza pubblica della tempestiva consegna del plico all’ufficio postale da parte del notificante per l’inoltro al destinatario” (Cass. Sez. U., citate; conf. Cass. n. 25237, 25400 e n. 25495 del 2017).

3.3. Ciò precisato, deve osservarsi che nel caso in esame la prova di resistenza dà esito negativo in quanto l’atto di appello alla sentenza della CTP pubblicata in data 17/05/2011, risulta notificato in data 3/07/2013, ovvero il giorno successivo alla scadenza (in data 2/07/2013), del termine lungo d’impugnazione di cui all’art. 327 c.p.c., applicabile ratione temporis, aumentato dell’ulteriore termine di sospensione per il periodo feriale, all’epoca di quarantasei giorni (ex L. n. 742 del 1969, art. 1, nel testo applicabile ratione temporis, ovvero anteriormente alla modifica apportata dal D.L. n. 132 del 2014, art. 16, comma 1, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 162 del 2014, applicabile a decorrere dall’anno 2015, ai sensi del citato art. 16, comma 3).

3.4. A quanto detto deve aggiungersi che la tempestività dell’impugnazione non può essere desunta nè dalla distinta/elenco delle raccomandate presentate all’ufficio postale per la spedizione, comprendente quella oggetto del presente giudizio, in quanto (come ammesso anche dalla ricorrente a pag. 8 del ricorso) è privo del timbro dell’ufficio postale accettante (cfr. Cass. n. 22878 del 2017, Cass. n. 7312 del 2016 e n. 24568 del 2014), nè dall’avviso di ricevimento della raccomandata postale, per inidoneità della data di spedizione in quanto apposta con scritturazione manuale ed il cui timbro di ricezione è illeggibile. Peraltro, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, all’onere di provare la tempestività dell’impugnazione gravante sull’appellante non poteva sopperirsi con l’esercizio dei poteri istruttori riconosciuti alla Commissione tributaria dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, stante l’abrogazione del comma 3 della citata diposizione e del principio secondo cui “al giudice di appello non è consentito ordinare il deposito di documenti nella materiale disponibilità di una delle parti che non abbia tempestivamente assolto al proprio onere della prova, non potendosi considerare indispensabili, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 58, quelle prove che non siano state prodotte in giudizio per inadempienza” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 25464 del 18/12/2015, Rv. 638160).

4. La seconda censura mossa all’impugnata sentenza con il motivo di ricorso in esame, con cui la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere i giudici di appello omesso di pronunciarsi sulla legittimità dell’avviso di accertamento è, all’evidenza, manifestamente infondata posto che la dichiarata inammissibilità dell’appello precludeva alla CTR di pronunciarsi nel merito dei motivi dell’impugnazione (al riguardo cfr. Cass., Sez. 5, Sentenza n. 23558 del 05/11/2014, secondo cui “Nel giudizio di legittimità introdotto a seguito di ricorso per cassazione non possono trovare ingresso, e perciò non sono esaminabili, le questioni sulle quali, per qualunque ragione, il giudice inferiore non sia pronunciato per averle ritenute assorbite in virtù dell’accoglimento di un’eccezione pregiudiziale (nella specie, la ravvisata inammissibilità dell’atto di appello), con la conseguenza che, in dipendenza della cassazione della sentenza impugnata per l’accoglimento del motivo attinente alla questione assorbente, l’esame delle ulteriori questioni oggetto di censura va rimesso al giudice di rinvio, salva l’eventuale ricorribilità per cassazione avverso la successiva sentenza che abbia affrontato le suddette questioni precedentemente ritenute superate”).

5. Conclusivamente, quindi, il ricorso va rigettato e la ricorrente, rimasta soccombente, condannata al pagamento in favore della controricorrente delle spese del presente giudizio di legittimità nella misura liquidata in dispositivo, mentre, trattandosi di parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.800,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre al rimborso delle spese forfetarie nella misura del 15 per cento dei compensi ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 7 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2018

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