Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29866 del 30/12/2020

Cassazione civile sez. trib., 30/12/2020, (ud. 13/02/2020, dep. 30/12/2020), n.29866

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 23382/2013 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

B.B., rappresentata e difesa, giusta mandato a margine

del ricorso, dall’Avv. Alessandro Aschero, elettivamente domiciliata

presso lo studio dell’Avv. Mario Contaldi in Roma, Via Giovanni P.

da Palestrina, n. 63;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Liguria, n. 5/2012, depositata il 28 febbraio 2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 13 febbraio

2020 dal Consigliere Luigi D’Orazio.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1.La Commissione tributaria regionale della Liguria accoglieva l’appello proposto da B.B. avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Savona che aveva rigettato il ricorso proposto dalla contribuente, con il metodo del “redditometro”, contro l’avviso di accertamento emesso nei suoi confronti per l’anno 2004, avendo la stessa dichiarato un reddito da partecipazione al 35% nella R. G & P. R. s.n.c., pur sostenendo spese derivanti dalla disponibilità di un immobile adibito a residenza principale (acquistato con mutuo unitamente al marito per la quota del 50%) e di una autovettura Mercedes C220 CDI, acquistata in leasing per il prezzo di Euro 37.000,00 Iva inclusa, con il pagamento anticipato di Euro 13.168,4 e con rate da Euro 288,59. Il giudice di appello evidenziava, da un lato, che l’avviso di accertamento era nullo per carenza di motivazione e, dall’altro, che l’Agenzia delle entrate non aveva esaminato e contestato la documentazione prodotta dalla contribuente.

2.Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate.

3.Resiste con controricorso la contribuente.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1.Con il primo motivo di impugnazione l’Agenzia delle entrate deduce “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”, in quanto il giudice di appello non ha in alcun modo illustrato le prove addotte dalla contribuente per contestare la ricostruzione presuntiva del reddito operata dall’Ufficio. La Commissione regionale, quindi, ha omesso di motivare circa un fatto decisivo, costituito dalla esistenza o meno delle prove contrarie fornite dalla contribuente in ordine alla determinazione del maggior reddito operata dalla Agenzia delle entrate.

2.Con il secondo motivo la ricorrente si duole della “violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 546 del 1992, artt. 1 e 2 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, in quanto sarebbe stato violato il disposto del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 1 e 2 che delimitano l’ambito dei poteri giurisdizionali dei giudici tributari di merito. In particolare, il giudice di appello non ha tenuto conto che il giudizio tributario è di impugnazione-merito, sicchè, anzichè annullare in toto l’avviso di accertamento, avrebbe dovuto rideterminare il reddito imponibile sulla base degli elementi in atto.

3.Con il terzo motivo di impugnazione la ricorrente lamenta la “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 38 e 41 bis e dell’art. 53 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, in quanto il giudice di appello ha erroneamente affermato che l’applicazione dei coefficienti non è autosufficiente, sicchè l’Agenzia delle entrate ha l’obbligo di adeguare il reddito alla reale capacità produttiva della contribuente. Pertanto, la Commissione regionale ha stravolto la metodologia dell’accertamento sintetico, equiparandolo allo “spesometro”, del quale non possiede le caratteristiche. In realtà, le sole spese vive connesse al possesso dei beni indice di capacità contributiva (le sole rate del mutuo ammontano ad Euro 12.691,97) superano con assoluta certezza il reddito imponibile lordo della contribuente di Euro 10.995,00. Nè la contribuente può togliere efficacia legale al coefficiente relativo al costo del mantenimento dell’auto, allegando le tabelle ACI, non potendo essere tolto rilievo alla presunzione legale relativa. La società, di cui fa parte la contribuente, peraltro, che ha dichiarato perdite negli anni 2001 e 2002, ma solo Euro 563,00 di imponibile nel 2003 ed Euro 8.873,00 nel 2004, è stata sottoposta a verifica fiscale nel 2006, con recupero di maggiori ricavi per Euro 263.610.

4.Il ricorso è inammissibile.

4.1. Invero, la motivazione della sentenza del giudice di appello poggia su due rationes decidendi ben distinte.

Da un lato, infatti, ritiene nullo l’avviso di accertamento perchè carente di motivazione (“considerato la mancanza di tutti gli elementi specifici previsti nell’utilizzo del c.d. Redditometro nell’accertamento in oggetto, per le considerazioni sopra svolte, esso è da ritenersi nullo”), mentre dall’altro, entra nel merito della controversia, ed afferma che l’Ufficio non ha contestato la documentazione prodotta dalla contribuente come prova contraria (“nelle controdeduzioni l’ufficio…non ha ritenuto di esaminare e controbattere la documentazione fornita dalla parte sulla ricostruzione del reddito e che quindi, per mancata opposizione, deve tale prova essere accettata da questa Commissione”).

L’Amministrazione finanziaria ha concentrato tutti i suoi sforzi difensivi ed ha circoscritto la propria volontà impugnatoria esclusivamente sulla seconda delle due rationes decidendi, invocando l’omesso esame dei documenti e delle prove addotti dalla contribuente, in assenza di una analitica e chiara indicazione degli stessi in motivazione (primo motivo). Si è, poi, concentrato, sulla mancata decisione nel merito del giudice di appello, che, trattandosi di un giudizio di impugnazione-merito, pur riconoscendo fondate le doglianze della contribuente, avrebbe dovuto rideterminare il reddito imponibile, non potendosi limitare alla mera pronuncia di annullamento dell’avviso di accertamento (secondo motivo). Infine, la ricorrente critica la parte della seconda ratio decidendi, laddove il giudice di appello afferma che deve essere esclusa l’autosufficienza dell’applicazione dei coefficienti a fondare l’accertamento, dovendo l’Agenzia “adeguare il reddito astrattamente determinato in base ai coefficienti alla reale capacità produttiva del contribuente”. In tal modo, per la ricorrente il giudice di appello ha “stravolto la metodologia dell’accertamento sintetico, equiparandolo allo spesometro, del quale non possiede le carattefisticlr” (terzo motivo).

In nessun passaggio della formulazione dei motivi, dunque, l’Agenzia delle entrate contesta la prima ratio decidendi, costruita sulla assenza di motivazione dell’avviso di accertamento.

Pertanto, per questa Corte, la sentenza del giudice di merito, la quale, dopo aver aderito ad una prima ragione di decisione, esamini ed accolga anche una seconda ragione, al fine di sostenere la decisione anche nel caso in cui la prima possa risultare erronea, non incorre nel vizio di contraddittorietà della motivazione, il quale sussiste nel diverso caso di contrasto di argomenti confluenti nella stessa “ratio decidendi”, nè contiene, quanto alla “causa petendi” alternativa o subordinata, un mero “obiter dictum”, insuscettibile di trasformarsi nel giudicato. Detta sentenza, invece, configura una pronuncia basata su due distinte “rationes decidendi”, ciascuna di per sè sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, con il conseguente onere del ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità del ricorso (Cass., sez. 5, 18 aprile 2019, n. 10815).

Per questa Corte, a sezioni unite, il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti. Ne consegue che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali “rationes decidendi”, neppure sotto il profilo del vizio di motivazione (Cass., sez. un., 29 marzo 2013, n. 7931).

5.Non si provvede sulle spese del giudizio di legittimità in quanto manca la prova della notificazione del controricorso, essendo in atti solo la spedizione della raccomandata, ma non l’avviso di ricevimento, come confermato da ricerche effettuate anche presso il SIC (Sistema Informativo Cassazione-Civile).

6.Non opera a carico dell’Agenzia ricorrente il raddoppio del contributo unificato (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550; Cass., n. 889/2017).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 13 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 dicembre 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA