Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29864 del 13/12/2017


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 29864 Anno 2017
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: ESPOSITO ANTONIO FRANCESCO

SENTENZA
sul ricorso 26617-2010 proposto da:
VERNO

COSTRUZIONI

SRL

in persona

del

legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato
in ROMA VIALE
dell’avvocato
rappresenta

PARIOLI

FRANCESCO
e

difende

43,

presso

lo

D’AYALA VALVA,
unitamente

studio
che

lo

all’avvocato

FRANCESCO MOSCHETTI giusta delega a margine;
– ricorrente contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

Data pubblicazione: 13/12/2017

STATO, che lo rappresenta e difende;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 20/2010 della COMM.TRIB.REG. di
VENEZIA, depositata il 22/02/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica

FRANCESCO ESPOSITO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. TOMMASO BASILE che ha concluso per il
rigetto del ricorso;
udito per il ricorrente l’Avvocato CARRARO per delega
dell’Avvocato MOSCHETTI che si riporta al contenuto
del ricorso e della memoria depositati;
udito per il controricorrente l’Avvocato DETTORI che
ha chiesto il rigetto.

udienza del 05/04/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO

FATTI DI CAUSA
1. A seguito di processo verbale di constatazione redatto dall’Ufficio
di Treviso dell’Agenzia delle entrate, venne notificato alla Verno
Costruzioni s.r.l. avviso di accertamento con il quale si rettificava, ai
sensi dell’art. 39, comma 1, d.P.R. n. 600/1973, ai fini di IRES, IRAP
d’imposta 2004, sulla base della rilevata incongruenza tra il valore
degli immobili costruiti dalla società e il prezzo dichiarato negli atti
notarili di compravendita.
2. Il ricorso proposto dalla società contribuente avverso il suddetto
atto impositivo veniva rigettato dalla C.T.P. di Treviso.
3. La sentenza era confermata dalla C.T.R. del Veneto, con decisione
del 22 gennaio 2010.
4. Avverso detta pronuncia la società contribuente propone ricorso
per cassazione, sulla base di nove motivi.
Resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.
La ricorrente ha depositato memoria.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo la società contribuente deduce, in relazione
all’art. 360 n. 4 cod. proc. civ., la nullità della sentenza impugnata,
in quanto nella esposizione del fatto mancherebbe totalmente la
descrizione del contenuto della sentenza di primo grado.
2. La censura è infondata, atteso che il contenuto della pronuncia di
primo grado si evince con chiarezza dalla parte motiva della
sentenza impugnata, ove i motivi di appello e il contenuto dell’avviso
di accertamento sono compiutamente esaminati in correlazione con
le statuizioni della decisione oggetto di gravame, sicché risulta, nella
specie, soddisfatto il requisito, richiesto dall’art. 132 c.p.c., della
concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.
3.

Con il secondo motivo – denunciando violazione e falsa

applicazione degli artt. 39, comma 1, lett. d), d.P.R. n. 600/1973 e
3

ed IVA, la dichiarazione dei redditi presentata dalla società per l’anno

dell’art. 62-sexies, comma 3, d.l. n. 331/1993, conv. dalla I. n.
427/1993 – si censura la sentenza impugnata per avere la C.T.R.
ritenuto legittima la rettifica dei ricavi dichiarati in base alle norme
che disciplinano l’accertamento analitico-induttivo fondato sui ricavi
desumibili dalla caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della
specifica attività svolta, sebbene nessuna indagine sia stata svolta a
Con il terzo motivo – denunciando violazione e falsa applicazione
degli artt. 39, comma 1, lett. d), d.P.R. n. 600/1973 e dell’art. 54,
comma 2, d.P.R. n. 633/1972 – si censura la sentenza impugnata
per avere la C.T.R. ritenuto legittima la rettifica dei ricavi dichiarati
in base alle norme che disciplinano, ai fini dell’IVA e delle imposte
sui redditi, l’accertamento fondato su presunzioni idonee a
dimostrare la corresponsione di ricavi occulti, sebbene nessun
elemento indiziario dimostrasse il pagamento di una somma
superiore al prezzo di vendita dichiarato.
Con il quarto motivo – denunciando violazione e falsa applicazione
dell’art. 24, commi 4, lett. f) e 5, I. n. 88/2009 – si censura la
sentenza impugnata per avere la C.T.R., ritenendo legittimo
l’accertamento di maggiori ricavi desunti da una stima del valore
medio di mercato degli immobili, violato le disposizioni abrogatrici
delle norme che disciplinavano l’accertamento fondato sul valore
normale degli immobili.
4. I tre motivi, esaminabili congiuntamente in quanto inerenti i criteri
presuntivi adoperati per la determinazione dei ricavi, sono infondati.
La C.T.R., dopo aver richiamato le presunzioni poste dall’Ufficio a
fondamento dell’accertamento (incongruenza dei prezzi indicati negli
atti di vendita rispetto all’importo dei mutui contratti dagli acquirenti,
alle stime U.T.E. relative all’anno 2002, alle quotazioni degli immobili
fornite dall’agenzia immobiliare UNICASE per l’anno 2004, ai valori
del mercato immobiliare nell’anno 2006), ha testualmente rilevato:
«l’accertamento non pare fondato sul criterio di cui all’art. 39,
comma lett. d) secondo periodo D.P.R. 600/1973, bensì
esclusivamente su presunzioni semplici nel medesimo rassegnate
4

tal fine dall’Amministrazione finanziaria.

che consentono di ritenere la sussistenza di ricavi non dichiarati. Il
criterio adottato dall’ufficio trova altresì riscontro nel disposto
dell’art. 62 sexies, terzo comma, d.l. 331/1993, convertito nella
legge n. 427 del 1993, secondo cui gli accertamenti di cui all’art. 39,
I comma, lett. d) D.P.R. 600/1973 succ. mod. possono essere
fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze fra i ricavi, i
caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività
svolta».
Orbene, al di là del refuso relativo alla mancata indicazione del
comma del citato art. 39, la C.T.R. ha correttamente ritenuto che,
nella fattispecie, ricorressero i presupposti dell’accertamento
analitico-induttivo, posto che i plurimi elementi evidenziati
dall’Ufficio (importo dei mutui contratti dagli acquirenti, stime U.T.E.
relative all’anno 2002, quotazioni degli immobili nell’anno 2004,
valori del mercato immobiliare per l’anno 2006) integravano
presunzioni gravi, precise e concordanti ed evidenziavano gravi
incongruenze, tali da portare a ritenere che il valore degli immobili
venduti dalla società contribuente fosse superiore a quello dichiarato
dalle parti contraenti negli atti di trasferimento.
La sentenza impugnata, inoltre, è conforme al principio affermato da
questa Corte secondo cui gli artt. 39, comma 1, lett. d), d.P.R. n.
600/1973 e 54, comma 3, d.P.R. n. 633 del 1972, come modificati
dall’art. 24 I. n. 88 del 2009, hanno effetto retroattivo, in
considerazione della finalità della citata I. n. 88 di adeguare
l’ordinamento interno a quello comunitario, sicché, venuta meno ex
tunc la presunzione legale relativa di corrispondenza del corrispettivo
effettivo al valore normale del bene, introdotta nei menzionati art.
39 e 54 dal d.l. n. 223 del 2006, conv., con modif., dalla I. n. 248 del
2006, la prova dell’esistenza di attività non dichiarate può essere
desunta anche sulla base di presunzioni semplici, purché gravi,
precise e concordanti (Cass. n. 23485 del 2016).
5. Con il quinto motivo si deduce l’insufficiente e inadeguata
motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui afferma:
5

compensi ed i corrispettivi dichiarati e fondatamente desumibili dalle

«Ed invero quanto al rilievo sub 1 dell’atto impugnato e cioè
l’esistenza di mutui, in numero di quattro, erogati in misura
superiore al prezzo di vendita dichiarato nel corrispondente atto di
vendita da parte della Verno spa, va osservato che quest’ultima non
ha offerto alcun elemento documentale atto a giustificare
l’erogazione di un mutuo di entità superiore al prezzo di vendita,
alcun riscontro obiettivo»; e ciò nonostante la società contribuente,
al fine di contestare l’asserita valenza probatoria di taluni mutui,
avesse prodotto documentazione proveniente da istituti di credito da
cui risultava la prassi di concedere mutui per importo superiore al
prezzo di vendita degli immobili. La ricorrente denuncia, altresì,
violazione e falsa applicazione degli artt. 54, comma 2, d.P.R. n.
633/1972, 39, comma 1, lett. d), secondo periodo, d.P.R. n.
600/1973 e 2729 cod. civ., deducendo che la sentenza di appello,
ritenendo legittimo l’accertamento non fondato su presunzioni gravi
e precise, aveva violato le norme che impongono di tener conto
soltanto di presunzioni qualificate.
Con il sesto motivo si deduce l’insufficiente e illogica motivazione
della sentenza impugnata in ordine alla operata estensione a tutte le
sedici vendite in contestazione dell’asserita valenza probatoria di un
elemento indiziario – i mutui sospetti – rinvenuto soltanto in relazione
a quattro vendite.
Con il settimo motivo si deduce insufficiente e contraddittoria
motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui afferma: «la
stima UTE reca un valore, per l’anno 2002, superiore a quello
indicato negli atti di vendita che pare condivisibile in assenza di
elementi che possano far ritenere fondato il convincimento di una
diminuzione del prezzo di vendita, nell’anno 2004, rispetto all’anno
2002». Lamenta la ricorrente che la C.T.R. – da un lato – ha ritenuto
condivisibile tale stima e – dall’altro – ha confermato la rettifica
fondata su un valore medio degli immobili diverso e largamente
superiore rispetto alla stima dell’U.T.E.

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affidandosi ad articoli di stampa suggestivi ma, tuttavia, privi di

Con l’ottavo motivo si deduce insufficiente motivazione della
sentenza impugnata nella parte in cui, in relazione alla stima operata
dall’agenzia immobiliare UNICASE, afferma:

«i valori sono

determinati in relazione all’ubicazione dei beni e non è traccia in atti
per ritenere che nel medesimo sia assorbita la percentuale
provvisionale dell’Agenzia, investendo la stima il bene nel suo valore
Deduce la ricorrente la erronea valutazione delle

risultanze probatorie relative alle «quotazioni immobiliari anno
2004» tratte dal processo verbale di constatazione e dal verbale di
accesso presso l’agenzia immobiliare UNICASE.
Con il nono motivo – denunciando violazione e falsa applicazione
degli artt. 54, comma 2, d.P.R. n. 633/1972, 39, comma 1, lett. d),
secondo periodo, d.P.R. n. 600/1973 e 2729 cod. civ. – la ricorrente
censura la sentenza impugnata per avere la C.T.R. ritenuto legittimo
un accertamento fiscale recante una rettifica dei corrispettivi non
fondata su presunzioni concordanti, violando le norme che
impongono di tener conto soltanto di presunzioni qualificate.
6. I motivi, da esaminarsi congiuntamente stante la loro
connessione, sono infondati.
La ricorrente, pur evocando anche vizi di violazione di legge,
prospetta una diversa valutazione delle risultanze fattuali, il cui
apprezzamento è riservato al giudice di merito, il quale, sulla base di
argomentazioni immuni da vizi logici o giuridici, ha espresso il
proprio convincimento, insindacabile in sede di legittimità, in ordine
alla ricorrenza, nella specie, alla stregua degli elementi in
precedenza indicati, di presunzioni gravi, precise e concordanti e
gravi incongruenze che giustificavano l’accertamento del maggior
reddito d’impresa. Invero, il giudice del merito, nel porre a
fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una
fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una
ricostruzione circostanziale a scapito di altre pur astrattamente
possibili, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del
proprio convincimento, senza peraltro essere tenuto ad affrontare e
discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare ogni
7

oggettivo».

deduzione difensiva. Spetta, difatti, al giudice del merito
l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, valutando le
prove, controllando la loro attendibilità e concludenza, scegliendo,
fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione.
7. In conclusione, alla stregua delle considerazioni svolte, il ricorso
deve essere rigettato.
seguono la soccombenza.
P.Q.M.
rigetta il ricorso.
Condanna la ricorrente al pagamento, in favore dell’Agenzia delle
entrate, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in C
8.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma il 5 aprile 2017.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo,

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