Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29846 del 13/12/2017


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 29846 Anno 2017
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: GRECO ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 13571-2012 proposto da:
BLEFARI GIUSEPPE in proprio, elettivamente domiciliato
in ROMA, VIA ANIMUCCIA GIOVANNI 15, presso lo studio
dell’avvocato GIUSEPPE BLEFARI, che lo rappresenta e
difende giusta delega in atti;

ricorrenti

intimati

contro

MINISTERO ECONOMIA E FINANZE;

nonchè contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI

Data pubblicazione: 13/12/2017

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende;
– resistente con atto di costituzione avverso la sentenza n. 129/2011 della COMM.TRIB.REG.
di ROMA, depositata il 24/05/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica

GRECO;
udito per il ricorrente l’Avvocato VICARI per delega
dell’avvocato BLEFARI che si riporta agli atti;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. LUISA DE RENZIS che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

udienza del 18/01/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO

FATTI DI CAUSA

Giuseppe Blefari propone ricorso per cassazione con quattro
motivi nei confronti della sentenza della Commissione tributaria
regionale del Lazio che, accogliendo l’appello dell’Agenzia delle
entrate, ha confermato la legittimità della cartella di pagamento
relativa a omessi o ritardati pagamenti di IRPEF e IRAP per il
2003, rilevati ai sensi dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 600 del
1973.
comunicazione dell’esito della liquidazione non comportava la
nullità dell’atto, né nella specie trovava applicazione l’art. 6,
comma 5, dello statuto del contribuente, che prescrive l’obbligo
della preventiva comunicazione di irregolarità solo quando
sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione.
Nella specie, il contribuente non aveva efficacemente contrastato
la circostanziata affermazione dell’ufficio circa l’entità della
quota mancante di pagamento, né aveva dimostrato la tempestività
dei versamenti effettuati.
L’Agenzia delle entrate si è costituita al solo fine
dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.
RAGICNI DEIIALDECISICNE

Con il primo motivo il contribuente denuncia la violazione
dell’art. 57 del d.lgs. n.546 del 1992, per avere l’ufficio
introdotto nuove censure, richiamandosi a situazioni da esso non
evocate, bensì accettate in sede di contraddittorio in primo
grado.
Il motivo è infondato, alla luce del principio secondo cui
“il divieto di proporre nuove eccezioni in appello, posto
dall’art. 57, coma secondo, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546,
riguarda l’eccezione in senso tecnico, ossia lo strumento
processuale con cui il contribuente, in qualità di convenuto in
senso sostanziale, fa valere un fatto giuridico avente efficacia
nedificativa o estintiva della pretesa fiscale, na non limita la
possibilità dell’Amministrazione di difendersi dalle
contestazioni già dedotte in giudizio, perché le difese, le
argomentazioni e le prospettazioni dirette a contestare la
fondatezza di un’eccezione non costituiscono, a loro volta,
eccezione in senso tecnico: in applicazione del principio, la

2

Il giudice d’appello ha infatti ritenuto che la mancata

S.C. ha ritenuto contrastante con il disposto della citata norma
la declaratoria di inammissibilità del motivo di appello con cui
l’Ufficio, impugnando la sentenza di primo grado che aveva
annullato una iscrizione ipotecaria per mancata notifica delle
cartelle presupposte, aveva dedotto per la prima volta che tali
cartelle non erano state regolarmente notificate, producendo la
relativa documentazione” (Cass. n. 14486 del 2013).
Con il secondo motivo censura la sentenza per aver

dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 600 del 1973 non comporterebbe la
nullità della cartella di pagamento emessa; il giudice d’appello
poi non aveva tenuto conto in proposito che una comunicazione di
regolarità era stata inviata al contribuente.
Il motivo è infondato, atteso che in materia di
riscossione, ai sensi degli artt. 36 bis del d.P.R. n. 600 del
1973 e 54 bis del d.P.R. n. 633 del 1972, l’invio al contribuente
della comunicazione di irregolarità, al fine di evitare la
reiterazione di errori e di consentire la regolarizzazione degli
aspetti formali, è dovuto solo ove dai controlli automatici
emerga un risultato diverso rispetto a quello indicato nella
dichiarazione ovvero un’imposta o una maggiore imposta e,
comunque, la sua omissione determina una mera irregolarità e non
preclude, una volta ricevuta la notifica della cartella, di
corrispondere quanto dovuto con riduzione della sanzione, mentre
tale adempimento non è prescritto in caso di omessi o tardivi
versamenti – come nel caso di specie -, ipotesi in cui, peraltro,
non spetta la riduzione delle sanzioni amministrative ai sensi
dell’art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 462 del 1997 (Cass. n. 13759
del 2016, n. 12023 del 2015).
Con il terzo motivo denuncia la violazione e falsa
applicazione degli artt. 6 e 10 dello statuto del contribuente,
in relazione, rispettivamente, all’obbligo della preventiva
comunicazione di irregolarità, ed al principio

di

tutela del

legittimo affidamento del cittadino, in relazione alla
comunicazione di regolarità inviata al contribuente.
Con il quarto motivo denuncia la violazione del principio
dell’onere della prova, atteso che l’ufficio non avrebbe portato,
neppure in appello, alcuna prova documentale della pretesa.

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affermato che il mancato invio dell’avviso di regolarità ai sensi

I due motivi, da trattare congiuntamente in quanto legati,
sono infondati.
Secondo il consolidato orientamento di questa Corte,
“l’art. 6, coma quinto, della legge 27 luglio 2000, n. 212, non
impone l’obbligo del contraddittorio preventivo in tutti i casi
in cui si debba procedere ad iscrizione a ruolo, ai sensi
dell’art. 36 bis del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ma
soltanto “qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti
necessariamente nei casi soggetti alla disposizione appena
indicata, la quale implica un controllo di tipo documentale sui
dati contabili direttamente riportati in dichiarazione, senza
margini di tipo interpretativo; del resto, se il legislatore
avesse voluto imporre il contraddittorio preventivo in tutti i
casi di iscrizione a ruolo derivante dalla liquidazione dei
tributi risultanti dalla dichiarazione, non avrebbe posto la
condizione di cui al citato inciso: nella specie, la S.C. ha
annullato la sentenza impugnata che aveva ritenuto invalida, per
violazione dell’art. 6, comma quinto, della legge n. 212 del
2000, una cartella di pagamento relativa ad omesso o
insufficiente versamento di imposte dirette e indirette dovute in
base alla dichiarazione presentata” (Cass. n. 8342 del 2012).
Nella specie il ricorrente non allega la ricorrenza
della’ipotesi di sussistenza di incertezze su aspetti rilevanti
della dichiarazione.
Quanto alla prova della pretesa dell’amministrazione, nel
procedimento di liquidazione in base alla dichiarazione, essa è
costituita dalla stessa dichiarazione del contribuente, rispetto
alla quale l’ufficio ha, nella specie, rilevato l’omissione o la
tardività di versamenti IRPEF ed IRAP.
Il giudice d’appello ha in proposito accertato come il
contribuente non avesse “efficacemente contrastato (mediante
idonea documentazione, che dimostrasse non solo quanto e quando
ha pagato, ma anche quanto e quando avrebbe dovuto pagare) la
circostanziata affermazione dell’ufficio circa l’entità della
quota mancante di pagamento (pari alla differenza tra euro
10.974,00 ed euro 3.752,95), né ha dimostrato la tempestività dei
versamenti effettuati”.

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della dichiarazione”, situazione, quest’ultima, che non ricorre

Il ricorso deve essere pertanto rigettato.
Le spese del giudizio possono essere compensate tra le
parti, in considerazione dell’epoca cui risalgono gli
orientamenti giurisprudenziali di legittimità richiamati.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Dichiara compensate fra le parti le spese del giudizio.
Così deciso in Roma il 18 gennaio 2017

(Antonio Greco)

Il Presidente
(Aurelio

ianca)

Il consigliere estensore

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