Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29839 del 20/11/2018

Cassazione civile sez. III, 20/11/2018, (ud. 27/06/2018, dep. 20/11/2018), n.29839

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4848/2017 R.G. proposto da:

A.A. e C. s.n.c., in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dagli Avv.ti Segio Iavelli e Rosa

Lanatà, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultima in

Roma, via San Tommaso d’Aquino, n. 75;

– ricorrente –

contro

B.F., rappresentato e difeso dagli Avv.ti Marco

Graziola e Guido Cipriani, con domicilio eletto presso lo studio di

quest’ultimo in Roma, via Prisciano, n. 28;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino pubblicata il 13

luglio 2016;

Udita la relazione svolta in camera di consiglio dal Consigliere

Cosimo D’Arrigo;

letta la sentenza impugnata;

letti il ricorso, il controricorso e le memorie depositate ai sensi

dell’art. 380-bis-1 c.p.c..

Fatto

RITENUTO

che:

con atto di citazione del 2 marzo 2011, la A.A. & C. s.n.c. conveniva dinanzi al Tribunale di Vercelli il geometra B.F., esponendo di avergli conferito l’incarico professionale di assisterla per ottenere il finanziamento regionale previsto da Finpiemonte S.p.a. a sostegno dell’offerta turistica in occasione delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 e che il convenuto, rendendosi colpevolmente inadempiente degli impegni assunti, era riuscito solo in parte nell’intento. Ne chiedeva quindi la condanna al risarcimento dei danni.

Il Tribunale di Vercelli riteneva il B. responsabile dei danni invocati dall’attrice, avendo egli gestito l’intera operazione di richiesta di finanziamento, e lo condannava pertanto al pagamento della somma complessiva di Euro 108.606,29.

B.F. proponeva gravame dinanzi alla Corte d’appello di Torino, rilevando di non aver gestito personalmente la pratica di richiesta di finanziamento, ma di aver svolto il più limitato ruolo di progettista e direttore dei lavori con il compito di raccogliere la documentazione tecnica necessaria per la richiesta in esame. Deduceva che della concreta gestione della pratica si era invece occupata la società Eurocons, rimasta estranea al giudizio, sicchè alcuna responsabilità poteva rinvenirsi a suo carico.

L’appellata A. S.n.c. si costituiva in appello al solo fine di rilevare la mancata osservanza dei termini di cui all’art. 163-bis c.p.c.: chiedeva che la Corte d’appello, rilevata la nullità della citazione, differisse la data di prima udienza ai sensi e per gli effetti dell’art. 164 c.p.c..

All’esito della udienza di prima comparizione, la Corte d’appello, sciolta la riserva, sospendeva su istanza dell’appellante la provvisoria esecuzione della sentenza impugnata.

La A. S.n.c. si costituiva quindi in funzione della udienza di prima comparizione, differita alla data successiva del 7 aprile 2016, eccependo l’inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 342 c.p.c.. Deduceva, inoltre, la violazione dei termini per comparire in relazione alla decisione sull’istanza di sospensione della provvisoria esecuzione, ritenendo la stessa fosse avvenuta in sostanza inaudita altera parte, cioè antecedentemente all’udienza di prima comparizione, così come differita. Pertanto, il contraddittorio non poteva regolarmente considerarsi costituito. Infine, ribadiva la piena ed esclusiva responsabilità del B. nella gestione della pratica di finanziamento presso la Finpiemonte S.p.a..

La Corte d’appello di Torino accoglieva il gravame e riformava la sentenza di primo grado, rigettando la domanda di risarcimento proposta dalla A. S.n.c., con condanna della stessa alla refusione delle spese di lite.

La decisione è stata fatta oggetto, da parte della A. S.n.c., di ricorso per cassazione articolato in quattro motivi.

B.F. ha resistito con controricorso.

Il pubblico ministero non ha ritenuto di rassegnare le proprie conclusioni scritte.

Entrambe le parti hanno depositato memorie difensive ex art. 380-bis-1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1.1 Con il primo motivo si deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, – la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 163 c.p.c., comma 3.

Come già anticipato, alla prima udienza di trattazione, tenutasi in data 25 febbraio 2016, la Corte d’appello prendeva atto del rilievo della società appellata relativo al mancato rispetto da parte dell’appellante del termine di cui all’art. 163-bis c.p.c. e differiva pertanto, ai sensi dell’art. 164 c.p.c., comma 3, la prima udienza ad una data successiva, rispettosa del suddetto termine. Tuttavia, a quella stessa udienza la corte territoriale si riservava sulla richiesta di sospensione della provvisoria esecutività della sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 351 c.p.c., decidendo infine in senso conforme alla domanda dell’appellante.

La ricorrente sostiene che, così agendo, la corte d’appello avrebbe commesso un duplice errore. Per un verso, ha differito la prima udienza di trattazione – ai sensi dell’art. 164 c.p.c., comma 3 – in assenza di una costituzione dell’appellata sanante i vizi della citazione, giacchè la A. s.n.c. si era costituita in giudizio esclusivamente per far valere il mancato rispetto dei termini di comparizione.

Per altro verso, ha leso il diritto al contraddittorio, pronunciandosi sulla richiesta di sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata in esito ad un’udienza, quella del 25 febbraio 2016, nella quale (per le ragioni sopra esposte) la A. s.n.c. non risultava ritualmente convenuta.

Dal mancato rispetto dei termini di cui all’art. 163-bis c.p.c., discenderebbe la nullità dell’atto di citazione introduttivo del giudizio di appello e quindi per l’effetto, stante l’operatività dell’art 159 c.p.c., della sentenza emessa dalla corte territoriale.

1.2 Il motivo è infondato.

Dalla formulazione del motivo di ricorso non è ben chiaro se la ricorrente si dolga che la nuova data fissata dalla corte d’appello per la trattazione della causa (7 aprile 2016) non fosse anch’essa rispettosa dei termini per comparire di cui all’art. 163-bis c.p.c., o se, invece, lamenti che il giudice del gravame non poteva differire la prima udienza – ai sensi dell’art. 164 c.p.c., comma 3, – poichè la A. s.n.c. non si era validamente costituita in giudizio.

Tuttavia, sia nell’uno che nell’altro caso il motivo è infondato. 1.3 Sotto il primo aspetto, è evidente che la data fissata dal giudice del gravame come nuova prima udienza (7 aprile 2016) era ampiamente rispettosa dei termini di cui all’art. 163-bis c.p.c., giacchè l’atto di appello era stato notificato in data 27 novembre 2015. Invero, ai fini della regolare osservanza del termine a comparire, anche nel caso di differimento disposto dal giudice ai sensi dell’art. 164 c.p.c., comma 3, occorre far riferimento, quale dies a quo, alla data di notificazione dell’atto di citazione. Difatti, premessa la validità della notificazione dell’atto di citazione, il convenuto ha diritto al termine per approntare una congrua difesa a decorrere da tale data, che segna il momento della legale conoscenza dell’atto ai fini di approntare la relativa difesa.

La tesi della ricorrente, secondo cui, in caso di violazione dei termini minimi a comparire di cui all’art. 163-bis c.p.c., la fissazione della nuova udienza di prima comparizione dovrebbe essere disposta senza considerare il tempo già trascorso, non trova riscontro nella legge ed è in contrasto con il principio della ragionevole durata del processo. Infatti, ragionando a tal modo si arriverebbe ad assicurare al convenuto un termine che potrebbe essere addirittura quasi doppio di quello ordinario (ad esempio, quando – come spesso accade – i termini in questione siano stati violati solo per pochi giorni), senza che a tale dilatazione temporale del processo corrisponda alcun interesse sostanziale meritevole di tutela.

1.3 Anche nella seconda chiave di lettura, la censura della società ricorrente non coglie nel segno. Difatti, il differimento, ai sensi dell’art. 164 c.p.c., comma 3, dell’udienza di prima comparizione è previsto proprio l’ipotesi, come è avvenuto nel caso di specie, in cui l’appellato eccepisca il mancato rispetto dei termini per comparire.

La giurisprudenza citata dal ricorrente (Sez. 2, Sentenza n. 21957 del 16/10/2014, Rv. 632671) non si attaglia al caso di specie ed è stata erroneamente intesa.

Anche in quella occasione, questa Corte ha chiarito che, nell’evenienza che siano stati violati i termini minimi prescritti dall’art. 163 bis c.p.c., possono darsi tre ipotesi.

a) Il convenuto non si costituisce. In tal caso il giudice, d’ufficio, dichiara la nullità della citazione e ne dispone la rinnovazione entro un termine perentorio (art. 164 c.p.c., comma 2). All’inosservanza del termine consegue l’estinzione del giudizio.

b) Il convenuto si costituisce e non deduce l’inosservanza dei termini: la sua costituzione sana i vizi della citazione (art. 164 c.p.c., comma 3), che non potranno essere fatti più valere.

c) Il convenuto si costituisce, deduce l’inosservanza dei termini e fa richiesta di fissazione di una nuova udienza. In tal caso – e questo è quello cui si riferisce la citata sentenza – il giudice è tenuto ad accogliere la richiesta (art. 164 c.p.c., comma 2): il differimento sana il vizio. Qualora invece il giudice non accolga la domanda di differimento, la semplice costituzione del convenuto non sarà sufficiente a sanare la nullità, a nulla rilevando che questi si sia difeso nel merito, dovendosi presumere che l’inosservanza del termine a comparire gli abbia impedito comunque una più adeguata difesa (così Sez. 2, Sentenza n. 21957 del 16/10/2014, Rv. 632671).

Consegue che, essendosi verificata nel caso in esame l’ipotesi considerata sub c) ed avendo ritualmente la corte d’appello accolto la richiesta di fissazione di una nuova udienza, la nullità dell’atto di citazione è risultata sanata e non può essere dedotta quale vizio del procedimento e della sentenza.

1.4 Risulta infondata anche la doglianza relativa alla decisione della corte d’appello sulla richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata, in quanto adottata già in esito all’udienza del 25 febbraio 2016, senza attendere la regolare costituzione del contraddittorio, perfezionatasi solo all’udienza del 7 aprile 2016.

L’art. 351 c.p.c., comma 2, prevede che la parte può chiedere che la decisione sulla sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata sia pronunciata prima dell’udienza di comparizione. Il successivo terzo comma aggiunge che, in tal caso, il giudice ordina la comparizione delle parti in camera di consiglio, salva la possibilità, ricorrendo giusti motivi di urgenza, di disporre provvisoriamente l’immediata sospensione con decreto inaudita altera parte, da confermare modificare o revocare all’esito dell’udienza camerale.

Dunque, la condizione essenziale per una valida deliberazione, ai sensi degli artt. 283 e 351 c.p.c., sull’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva (o dell’esecuzione) della sentenza impugnata è costituita dall’osservanza del principio del contraddittorio. Il provvedimento eventualmente adottato in via d’urgenza prima della comparizione delle parti, deve essere comunque confermato (o revocato) all’esito dell’udienza camerale.

Non è previsto, invece, un termine minimo a comparire. L’udienza camerale è fissata dal giudice dell’impugnazione con decreto e rientrerà quindi nella sua discrezionalità disporre la comparizione delle parti anche prima dell’udienza di citazione (e, quindi, presumibilmente prima che sia maturato il termine di cui all’art. 163-ter c.p.c.).

Nel caso in esame la corte d’appello non si è discostata da tali regole. Infatti: a) l’atto di citazione in appello conteneva l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata ed era quindi idoneo a sollecitare il contraddittorio di controparte sul punto; b) l’atto è stato debitamente notificato alla A. s.n.c., così assicurando l’effettivo contraddittorio; c) la corte d’appello ha ritenuto congruo il tempo trascorso fra la notifica e l’udienza di citazione (differita, quanto alla sola trattazione nel merito, per la già rilevata violazione dell’art. 163-ter c.p.c.); d) la convenuta non aveva diritto ad alcun termine minimo a comparire per discutere della sola istanza di sospensione.

La doglianza è quindi infondata.

Non è superfluo aggiungere, tuttavia, che sarebbe ravvisabile anche una sostanziale carenza dell’interesse ad agire, non potendosi la A. s.n.c. dolersi della sospensione dell’efficacia esecutiva di una sentenza poi totalmente riformata. La decisione d’appello, infatti, ha travolto la sentenza di primo grado, di cui la ricorrente avrebbe invece voluto preservare l’efficacia.

2.1 Con il secondo motivo si deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – la violazione o falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c.. La censura, risolvendosi nella denuncia di un vizio comportante, in astratto, la nullità della sentenza, deve essere riqualificato d’ufficio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

In dettaglio, la A. s.n.c. sostiene che la corte d’appello sarebbe incorsa nell’errore di non aver dichiarato inammissibile il gravame, nonostante l’appello proposto non rispettasse i requisiti dettati dall’art. 342 c.p.c., non essendo state adeguatamente censurate tutte le statuizioni contenute nella sentenza di primo grado e difettando l’indicazione delle modifiche, in fatto ed in diritto, richieste al giudice del gravame.

2.2 D motivo è inammissibile.

Qualora il ricorrente contesti la mancata declaratoria di inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 342 c.p.c., egli è onerato di riportare testualmente nel ricorso i singoli motivi di appello proposti, o quantomeno di adeguatamente riprodurne il contenuto, onde consentire alla Corte di cassazione di valutare la genericità o specificità degli stessi e, quindi, la fondatezza o meno della doglianza.

Diversamente, essendosi limitato il ricorrente a dedurre genericamente che l’atto di appello non rispettava i requisiti posti dall’art. 342 c.p.c., senza tuttavia specificamente indicare in che modo e per quali ragioni i motivi di appello fossero generici ed inammissibili, il motivo in esame non supera il vaglio di specificità di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, giacchè questa Corte non è stata posta nelle condizioni di statuire sul merito della censura prospettata.

3.1 Con il terzo e quarto motivo – che possono essere esaminati congiuntamente in quanto strettamente connessi, se non addirittura sovrapponibili – la ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la presunta illogicità e contraddittorietà della motivazione impugnata.

Nello specifico, la corte d’appello, travisando le prove, avrebbe erroneamente ritenuto che il B. svolse unicamente il ruolo di progettista e direttore dei lavori di ristrutturazione, anzichè riconoscerlo responsabile di tutta la pratica relativa alla richiesta di finanziamento alla Regione (OMISSIS).

Inoltre, sempre a cagione di una non corretta valutazione delle risultanze istruttorie, il giudice del gravame avrebbe altresì errato nel non rilevare le gravi inadempienze addebitabili al B..

3.2 I motivi sono inammissibili.

Sotto l’apparente paradigma normativo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la società ricorrente contesta in realtà la valutazione degli elementi probatori raccolti nel giudizio di merito compiuta dal giudice del gravame.

Tale operazione è tuttavia preclusa in sede di legittimità, ove risulta possibile rilevare gli errori del giudice relativi alle risultanze probatorie solamente allorchè egli abbia posto alla base della decisione prove non dedotte dalle parti o disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, ovvero abbia disatteso (valutandole secondo il suo prudente apprezzamento) delle prove legali ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (Sez. 6 – L, Ordinanza n. 27000 del 27/12/2016, Rv. 642299).

Del resto, la censura della ricorrente, proposta sotto la veste dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non risponde neppure ai limiti di censura definiti dalla nuova formulazione della citata disposizione.

Infatti, in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830; Sez. 3, Sentenza n. 23940 del 12/10/2017, Rv. 645828).

4. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico della società ricorrente, nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lei proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 27 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2018

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