Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29832 del 07/11/2018

Cassazione civile sez. III, 20/11/2018, (ud. 15/06/2018, dep. 20/11/2018), n.29832

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6368-2017 proposto da:

M.R., R.L.M., elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 268/A, presso lo studio dell’avvocato

GIANLUCA CAPOROSSI, rappresentati e difesi dagli avvocati CARDENA’

CLAUDIA, MAURIZIO DELLA COSTANZA giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

G.M., M.C., S.M., T.L.,

M.M., M.N., R.G., M.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 110/2016 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 29/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2018 dal Consigliere Dott. PASQUALE GIANNITI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI CARMELO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte di appello di Ancona con sentenza n. 110/2016:

– in accoglimento dell’appello principale proposto da D.G.M. ed in riforma della sentenza n. 1738/2006 del Tribunale di Ancona, ha condannato la società Rosman s.n.c., in persona del legale rappresentante, e i soci illimitatamente responsabili R.L.M. e M.R. a corrispondere al D.G. l’importo di Euro 16.080,29 oltre interessi di legge dalla domanda al soddisfo;

– ha rigettato l’appello incidentale proposto dalla società Rosman e dai soci illimitatamente responsabili R. e Ma., confermando la sentenza di primo grado;

– ha condannato la società Rosman e detti soci illimitatamente responsabili a rifondere al D.G. le spese processuali relative ad entrambi i gradi di giudizio; mentre ha dichiarato integralmente compensate le spese processuali tra le altre parti ed ha dichiarato che nulla era dovuto a tale titolo alla parte rimasta contumace.

2. Era accaduto che nel (OMISSIS) Di G.M., quale titolare dell’omonima ditta individuale, aveva convenuto in giudizio la società Rosman s.n.c., nonchè i soci illimitatamente responsabili R. e MA., in proprio, deducendo:

– di avere stipulato in data (OMISSIS) un contratto di somministrazione quinquennale, per un quantitativo di miscela di caffè pari almeno a Kg. 300 all’anno al prezzo di listino, con M.S., quale titolare del Bar (OMISSIS), corrente in (OMISSIS);

– che, in base a detto contratto, il M. si era impegnato a garantire, in caso di subentro di un terzo, la prosecuzione del rapporto al nuovo soggetto;

– che, nel mese di novembre 1996, essendo stato informato dal M. dell’intenzione di vendere l’azienda, aveva ricordato allo stesso di rendere edotti gli acquirenti del contratto, vincolandoli al medesimo ed aveva pure ricevuto al riguardo formale assicurazione;

– che, nel gennaio 1997, essendo stato informato dell’avvenuta vendita, si era recato presso i nuovi proprietari del bar ed aveva da questi raccolto il rifiuto a ricevere le forniture di caffè e pertanto aveva preteso ed ottenuto la restituzione dei beni che il M. aveva a suo tempo ricevuto in comodato gratuito (macchinari ed insegna, quest’ultima attraverso il pagamento del corrispettivo in denaro).

Tanto premesso in fatto, il D.G. aveva concluso chiedendo: a) accertarsi l’obbligo della società convenuta di adempiere al contratto (OMISSIS) di somministrazione, già concluso dal M.; b) condannare la società convenuta, nonchè i singoli soci illimitatamente responsabili, all’adempimento del succitato contratto; e, per l’effetto, al pagamento in suo favore della somma di 41.563.000 delle vecchie Lire, ovvero alla minore somma dovuta per il solo 1997 di 10.380.900 delle vecchie Lire, salvo il resto da azionare in separata sede, o quella diversa che sarebbe risultata di giustizia, oltre interessi legali dal 31/12/1996 alla domanda, oltre i successivi interessi sino al saldo, con vittoria di spese.

La soc. Rosman s.n.c., nonchè i soci R. e MA., in proprio, si erano costituiti, deducendo a loro volta che:

– che in data (OMISSIS) M.S. aveva ceduto il ramo di azienda costituito dal Bar (OMISSIS)’ con sede in (OMISSIS), alla soc. Rosman come da relativo contratto autenticato dal Notaio G.d.M.E.;

– che tale cessione aveva escluso il subentro dell’acquirente nei debiti e crediti della ditta venditrice ed aveva escluso il subentro della soc. Rosman nel contratto di somministrazione (OMISSIS) (rivendicato dal D.G.) o meglio aveva escluso la esistenza di tale contratto (cfr. art. 6 ove sono contemplati, tra i contratti ceduti, solo i contratti di utenza e quello di locazione);

– che M.S., così come M.C., che di fatto aveva gestito il Bar (OMISSIS)’ ed era stato sempre presente durante le trattative ed al momento della stipula del contratto di cessione, avevano sempre escluso l’esistenza di contratti di somministrazione diversi da quelli indicati nell’atto (e quindi anche quello rivendicato dal D.G.);

– che addirittura lo stesso D.G., nel mese di dicembre 1996, prima della conclusione del contratto di cessione di azienda con il M., aveva confermato ad essa soc. Rosman, l’inesistenza di obblighi della società medesima a rifornirsi della miscela del caffè Foschi, da lui commercializzata;

– che, successivamente alla stipula della cessione del ramo di azienda, il D.G. aveva proceduto al ritiro delle attrezzature e della macchina del caffè (che aveva dato in comodato al precedente proprietario del ramo di azienda suddetto);

– che, perciò, una volta divenuta proprietaria, la soc. Rosman si era determinata all’acquisto del caffè “(OMISSIS)”.

Tanto dedotto, la società ed i soci convenuti avevano chiesto:

– in via preliminare, la declaratoria di carenza di legittimazione passiva;

– in subordine, il rigetto della domanda attorea, nonchè a condanna di D.G. ai sensi dell’art. 96 c.p.c.;

– sempre in via subordinata avevano altresì chiesto dichiararsi M.S. e M.C. tenuti a manlevare essi convenuti da ogni pretesa che fosse stata riconosciuta al D.G. e conseguentemente la condanna dei suddetti al pagamento di qualsivoglia somma fosse stata accertata a favore della ditta D.G.M., oltrechè la condanna dei medesimi terzi al risarcimento dei danni a favore di essa soc. Rosman.

Il Giudice di primo grado aveva autorizzato la chiamata in causa di M.S. e M.C., i quali tuttavia erano rimasti contumaci.

Il Tribunale di Ancona, espletata l’istruttoria, con sentenza n. 1738/2006, aveva rigettato la domanda proposto dal D.G., compensando le spese.

Avverso detta sentenza aveva proposto appello principale il D.G., nella suddetta qualità.

Si erano costituiti la società Rosman ed i soci illimitatamente responsabili R. e MA., che avevano proposto appello incidentale in relazione alla manleva; mentre erano rimasti contumaci M.S. e M.C..

La Corte di appello di Ancona con la sentenza impugnata ha per l’appunto accolto l’appello principale e rigettato quello incidentale.

3. Avverso la sentenza della Corte territoriale propongono ricorso M.R. e R.L.M..

Non svolgono attività difensiva gli intimati.

In vista dell’odierna udienza, i ricorrenti depositano memoria con la quale insistono nell’accoglimento del ricorso.

Diritto

RITENUTO

che:

1. Il ricorso è affidato a 7 motivi.

In sintesi i ricorrenti M.R. e R.L.M., denunciano:

– con il primo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 167,183 e 233 c.p.c., nella parte in cui la Corte distrettuale ha ritenuto tardivo il deferito giuramento decisorio (deferito su un fatto dedotto intempestivamente);

– con il secondo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di un fatto decisivo e controverso nella parte in cui la Corte territoriale ha ritenuto tardiva la prospettazione di una pattuizione volta ad escludere tutti i rapporti documentalmente noti ad entrambe le parti (così trascurando che già nella comparsa di costituzione avanti il Tribunale di Ancona la Rosman aveva dedotto l’esclusione del contratto di somministrazione dalla cessione, in quanto le parti avevano inteso cedere solo i contratti espressamente indicati nell’atto);

– con il terzo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione ovvero falsa applicazione degli artt. 1372 e 1559-1562 c.c., nella parte in cui il Giudice di appello ha condannato la parte somministrata al pagamento delle prestazioni asseritamente eseguite (dal (OMISSIS)) e da eseguire (dal (OMISSIS)), ritenendo sufficiente per il pagamento del prezzo la mera indicazione del contratto e del prezzo, senza necessità di dimostrazione degli ordinativi e della consegna;

– con il quarto motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di un fatto decisivo e controverso nella parte in cui la Corte territoriale ha accolto la domanda, proposta dalla parte somministrante D.G., volta ad ottenere il pagamento delle forniture (effettuate e da effettuare), di cui al contratto di somministrazione del (OMISSIS), trascurando di considerare che lo stesso contratto (agli artt. 1, 2 e 3) subordinava il pagamento alla richiesta e alla consegna della merce;

– con il quinto motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione ovvero falsa applicazione degli artt. 1562,1570 e 2560 c.c., nella parte in cui la Corte territoriale, sul presupposto che il cessionario subentri automaticamente nel contratto di somministrazione in essere, ha accolto la domanda di adempimento del contratto di somministrazione anche con riferimento alle prestazioni esaurite (dal (OMISSIS)), in quanto precedenti la cessione del ramo di azienda (avvenuta in data (OMISSIS));

– con il sesto motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione ovvero falsa applicazione degli artt. 1372 e 2559 e ss. c.c., nella parte in cui la Corte territoriale ha rigettato la domanda di manleva svolta dalla cessionaria del ramo di azienda nei confronti dell’alienante, nonostante che il debito derivante dal contratto di somministrazione fosse stato stipulato prima della cessione e non fosse indicato nelle scritture contabili;

– con il settimo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di un fatto decisivo e controverso nella parte in cui la Corte territoriale ha rigettato la domanda di manleva svolta dalla cessionaria del ramo di azienda nei confronti dell’alienante, omettendo di esaminare le prove dalle quali era risultato che: a) durante le trattative volte alla conclusione del contratto di cessione del ramo di azienda, M.S. aveva indicato come in corso soltanto i contratti di somministrazione relativi alle utenze ed il contratto di locazione mentre, interpellato sull’esistenza di altri rapporti obbligatori, li aveva esclusi; b) il trasferimento doveva essere limitato ai soli rapporti risultanti dai documenti comunicati dalle parti durante le trattative svolte per la cessione del ramo di azienda.

2. Il ricorso va rigettato.

2.1. Non sono fondati il primo ed il secondo motivo, che si trattano congiuntamente, in quanto entrambi relativi al deferito giuramento decisorio.

Si premette che dal fascicolo processuale, al quale il Collegio accede in considerazione della natura della censura in esame, risulta che la società Rosman, in persona del l.r., con le deduzioni da far parte integrante del verbale di udienza del 19/07/2000 aveva deferito ai sensi dell’art. 233 c.p.c., giuramento decisorio a M.S. sui seguenti capitoli:

1)”Giuro che la Rosman di R. e MA. Snc, per sottrarsi al rischio di acquisire con la cessione del ramo di azienda del (OMISSIS), autenticato dal Notaio G.E., i rapporti non conosciuti pattuiva con M.S. che il trasferimento era limitato ai rapporti risultanti dai documenti comunicategli durante le trattative svoltesi per la traslazione del ramo di azienda costituito dal Bar Gelateria denominato Bar (OMISSIS) in

(OMISSIS)”,

2) “Giuro che tra i documenti comunicati alla Rosman di R. e MA. Snc durante le trattative vi era il contratto di somministrazione (OMISSIS) tra M.S. e D.G.M.”.

La Corte di Appello di Ancona ha disattesa l’istanza di giuramento decisorio degli odierni ricorrenti, argomentando sul fatto che – sebbene detto mezzo di prova possa essere deferito in qualunque stato del processo – il contenuto del giuramento (e, quindi, il fatto sul quale lo stesso verte) deve essere stato tempestivamente allegato, mentre nella specie era tardiva la prospettazione di una pattuizione volta ad escludere tutti i rapporti documentalmente noti ad entrambe la parti. E sulla base di tale tardività ha ritenuto l’inammissibilità del giuramento.

Tuttavia, dal tenore complessivo della motivazione – che sul punto va corretta – si evince la non decisività del deferito giuramento sulle circostanze sopra riportate, in quanto la Corte di merito ha rilevato (p. 3) che la parte acquirente dell’azienda aveva dedotto:

– dapprima, in sede di comparsa di costituzione e risposta, di aver ignorato l’esistenza del contratto di somministrazione;

– poi, nella memoria ex art. 184 c.p.c., che detto contratto era stato espressamente escluso da parte cedente;

– e, infine, in epoca ancora successiva, in contrasto con il petitum iniziale, di essersi per l’appunto accordata con parte cedente nel senso che il subingresso sarebbe avvenuto in relazione ai soli contratti dei quali, entrambe le parte, fossero documentalmente consapevoli.

Pertanto, così corretta la motivazione, la Corte territoriale non è incorsa nel vizio denunciato laddove non ha ammesso il deferito giuramento decisorio. E, nel legittimo esercizio del suo sindacato di merito, ha ritenuto che l’accordo, intercorso tra le parti, non fosse nel senso di limitare il subingresso ai rapporti risultanti dai documenti comunicati nel corso delle trattative; e che le spettanze del D.G. non erano subordinate alla presenza dei suoi crediti nei libri sociali dell’azienda.

2.2. Parimenti infondati sono il terzo, il quarto ed il quinto motivo di ricorso che si trattano congiuntamente, in quanto entrambi concernenti l’accoglimento della domanda di inadempimento contrattuale.

La Corte territoriale – dopo aver correttamente premesso che il contratto di somministrazione di caffè a favore di un bar, da un lato, è contratto aziendale (e, quindi, rientra nell’ipotesi di cui all’art. 2558 c.c., trattandosi di fornitura essenziale per l’azienda) e, d’altro lato, non è contratto personale – ha affermato che il sub ingresso nel contratto di somministrazione da parte del cessionario del bar (cioè degli odierni ricorrenti) avrebbe potuto essere evitato solo con una specifica previsione contrattuale.

Tanto premesso, con valutazione di merito, insindacabile in questa sede, la Corte di merito ha ritenuto non provato che il contratto di somministrazione fosse escluso dalla cessione, in quanto l’unica limitazione contrattuale, espressamente prevista, riguardava i debiti aziendali; e, d’altra parte, l’indicazione di determinati contratti (utenze e locazione) non era indicativa della volontà delle parti di impedire il subingresso nel contratto di somministrazione del caffè.

La Corte d’Appello, ricostruita nei termini suindicati la vicenda contrattuale, ha ritenuto che le spettanze del D.G. non fossero subordinate alla presenza di un suo credito nei libri sociali dell’azienda ceduta, in quanto, in conformità a consolidata giurisprudenza di legittimità (peraltro puntualmente richiamata), ha correttamente ritenuto che il regime fissato dall’art. 2560 c.c., con riferimento ai debiti aziendali, non opera con riguardo a posizioni contrattuali non ancora definite, come quella in esame, nelle quali il cessionario sia subentrato a norma dell’art. 2558 c.c..

E – dopo aver sottolineato che il D.G., attore in primo grado, aveva chiesto l’adempimento del contratto di somministrazione e per l’effetto la condanna al pagamento della somma che i convenuti R.- MA., quale parte acquirente dell’azienda, avrebbero dovuto pagare sino alla data di vigenza quinquennale del contratto (a far data dal (OMISSIS)) per l’acquisto di almeno 300 Kg di caffè all’anno – ha ritenuto evidente l’errore del primo Giudice che aveva confuso la richiesta del corrispettivo contrattuale con il danno subito ed ha ritenuto fondata la domanda di inadempimento, proposta dal D.G., in quanto quest’ultimo aveva dimostrato l’esistenza del contratto di somministrazione ed il corrispettivo di ogni singolo Kg di caffè (che nelle fatture e nel listino, cui il contratto di somministrazione faceva riferimento, risultava essere pari all’importo di 31.933 delle vecchie Lire per la qualità “oro”).

Ciò posto, la Corte di merito ha ritenuto equo – in considerazione del fatto che emergevano altre tipologie di caffè (a prezzi sia inferiori che superiori) e nella difficoltà di prevedere quali sarebbero state le scelte dell’acquirente dell’azienda (nell’ambito del quantitativo complessivo contrattualmente convenuto) – ridurre l’importo di Euro 21.440,39 (L. 41.523.600) del 25% in vista delle scelte pregresse del cedente (risultanti dalle fatture in atti); ed ha quindi condannato i coniugi R.- MA., quale parte acquirente dell’azienda, al pagamento di Euro 16.080,29 oltre interessi di legge dalla domanda al soddisfo.

I coniugi R.- MA., con i motivi in esame, censurano la sentenza impugnata nella parte in cui la stessa, riformando la sentenza di primo grado, ha accolto la domanda di inadempimento contrattuale che era stata formulata nei loro confronti dal D.G.; ma erroneamente non deducono la violazione dell’art. 1460 c.c..

Occorre qui sottolineare che i coniugi R.- MA. essendo stato (correttamente) ritenuto il loro subentro nel contratto di somministrazione – per essere sollevati dai pagamenti in esso previsti, avrebbero dovuto dedurre l’inadempimento del somministrante, circostanza che nella specie non è avvenuto.

I motivi, in esame, dunque sono infondati.

2.4. Infondati sono gli ultimi due motivi di ricorso, concernente la domanda di manleva.

La Corte territoriale ha confermato il rigetto della domanda di manleva (e, quindi, ha rigettato il proposto appello incidentale subordinato proposto dagli odierni ricorrenti nei confronti di M.S. e di M.C. che avevano gestito il bar) osservando che: quanto a M.C., questi aveva rinunciato all’eredità e l’intervenuta rinuncia aveva inciso sulla di lui titolarità della posizione passiva, rendendola insussistente. Quanto poi a M.S., rimasto contumace in appello, la domanda di manleva doveva essere respinta in quantoinon soltanto non vi era prova che il contratto di somministrazione fosse stato escluso dalla cessione dell’azienda, ma anzi il fatto che i coniugi R.- MA. fossero consapevoli della pendenza del contratto di comodato con il D.G. (avente ad oggetto la macchina di caffè ed il macinadosatore) lasciava chiaramente intendere che gli stessi erano altresì consapevole dell’esistenza del contratto di somministrazione, in quanto detto contratto si accompagna generalmente al contratto di comodato dei macchinari.

A fronte della decisione della Corte territoriale, corretta in diritto, le censure dei ricorrenti, sopra ripercorse, involgono questioni di fatto che sfuggono dal sindacato demandato a questa Corte di legittimità.

3. Per le ragioni che precedono il ricorso deve essere rigettato.

Non è dato provvedere sulle spese processuali, non essendo stata svolta attività difensiva da parte degli intimati.

Ricorrono invece i presupposti per il pagamento a carico dei ricorrenti dell’ulteriore importo indicato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Nulla sulle spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2018

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