Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29829 del 20/11/2018

Cassazione civile sez. III, 20/11/2018, (ud. 22/12/2017, dep. 20/11/2018), n.29829

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7009-2015 proposto da:

R.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 2,

presso lo studio dell’avvocato ADOLFO ZINI, rappresentata e difesa

dagli avvocati PIER CARLO SCARLASSARA, ANTONIO FERRETTO giusta

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ALLIANZ SPA (già RAS ASSICURAZIONI SPA) in persona del procuratore

Dr. PINO ANTONIO CONTE, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PANAMA 8, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO SPADAFORA, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al

controricorso;

SARA ASSICURAZIONI SPA in persona del suo legale rappresentante

procuratore speciale Dr. O.G., elettivamente domiciliata

in ROMA, P.ZA MARTIRI DI BELFIORE 2, presso lo studio dell’avvocato

GAETANO ALESSI, che la rappresenta e difende giusta procura speciale

in calce al controricorso;

– contraricorrenti –

e contro

B.P. DECEDUTO E PER ESSO F.R. E B.M.,

F.R., B.M., B. DI B.P. & C

SAS IN LIQUIDAIZONE, L.A., R.C.,

G.G., FALLIMENTO IMPRESA (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 692/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 18/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/12/2017 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA MARIO che ha concluso per l’accoglimento del 3 motivo di

ricorso;

udito l’Avvocato ANTONIO FERRETTO;

udito l’Avvocato GIORGIO SPADAFORA;

udito l’Avvocato LIVIO ALESSI per delega orale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 18/3/2014 la Corte d’Appello di Venezia ha respinto i gravami interposti dalla società Sara Assicurazioni s.p.a. – in via principale – nonchè dai sigg. B.P. ed altri – in via incidentale – in relazione alla pronunzia, emessa su riuniti giudizi, Trib. Vicenza n. 1345/2009, di – per quanto ancora d’interesse in questa sede – rigetto della domanda proposta dalla sig. R.M. nei confronti del sig. L.A. e della società Sara Assicurazioni s.p.a. nonchè della società B. s.a.s. in liq. e della società Ras Assicurazioni s.p.a. di risarcimento dei danni lamentati all’esito del sinistro stradale ascritto alla paritaria concorrente responsabilità del L. e del B. (sulla cui moto Honda era nell’occasione trasportata), e in particolare della “perdita di chances per perdita della futura capacità di guadagno” sia personale che della società B. s.a.s., quest’ultima in conseguenza delle lesioni irreversibili riportate dal suindicato B.P., socio accomandatario della medesima.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la R. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi, illustrati da memoria.

Resistono con separati controricorsi le società Sara Assicurazioni s.p.a. e Allianz s.p.a. (già Ras Assicurazioni s.p.a.), la quale ultima ha presentato anche memoria.

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

Già chiamata all’udienza camerale del 15/9/2016, la causa è stata rimessa alla pubblica udienza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo la ricorrente denunzia violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Con il 2 motivo denunzia “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con il 3 motivo denunzia “violazione o falsa applicazione” degli artt. 2043, 2056 e 1226 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia rigettato la domanda erroneamente ritenendo che fosse “alle dipendenze della impresa B.” anzichè sociaaccomandante, come risulta dalla “visura della B. s.a.s.”; documento che se dalla corte di merito esaminato avrebbe consentito di riconoscerle “il risarcimento del danno patrimoniale subito in relazione al mancato guadagno che le sarebbe pervenuto in qualità di socio accomandante della ” B. s.a.s. di P.B. & C.” che era stata posta in liquidazione a seguito della totale incapacità che, dal medesimo sinistro che la vedeva coinvolta, era reliquato al socio accomandatario e unico prestatore d’opera, Sig. B.P.”.

Lamenta che, a tale stregua, la sua “capacità lavorativa… a nulla rileva sulla sua capacità di ricavare un’utilità dalla B. s.a.s., capacità quest’ultima che aveva come unico fatto costitutivo, invece, la sua qualità di socia accomandante”, nella specie fatta “valere al fine di ottenere il risarcimento per il mancato percepimento di utili provenienti dalla B. s.a.s. stessa allorchè questa cessò di operare in esito al sinistro de quo”.

Si duole che, “palese essendo la operata (dal Giudice del merito) equiparazione-sovrapposizione del danno da mancato guadagno derivante da abolizione di capacità lavorativa a quello da perdita di chance di guadagno futuro ritraendo dalla B. s.a.s. relativamente al B.P., socio accomandatario di una s.a.s. e titolare di quota pari al 50% del capitale”, non “si vede la ratio di non, per analogia, operare una liquidazione equitativa -con equo apprezzamento delle circostanze del caso (tenendo conto quindi della sovrapponibilità, nel caso di specie, del danno da abolizione di capacità lavorativa – da danno emergente, a quello di perdita di chance futura – lucro cessante)-, anche per la socia accomandante della medesima s.a.s., pure lei con quota pari al 50% del capitale sociale”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono fondati e vanno accolti nei termini di seguito indicati.

E’ rimasto nel caso accertato che la società B. s.a.s. di P.B. & C., costituita dai due soci B.P. -socio accomandatario – e l’odierna ricorrente R. – accomandante -, è stata posta in liquidazione a seguito della totale incapacità lavorativa al B. – unico prestatore d’opera-conseguita all’esito del sinistro stradale de quo.

Orbene, diversamente che con riguardo alle società di capitali (per le quali è consolidato il principio in base al quale ove per effetto dell’illecito commesso da un terzo la società subisca un danno, ancorchè suscettibile di incidere negativamente sui diritti attribuiti al socio dalla partecipazione sociale, nonchè sulla consistenza di questa, il diritto al risarcimento compete solo alla stessa società, e non anche a ciascuno dei soci, in quanto l’illecito colpisce direttamente la società e il suo patrimonio, obbligando il responsabile al relativo risarcimento, mentre l’incidenza negativa sui diritti del socio, nascenti dalla partecipazione sociale, costituisce soltanto un effetto indiretto di detto pregiudizio, e non conseguenza immediata e diretta dell’illecito (v. Cass., 24/12/2009, n. 27346; Cass., 8/9/2005, n. 17938); con la conseguenza che il pregiudizio subito dal socio quale mero riflesso dei danni arrecati al patrimonio sociale (v. Cass., 23/6/2010, n. 15220) non è autonomamente risarcibile (v. Cass., 14/2/2012, n. 2087), quantomeno laddove costituisca “una mera porzione di quello stesso danno subito dalla (e risarcibile in favore della)” società (v. Cass., 11/12/2013, n. 27733)), con riferimento alle società di persone – e in particolare alla società come nella specie in accomandita semplice – si è da questa Corte affermato che in caso di illecito commesso nei confronti della medesima da un terzo ben può il socio – anche accomandante – fare autonomamente valere la propria pretesa al risarcimento del danno subito in ragione della percezione di un minor utile conseguente alla produzione di un minor reddito da parte della società (v. Cass., 17/12/1990, n. 11953), ovvero della totale perdita come nella specie degli utili ritratti dalla società all’esito del relativo scioglimento e messa in liquidazione per l’impossibilità di operare (nel caso in ragione della totale incapacità lavorativa conseguita al socio accomandatario B. all’esito del sinistro stradale, in precedenza unico prestatore di qualificata e nel caso infungibile opera).

Va al riguardo posto in rilievo che, diversamente da quanto avviene nelle società di capitali, allorquando ex art. 2433 c.c.l’assemblea approva il bilancio e delibera sulla distribuzione degli utili, ai sensi dell’art. 2262 c.c. (applicabile anche alla accomandita semplice) il socio di una società di persone ha diritto all’immediata percezione degli utili risultanti dal bilancio dopo l’approvazione del rendiconto, non potendo parlarsi di utili realmente conseguiti (art. 2303 c.c.) laddove da tale atto non risultanti (v. Cass., 17/2/1996, n. 1240. Cfr. altresì Cass., 31/12/2013, n. 28806).

A tale stregua, ove, in conseguenza dell’impossibilità di prosecuzione dell’attività sociale con conseguente scioglimento e messa in liquidazione della società, come nella specie subisca la perdita del “guadagno” ritratto dalla società il socio (nella specie l’odierna ricorrente, accomandante) ben può far valere direttamente nei confronti del terzo danneggiante il subito danno, consistente nella perdita della sua quota parte di utili della società.

La relativa posizione giuridica attiva o di vantaggio nel caso lesa è da individuarsi in un diritto di credito ovvero in una ragione di credito (quale aspettativa giuridica fondata sulla posizione di socio di società di persone, nella specie del tipo s.a.s.), a seconda che si tratti di utili conseguiti o futuri.

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, anche la lesione del credito da fatto illecito del terzo (nel caso, il concorrente responsabile nella causazione del sinistro stradale de quo) è risarcibile ex art. 2043 c.c. (v. già Cass., Sez. Un., 24/6/1972, n. 2135).

Non è al riguardo necessaria la sussistenza in capo al danneggiato di un credito certo, liquido ed esigibile, essendo sufficiente che vanti anche una mera ragione di credito, quand’anche eventuale (cfr. Cass., 18/2/1998, n. 1712).

Atteso che la natura (patrimoniale o non patrimoniale) del diritto va tenuta distinta dalla natura (patrimoniale o non patrimoniale) del danno, si è da questa Corte sottolineato che l’obbligazione risarcitoria è invero autonoma rispetto al titolo da cui essa scaturisce (v. Cass., 21/4/1986, n. 2812. V. pure Cass., 3/10/2013, n. 22601. Cfr. altresì Cass., 10/1/2012, n. 52; Cass., 10/1/2012, n. 52, ove si è affermato che ben può il diritto (o la ragione) di credito al risarcimento del danno costituire oggetto di cessione, a titolo oneroso o gratuito, ai sensi e nei limiti dell’art. 1260 c.c.).

Orbene, in presenza di utili conseguiti dalla società di persone (nella specie, società in accomandita semplice), il socio (nella specie, accomandante) ha un diritto di credito alla percezione della sua relativa quota parte.

Trattandosi di utili dalla società non ancora conseguiti ma meramente futuri, l’impossibilità di relativa ritrazione conseguente alla cessazione della società rimane invero integrata un’ipotesi di lesione aquiliana della mera possibilità, qualificabile come chance, del relativo conseguimento.

Come questa Corte ha già avuto modo di porre in rilievo la chance, quale concreta ed effettiva (e non meramente potenziale) occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto bensì un’entità patrimoniale a se stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione (v. Cass., 12/6/2015, n. 12211; Cass., 4/3/2004, n. 4400).

La lesione o la perdita della chance (e cioè la compromissione o la perdita della possibilità di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza: v. Cass., 4/3/2004, n. 4400) determina (come sostenuto anche dalla migliore dottrina) un risarcibile danno non già (ipotetico ed eventuale) futuro (nel qual senso v. peraltro, da ultimo, Cass., 12/2/2015, n. 2737; Cass., 17/4/2008, n. 10111) bensì concreto ed attuale (v. Cass., 4/3/2004, n. 4400; Cass., 10/11/1998, n. 11340; Cass., 15/3/1996, n. 2167; Cass., 19/12/1985, n. 6506), in proiezione futura (v. Cass., 12/6/2015, n. 12211; Cass., 27/3/2014, n. 7195).

A tale stregua, la domanda di relativo ristoro è ontologicamente diversa da quella di risarcimento del danno da mancato conseguimento del risultato sperato (v. Cass., 4/3/2004, n. 4400; Cass., 18/1/2006, n. 852; Cass., 29/11/2012, n. 21245; Cass., 30/9/2016, n. 19604; e, da ultimo, Cass., 9/3/2018, n. 5641, Cass., 29/5/2018, n. 13483 e Cass., 8/6/2018, n. 14916. Contra, nel senso che “può superarsi la tesi secondo cui esito positivo probabile e possibilità di tale esito costituiscano oggetto di pretese risarcitorie diverse ed accedere ad un risultato per cui probabilità di esito favorevole… e la sua sola possibilità non siano che gradazioni di una stessa affermazione di pregiudizio”, v. peraltro Cass., 14/6/2011, n. 12961. Cfr. altresì Cass., 10/4/2015, n. 852).

Il socio di società di persone, e di una società come nella specie in accomandita semplice in particolare, (diversamente dal socio di società di capitali, e sempre che non si tratti di danni costituenti “mera porzione dello stesso danno subito dalla società”: v. Cass., 11/12/2013, n. 27733) è pertanto titolare: a) del diritto di credito alla percezione degli utili prodotti; b) della ragione di credito avente ad oggetto la chance di conseguimento degli utili futuri.

Posizioni giuridiche attive o di vantaggio immediatamente e direttamente incise e violate dal fatto illecito del terzo come nella specie comportante la cessazione dell’attività della società, delle quali il socio titolare ben può direttamente ed immediatamente pretendere tutela nei confronti del terzo danneggiante.

La lesione di tali posizioni giuridiche soggettive attive o di vantaggio cagionata dal fatto illecito del terzo determina infatti in capo al titolare un danno patrimoniale attuale, quello derivante dalla lesione della chance essendo – come detto – intrinsecamente caratterizzato dalla necessaria proiezione futura (cfr., con riferimento a diversa fattispecie, Cass., 12/6/2015, n. 12211).

La perdita della chance, danno non meramente ipotetico o eventuale bensì concreto ed attuale, va allora commisurato alla perdita della possibilità di conseguire un risultato positivo, e non alla mera perdita del risultato stesso (v. Cass., 9/3/2018, n. 5641; Cass., 4/3/2004, n. 4400).

Vale al riguardo sotto altro profilo sottolineare che, diversamente da quanto erroneamente dalla corte di merito affermato nell’impugnata sentenza, presupposto di tale danno è non già la perdita della “capacità lavorativa” del socio danneggiato, ridondante nella “perdita” della sua “capacità di guadagno”, bensì l’obiettiva circostanza della totale perdita della possibilità di (continuare a godere della) ritrazione degli utili societari in conseguenza impossibilità di prosecuzione dell’espletamento dell’attività sociale (cfr., Cass., 17/12/1990, n. 11953).

In altri termini, avuto riferimento all’ipotesi in esame il pregiudizio attuale subito dal socio consiste non già nella perdita degli utili o del “guadagno” (bene finale) bensì nella perdita dell’occasione del relativo conseguimento.

Va altresì precisato che di tale autonoma ipotesi danno avente ad oggetto – come detto – un bene giuridico diverso e dal risultato, e cioè la apprezzabile, seria e consistente (v. Cass., 9/3/2018, n. 5641; Cass., 8/6/2018, n. 14916) possibilità perduta (v., da ultimo, Cass., 9/3/2018, n. 5641; Cass., 30/9/2016, n. 19604. E già Cass., 4/3/2004, n. 4400), non va confuso il piano dell’an con quello della relativa quantificazione (quantum), la consistenza della chance rilevando solo ai fini della liquidazione del danno che dalla relativa perdita consegue (cfr. Cass., 27/3/2014, n. 7195).

In particolare, mentre l’an del danno da perdita di chance va accertata sulla base del criterio del più probabile che non (v. Cass., 17/9/2013, n. 21225; Cass., 16/10/2007, n. 21619), la consistenza percentuale della chance – sotto il profilo della concretezza, effettività e non solo mera potenzialità (cfr. Cass., 25/8/2017, n. 20408; Cass., 23/9/2013, n. 21678; Cass., 23/1/2009, n. 1715; Cass., 18/1/2006, n. 852; Cass., 25/5/2007, n. 12243; Cass., 21/6/2000, n. 8468)- rileva solamente ai fini della determinazione del quantum da risarcire, della liquidazione del danno (cfr. Cass., 27/3/2014, n. 7195), dovendo al riguardo privilegiarsi una concreta, e non meramente ipotetica, possibilità.

A tale stregua, ove dal giudice di merito individuato ed accertato, con adeguata verifica dell’assolvimento del relativo onere probatorio incombente sul danneggiato – il quale può al riguardo avvalersi anche della prova presuntiva – (v. Cass., 13/7/2011, n. 15385; Cass., 11/5/2010, n. 11353; Cass., 19/2/2009, n. 4052; Cass., 30/1/2003, n. 1443), tale danno va dunque commisurato non già alla perdita del risultato, ma alla mera possibilità di conseguirlo (v. Cass., 4/3/2004, n. 4400) e va stimato con valutazione necessariamente equitativa ex art. 1226 c.c. (v. Cass., 4/3/2004, n. 4400; Cass., 17/4/2008, n. 10111; e, da ultimo, Cass.,12/2/2015, n. 2737; Cass., 12/6/2015, n. 12211; Cass., 9/3/2018, n. 5641), in termini più ridotti rispetto al danno da perdita del risultato (v. Cass., 9/3/2018, n. 5641).

Orbene, nell’impugnata sentenza la corte di merito ha invero disatteso i suindicati principi.

In particolare là dove ha affermato che “il danneggiato che lamenti la perdita di chances per perdita della futura capacità di guadagno, deve fornire la prova dell’esistenza di elementi oggettivi dai quali desumere in termini di certezza o di elevata probabilità, e non solo di mera potenzialità l’esistenza di un pregiudizio economicamente valutabile… Inoltre… la CTU medico legale espletata sulla R. ha escluso qualsiasi riflesso dell’incidente sulla capacità lavorativa della stessa, sicchè difetta il presupposto stesso richiesto per tale tipo di risarcimento”.

Dell’impugnata sentenza, assorbita ogni altra e diversa questione, s’impone pertanto la cassazione in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia, che in diversa composizione procederà a nuovo esame, facendo dei suindicati disattesi principi applicazione.

Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie p.q.r. il ricorso. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 22 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2018

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