Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29822 del 29/12/2011

Cassazione civile sez. VI, 29/12/2011, (ud. 14/10/2011, dep. 29/12/2011), n.29822

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.A., nella qualità di erede di P.A.,

elettivamente domiciliato in Roma, via Dardanelli n. 21, presso lo

studio dell’Avvocato Mauro Vaglio, rappresentato e difeso

dall’Avvocato Traversi Francesco per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

P.E. (C.F.: (OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in Roma, via Balivi n. 8, presso lo studio dell’Avvocato

Brozzi Alessandro, rappresentata e difesa, per procura speciale in

calce al controricorso, dagli Avvocati Antonino D’Alessandria e

Alberta Fioretti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Brescia n. 1130 del

2009, depositata in data 21 dicembre 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14 ottobre 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentiti gli Avvocati Mauro Vaglio e Francesco Traversi per il

ricorrente, e gli Avvocati Alberta Fioretti e Alessandro Brozzi per

la resistente;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VIOLA Alfredo Pompeo, il quale nulla ha osservato in ordine alla

relazione ex art. 380 bis cod. proc. civ..

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Che, con citazione notificata il 30 gennaio 1995, P.A., deducendo di avere concesso alla sorella P.E. in comodato, senza determinazione di durata, un appartamento sito al piano primo di un edificio di sua proprietà sito in (OMISSIS), convenne in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Brescia, la sorella per sentir dichiarare risolto il contratto e condannare la comodataria al rilascio dell’unità abitativa;

che si costituì in giudizio P.E., contestando la domanda e sostenendo di essere proprietaria dell’appartamento in forza di scrittura privata del 1 settembre 1969, con la quale il fratello A. le aveva riconosciuto la proprietà dell’appartamento e la comproprietà del terreno identificato dai mappali sui quali l’edificio era stato realizzato;

che in via riconvenzionale, la convenuta chiese quindi, previa declaratoria di autenticità della scrittura, di essere dichiarata proprietaria dell’appartamento e del 50% delle parti comuni dell’edificio e dell’area circostante;

che nel corso del giudizio l’attore morì e il processo fu proseguito dal figlio A.;

che l’adito Tribunale dichiarò risolto il contratto di comodato relativo all’appartamento, condannando la convenuta al rilascio dello stesso e compensando le spese del giudizio;

che P.E. propose appello chiedendo il rigetto della domanda del fratello e, in via riconvenzionale, che fosse accertata e dichiarata l’autenticità della scrittura del 1 settembre 1969, con conseguente dichiarazione che ella era proprietaria dell’appartamento e del 50% delle parti comuni e del terreno; in via subordinata, che venisse accertata l’idoneità del documento a determinare il trasferimento del possesso e, previo accertamento del decorso del tempo e dell’animus possidendi, che venisse dichiarato l’intervenuto acquisto dell’appartamento e del 50% delle parti comuni e del terreno per usucapione ordinaria;

che si costituì P.A. contestando il gravame e proponendo a sua volta appello incidentale relativamente alla disposta compensazione delle spese di primo grado;

che la Corte d’appello di Brescia, con sentenza n. 1130 del 2009, depositata il 21 dicembre 2009, ha accolto l’appello principale e ha rigettato la domanda di cessazione del comodato e di restituzione dell’immobile proposta da P.A.; ha dichiarato che P.E. era proprietaria, per usucapione, dell’appartamento da lei occupato e comproprietaria delle parti comuni dell’edificio e dell’area circostante per la quota del 50%; ha dichiarato assorbita l’impugnazione incidentale e ha condannato A. P. a rifondere all’appellante le spese del doppio grado;

che la Corte d’appello, dopo avere rigettato le censure dell’appellante principale relativamente alla idoneità della scrittura del 1 settembre 1969 a trasferire la proprietà dell’appartamento e la comproprietà delle parti comuni dell’edifico e del terreno circostante, ha ritenuto meritevole di accoglimento la censura con la quale la P. si era doluta che il Tribunale non avesse considerato il potere di fatto che ella aveva esercitato sul bene a far data dal 1969, che si era caratterizzato per essere un vero e proprio possesso;

che, in proposito, la Corte d’appello ha innanzitutto affermato l’ammissibilità della domanda proposta in via subordinata dalla P. in appello in quanto, trattandosi di giudizio introdotto prima del 30 aprile 1995, trovavano applicazione le disposizioni vigenti prima di tale data;

che la Corte territoriale ha poi escluso che l’allegazione in appello di un titolo di acquisto (a titolo originario) diverso rispetto a quello fatto valere in primo grado, costituisse domanda nuova e ha ritenuto che, in ogni caso, la deduzione dell’appellante potesse essere presa in esame come eccezione riconvenzionale nuova, ammissibile in base all’art. 345 cod. proc. civ., comma 2, nel testo non novellato (Cass. n. 5232 del 1999), e consentita all’appellante anche per il caso in cui venga, per l’effetto, ampliato il thema decidendum;

che ha osservato la Corte, l’eccezione riconvenzionale di usucapione, secondo la giurisprudenza di legittimità, ben poteva essere introdotta per la prima volta in appello (Cass. n. 10441 del 2001);

che nel merito, la Corte d’appello ha ritenuto che, con la dichiarazione del 1 settembre 1969, P.A. ebbe a rivelare che la sorella E. iniziò ad avere, con il suo consenso, un potere di fatto sulle cose, corrispondente all’esercizio della proprietà e della comproprietà: potere di fatto che integrava una situazione di possesso, che la P. aveva esercitato per oltre venti anni, dapprima, concedendo – quale proprietaria, come confermato da A., presente all’incontro con il conduttore – l’appartamento in locazione, e successivamente, dal suo rientro dal Venezuela (1983), abitandolo direttamente;

che ha osservato la Corte, la situazione di possesso non poteva ritenersi contrastata dal fatto che i canoni di locazione venivano materialmente corrisposti dall’inquilino ad P.A., nell’assenza della concedente, in quanto il rapporto fiduciario, all’epoca esistente tra i fratelli, trovava fondamento anche nella dichiarazione di A., che riconosceva la proprietà della sorella sull’appartamento al primo piano e i relativi cespiti di affitto accumulati al reddito del garage e della cantina;

che in nessun caso, ha infine evidenziato la Corte d’appello, il rapporto della P. con l’appartamento poteva essere qualificato come detenzione, con conseguente infondatezza della domanda principale di P.A. e inesistenza della necessità di un qualche atto di interversione del possesso;

che per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso P. A., quale erede di P.A., sulla base di due motivi;

che ha resistito, con controricorso, P.E.;

che con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 1140 e 1158 ss. cod. civ.) e omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo, sostenendo che la Corte d’appello a-vrebbe errato a ritenere sussistenti i presupposti per la dichiarazione di acquisto per intervenuta usucapione, in quanto P.E., rientrata dal Venezuela solo nel 1983, non aveva mai posto in essere alcuna azione idonea ad integrare il possesso di cui all’art. 1140 cod. civ., in quanto era comodataria dell’appartamento a titolo gratuito;

che pur non essendo, al momento della citazione, decorso dal 1983 il termine ventennale necessario per il riconoscimento dell’usucapione, la Corte d’appello ha ricondotto il possesso in capo a E. P. al 1 settembre 1969, e cioè alla dichiarazione di A. P., non tenendo conto che una dichiarazione di una parte non è idonea a trasferire in capo ad altri il possesso, e cioè un potere di fatto che Eleonora non avrebbe potuto esercitare perchè residente in Venezuela;

che prosegue il ricorrente, dalla menzionata scrittura potevano forse nascere altri diritti in capo ad P.E., ma non certamente una situazione di fatto; in ogni caso i possibili diritti scaturenti dalla richiamata dichiarazione dovevano ritenersi prescritti dal 1 settembre 1979;

che, in particolare, il ricorrente rileva che il contratto di locazione venne stipulato oralmente solo dal suo dante causa A. P.; circostanza, questa, che il conduttore aveva confermato in sede di deposizione testimoniale, precisando di avere avuto rapporti unicamente con A.;

che con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 345 cod. proc. civ., per avere la Corte d’appello ritenuto ammissibile la domanda subordinata di usucapione proposta per la prima volta solo in grado di appello; tale domanda, sostiene il ricorrente, integrando un mutamento della causa petendi della domanda originaria, avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile;

che la deduzione dell’intervenuta usucapione non poteva neanche essere qualificata come eccezione riconvenzionale, atteso che “l’appellante era la resistente e non può essere data facoltà alla stessa di eccepire in via riconvenzionale la richiesta di riconoscimento di un diritto inesistente”;

che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso con il rito camerale, è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti e al pubblico ministero.

Considerato che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

“(…) Il secondo motivo, che per ragioni logiche deve essere esaminato per primo, è manifestamente infondato.

Nella giurisprudenza di legittimità è consolidato il principio per cui la proprietà e gli altri diritti reali di godimento appartengono alla categoria dei cd. diritti “autodeterminati”, individuati, cioè, sulla base della sola indicazione del relativo contenuto sì come rappresentato dal bene che ne forma l’oggetto, con la conseguenza che la causa petendi delle relative azioni giudiziarie si identifica con i diritti stessi e non con il relativo titolo – contratto, successione ereditaria, usucapione, ecc. – che ne costituisce la fonte, la cui eventuale deduzione non ha, per l’effetto, alcuna funzione di specificazione della domanda, essendo, viceversa, necessaria ai soli fini della prova. Non viola pertanto il divieto dello ius novorum in appello, pertanto, la deduzione da parte dell’attore – o il rilievo ex officio iudicis – di un fatto costitutivo del tutto diverso da quello prospettato in primo grado a sostegno della domanda introduttiva del giudizio (Cass. n. 3192 del 2003; Cass. n. 3089 del 2007).

A tale principio si è attenuta la Corte d’appello, ritenendo ammissibile la domanda subordinata di usucapione formulata dalla appellante per la prima volta con l’atto di impugnazione. Senza dire che la sentenza impugnata ha altresì ritenuto, coerentemente con la giurisprudenza di legittimità, ammissibile l’eccezione riconvenzionale di usucapione, trattandosi, nella specie, di controversia introdotta prima del 30 aprile 1995. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato. La Corte d’appello ha ritenuto provato il possesso in capo a P.E. argomentando sia dal riconoscimento della sua qualità di proprietaria da parte del fratello A., sia individuando un concreto atto di esercizio del potere sul bene nella stipulazione, in qualità di proprietaria, del contratto di locazione con l’inquilino R.L.. Le censure del ricorrente si concentrano essenzialmente sul primo profilo, avendo il ricorrente particolarmente insistito nel sostenere che la dichiarazione del 1969 era senz’altro inidonea a trasferire l’esercizio d un potere di fatto su un bene, mentre sul secondo aspetto appaiono del tutto generiche. In particolare, il ricorrente si è limitato a sostenere, in contrasto con quanto affermato dalla Corte d’appello (che ha fatto esplicito riferimento alla testimonianza di R.L.: pag. 19 della sentenza impugnata) che il contratto di affitto fu stipulato oralmente dal suo dante causa, e che l’inquilino pagò sempre il canone ad A.. Il ricorrente, tuttavia, non ha riprodotto nel ricorso il contenuto delle dichiarazioni rese dal teste R., onde consentire, sulla base della sola lettura del ricorso, la valutazione della esattezza della censura proposta e, per converso, della erroneità dell’affermazione sul punto – decisivo – da parte della Corte d’appello, nè ha specificamente censurato le argomentazioni sulla base delle quali la stessa Corte d’appello ha ritenuto che il pagamento del canone nelle mani di A. non facesse venire meno la situazione di possesso in capo a P.E..

Sussistono quindi le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio”.

Rilevato che entrambe le parti hanno depositato memoria;

che alla memoria del ricorrente è allegata una procura per la costituzione di nuovo difensore e la conferma della nomina del precedente difensore;

che nel medesimo atto il ricorrente ha eletto un nuovo domicilio;

che deve preliminarmente rilevarsi la invalidità della procura relativamente alla nomina di nuovo difensore, atteso che “nel giudizio di cassazione, il nuovo testo dell’art. 83 cod. proc. civ. secondo il quale la procura speciale può essere apposta a margine od in calce anche di atti diversi dal ricorso o dal controricorso, si applica esclusivamente ai giudizi instaurati in primo grado dopo la data di entrata in vigore della L. n. 69 del 2009, art. 45 (4 luglio 2009), mentre per i procedimenti instaurati anteriormente a tale data, se la procura non viene rilasciata a margine od in calce al ricorso e al controricorso, si deve provvedere al suo conferimento mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata, come previsto dall’art. 83, comma 2″ (Cass. n. 7241 del 2010; Cass. n. 17604 del 2010);

che risulta invece valida la nuova elezione di domicilio, trovando applicazione il principio per cui ®qualora con un unico atto sia conferita procura ad litem e venga eletto domicilio presso il procuratore nominato, l’eventuale nullità della prima, da qualunque causa dipendente, non si comunica alla seconda, che rimane pertanto valida; ciò in quanto la procura e l’elezione di domicilio costituiscono atti ontologicamente distinti” (Cass. n. 16707 del 2003; Cass. n. 1162 del 1998);

che nel merito, le argomentazioni svolte nella memoria dalla difesa del ricorrente non appaiono idonee a condurre a soluzioni diverse da quelle prospettate nella richiamata relazione;

che deve innanzitutto rilevarsi che le deduzioni relative alla mancanza di sottoscrizione della scrittura del 1 settembre 1969 introducono un profilo nuovo, che dalla sentenza impugnata non risulta essere mai stato eccepito dalla difesa dell’appellante;

che dunque le deduzioni sul punto devono ritenersi inammissibili, atteso che “nel giudizio civile di legittimità, con le memorie di cui all’art. 378 cod. proc. civ., destinate esclusivamente ad illustrare e chiarire le ragioni già compiutamente svolte con l’atto di costituzione ed a confutare le tesi avversarie, non è possibile specificare od integrare, ampliandolo, il contenuto delle originarie argomentazioni che non fossero state adeguatamente prospettate o sviluppate con il detto atto introduttivo, e tanto meno, per dedurre nuove eccezioni o sollevare nuove questioni di dibattito, diversamente violandosi il diritto di difesa della controparte in considerazione dell’esigenza per quest’ultima di valersi di un congruo termine per esercitare la facoltà di replica” (Cass., S.U., n. 11097 del 2006);

che con riferimento ai rilievi concernenti la proposta di rigetto del primo motivo, fermi i già evidenziati profili di novità per ciò che attiene alla eccezione di mancanza di sottoscrizione, gli stessi si risolvono nella riproposizione di argomentazioni svolte nel ricorso e tutte finalizzate a dimostrare la insussistenza di una situazione di possesso in capo alla resistente, e inevitabilmente incidono su valutazioni di fatto, idoneamente espresse dalla Corte d’appello con una motivazione immune da vizi logici o giuridici;

che quanto alla dedotta extrapetizione della condanna al pagamento delle spese, se ne deve rilevare la novità, non risultando formulato nel ricorso un pertinente e autonomo motivo di censura, e quindi la inammissibilità;

che conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 5.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2011

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