Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2982 del 01/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 01/02/2022, (ud. 18/11/2021, dep. 01/02/2022), n.2982

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 72-2021 proposto da:

M.P., S.M., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA TRONTO 32, presso lo studio dell’avvocato GIULIO MUNDULA,

che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato FULVIO ARICO’;

– ricorrenti –

contro

PENELOPE SPV SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, L.GO DI TORRE ARGENTINA 11,

presso lo studio dell’avvocato DARIO MARTELLA, rappresentata e

difesa dall’avvocato GIOVANNI E. CAFFU’;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 744/2020 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 09/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 18/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MASSIMO

FALABELLA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Con citazione notificata il 19 febbraio 2014 Intesa Sanpaolo s.p.a. ha proposto azione revocatoria ordinaria nei confronti dei coniugi M.P. e S.M.: ha esposto che i due risultavano essere debitori nei propri confronti per la somma di Euro 247.343,52, in forza di un decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Pavia, divenuto definitivamente esecutivo, oltre che per la somma di Euro 117.963,76, portata da un contratto di mutuo, redatto nella forma dell’atto pubblico, concluso il (OMISSIS); ha dedotto, altresì, che i convenuti, già inadempienti nei confronti della banca, avevano costituito un fondo patrimoniale, quando erano già coniugati da trent’anni, riservandosi la facoltà di alienare ed ipotecare beni costituiti nel fondo senza autorizzazione giudiziale, e anche in presenza di figli minori: tale fondo patrimoniale aveva ad oggetto tutti i beni immobili di proprietà dei coniugi, ad eccezione di un capannone già gravato di ipoteca di primo grado.

Il Tribunale ha accolto la domanda.

2. – La pronuncia di primo grado è stata poi confermata in sede di gravame dalla Corte di appello di Milano con sentenza del 9 marzo 2020.

3. – Avverso quest’ultima pronuncia i predetti M. e S. ricorrono per cassazione facendo valere tre motivi di impugnazione. Resiste con controricorso Penelope SPV, già parte del giudizio di appello quale successore a titolo particolare del diritto azionato da Intesa Sanpaolo. I ricorrenti hanno illustrato il loro ricorso con memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo è denunciata la violazione dell’art. 100 c.p.c.. Sostengono i ricorrenti che Intesa Sanpaolo non avesse un interesse qualificato ad agire giudizialmente con l’avversata domanda di revocatoria: essa, infatti, era già in possesso di due distinti titoli esecutivi, costituiti dal decreto ingiuntivo definitivo e dal contratto di mutuo non adempiuto, che le avrebbero consentito di agire in via esecutiva sul bene di più cospicuo valore che non era incluso nel fondo patrimoniale. Aggiungono che l’istituto di credito era “in possesso di garanzia assicurativa sull’incasso” del proprio credito e che il diverso diritto assistito dall’ipoteca sul nominato capannone risultava essere stato ridotto in considerazione dello storno di interessi usurari; deducono infine di non aver mai preceduto all’alienazione di alcuno dei cespiti ricompresi nel fondo patrimoniale e che tanto escludeva “una finalità di recuperatoria di beni sottratti alla proprietà dei debitori”.

Il motivo è inammissibile.

Deve premettersi che la deduzione circa la carenza dell’interesse ad agire non incontra un ostacolo preclusivo in questa sede di legittimità: infatti, l’assenza di interesse ad agire è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento, dal momento che l’esistenza di una utilità concreta al giudizio costituisce un requisito per la trattazione del merito della domanda (Cass. 29 settembre 2016, n. 19268; Cass. 23 novembre 2007, n. 24442; Cass. 30 giugno 2006, n. 15084): tale difetto è quindi suscettibile di essere fatto valere per la prima volta anche col ricorso per cassazione.

Ove si faccia questione del difetto di interesse ad agire la Corte di legittimità può poi compiere in materia indagini ed accertamenti anche di fatto sui documenti e sugli altri elementi di prova già acquisiti ritualmente nel giudizio di merito (Cass. 17 febbraio 1970, n. 376; Cass. 28 ottobre 1967, n. 2667).

Nondimeno, i ricorrenti avevano anzitutto l’onere di chiarire da quali atti e documenti questa Corte dovesse trarre riscontro del nominato difetto e, quindi, di riprodurli nel ricorso fornendo le indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero di precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (sul punto: Cass. Sez. U. 27 dicembre 2019, n. 34469).

Il mezzo di censura si risolve, invece, in considerazioni (sul valore del credito assistito dall’ipoteca iscritta sul capannone, sulla “garanzia assicurativa” di cui fruiva la banca, sulla mancata alienazione dei beni costituiti in fondo patrimoniale) che rimandano a elementi di giudizio su cui non si fornisce alcun ragguaglio nel senso sopra indicato.

2. – Il secondo mezzo oppone la violazione degli artt. 2697 e 2729 c.c., oltre che il vizio di motivazione ex art. 132 c.p.c., e art. 118 disp. att. c.p.c.. Rilevano gli istanti che la banca attrice aveva l’obbligo di offrire prova della scientia damni: onere che non risultava essere stato assolto. Deducono che seppure il succitato elemento sia suscettibile di essere provato tramite presunzioni, gli indizi valorizzati dalla Corte di merito non presentavano i connotati della gravità, della precisione e della concordanza. Assumono, inoltre, che le argomentazioni spese dal giudice distrettuale presenterebbero “carenze sia logiche che giuridiche” e che la motivazione del provvedimento impugnato risulterebbe per conseguenza meramente apparente.

Anche tale motivo è inammissibile.

La Corte di appello ha osservato: che la prova della scientia damni può essere data anche attraverso presunzioni; che il giudice di primo grado aveva correttamente valorizzato il dato della tempistica della costituzione del fondo patrimoniale, il quale era venuto all’esistenza dopo trent’anni di matrimonio e poco dopo che i coniugi avevano smesso di corrispondere i ratei di rimborso del mutuo; che, infine, la stessa difesa degli appellanti aveva riconosciuto che la costituzione del fondo patrimoniale era stata decisa per creare uno scudo difensivo verso il ceto creditorio costituito dai fornitori.

Ora, il mezzo di censura pretende di contestare la valenza indiziaria di tali elementi: ma trascura di considerare che il sindacato sul ragionamento presuntivo incontra comunque un limite nel margine di discrezionalità riservato al giudice del merito; come è stato infatti rilevato da questa S.C., lo schema logico della presunzione semplice offre all’interprete uno strumento di accertamento dei fatti che può anche presentare qualche margine di opinabilità, posto che, quando anche quest’ultimo margine è escluso per la rigidità della previsione deduttiva, si ha il diverso fenomeno della presunzione legale (Cass. 7 febbraio 2013, n. 2895; cfr. pure, ad esempio, Cass. 21 gennaio 2020, n. 1163, Cass. 6 febbraio 2019, n. 3513, Cass. 31 ottobre 2011, n. 22656 e Cass. 30 novembre 2005, n. 26081, secondo cui ai fini della prova per presunzioni semplici non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, in quanto è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile secondo un criterio di normalità).

Non può d’altro canto farsi questione dei vizio motivazionale, dal momento che nella nuova formulazione dell’art. 360, n. 5, risultante dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012, è mancante ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata, con la conseguenza che è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054). Una anomalia siffatta è certamente estranea alla pronuncia impugnata.

3. – Il terzo motivo è rubricato “spese di lite”. Gli istanti lamentano che la condanna al pagamento delle spese processuali sia da considerare immotivata e illegittima, avendo riguardo alla “debolezza intrinseca delle prove (solo di tipo presuntivo) recate dalla banca e anche al rilievo che la medesima aveva anche richiesto la declaratoria di inammissibilità dell’atto di appello medesimo, istanza respinta dal collegio giudicante d’appello, senza alcun tentennamento”.

Il mezzo è palesemente inammissibile.

Poiché il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, esula dai limiti commessi all’accertamento di legittimità e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi (Cass. 17 ottobre 2017, n. 24502; Cass. 31 marzo 2017, n. 8421; Cass. 19 giugno 2013, n. 15317; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20145; Cass. 28 agosto 2004, n. 17220).

4. – Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile.

5. – Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 18 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2022

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