Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2981 del 07/02/2011

Cassazione civile sez. lav., 07/02/2011, (ud. 10/11/2010, dep. 07/02/2011), n.2981

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10613-2007 proposto da:

SUNRISE S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato PINELLINI ANTONIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

T.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BETTOLO 22,

presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPINI ROSANNA, rappresentato e

difeso dall’avvocato DEL ROSSO GABRIELLA, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1748/2006 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 03/01/2007 r.g.n. 1281/06;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/11/2010 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del Tribunale di Firenze era stata respinta la domanda di declaratoria dell’illegittimità del licenziamento intimato a T.R. il 15.3.2005 per eccessiva morbilità, consistita nel superamento del limite di sei mesi di assenza per malattia nell’arco di 36 mesi previsto dall’art. 40 ccnl gomma e plastica e rigettate le conseguenti domande reintagratoria e risarcitoria azionate.

Con sentenza del 19.12 2006, depositata il 3.1.2007, notificata il 2.2.2007, la Corte di appello di Firenze accoglieva l’appello principale ed annullava il licenziamento intimato, ordinando la reintegrazione del T. nel posto di lavoro; condannava la società a pagare a titolo risarcitorio le retribuzioni globali di fatto maturate del 15.3.2005 all’attualità, nonchè quelle fino all’effettiva reintegra, con rivalutazione monetaria ed interessi legali; rigettava l’appello incidentale della società e condanna la società alla rifusione delle spese doppio grado.

Propone ricorso per cassazione la società SUNRISE srl, notificato il 30.3.2007, affidato a tre motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso, ritualmente notificato, il T..

Nessuna delle parti ha prodotto memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la società ricorrente deduce la violazione dell’art. 1362 c.c. in relazione all’art. 40 ccnl gomma e plastica ed all’art. 2100 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Osserva che la comunicazione di recesso non poteva essere intesa nel senso che l’azienda volesse avvalersi della risoluzione per intervenuto comporto ai sensi dell’art. 40, comma 7, lett. b (comporto di nove mesi per aventi anzianità di servizio oltre 3 anni e sino a sei).

Dal tenore della lettera (“alla data odierna risultano n. 259 giorni di assenza per malattia ai sensi dell’art. 40, n. 7 il periodo di conservazione è fissato in 6 mesi da considerarsi in arco triennale”) doveva, invero, evincersi una diversa volontà, riferibile all’ipotesi di cui alla lett. a) del citato articolo.

Dovevano essere applicate le regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 e ss. c.c. e, quindi, il criterio riferito alla intenzione della parti e si imponeva la necessità di attribuire rilevanza alla formulazione letterale del testo della comunicazione, nonchè all’elemento logico; altri criteri andavano richiamati solo in caso di non esaustività del dato letterale (i 231 gg. di assenza indicati nella lettera superavano ampiamente i sei mesi e non integravano i 9 mesi, ossia 270 gg.).

Formula quesito di diritto domandando se l’interpretazione della Corte territoriale violi le disposizioni ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c., in relazione all’art. 40 ccnl e chiede dichiarasi che l’interpretazione corretta della comunicazione del datore di lavoro sia nel senso di una soluzione del rapporto per l’ipotesi di superamento del periodo di conservazione di mesi 6 nell’arco di 36 mesi di servizio.

Deduce, poi, violazione degli artt. 2110 e 2118 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).

Rileva che non è stato valutato che lo spatium deliberandi in favore del datore e il rientro in servizio del lavoratore avevano reso necessario differire la risoluzione del rapporto per superamento comporto e pone quesito di diritto domandando se il mancato riconoscimento dello spatium per recedere dal rapporto a seguito di malattia violi la disposizione dell’art. 2110 c.c.; chiede affermarsi che il datore può disporre di un congruo spazio temporale per l’intimazione del recesso conseguente al superamento del comporto.

Infine, rileva l’omessa o insufficiente motivazione circa un fatto decisivo (art. 360 c.p.c., n. 5), evidenziando che il periodo di malattia di sei mesi si è maturato il 20.11.2005 ed il triennio di anzianità si è concluso il 11.12.2005; che, dal 18.9.2002 al 4.2.2005, il T. è rimasto assente per 231 gg. ed il recesso è stato adottato il 15.3.2005.

Chiede di valutare se doveva ritenersi applicabile il nuovo regime di conservazione del posto (nove mesi di morbilità), nulla contando la ragionevolezza dello spatium deliberandi e deduce omessa valutazione di tale fatto decisivo o, comunque, l’insufficiente motivazione della sentenza al riguardo (in particolare mancata valutazione delle dimensioni dell’azienda, dell’assenza per malattia dopo il superamento del comporto, del rientro in servizio del dipendente soltanto il 4.2.2005). Invoca, quale precedente giurisprudenziale, la sentenza emessa da questa Corte n. 253/05.

Osserva la Corte, quanto al primo motivo di ricorso, che non risulta violato l’art. 1362 c.c. in relazione a quanto previsto dall’art. 40 ccnl gomma e plastica e dall’art. 2110 c.c..

Quanto alle norme contrattuali di riferimento, queste ultime disciplinano, all’art. 40, comma 7, il comporto di malattia, graduando la durata convenzionale della conservazione del rapporto di lavoro secondo l’anzianità di servizio del dipendente e precisando, per quanto attiene alla presente controversia, che il lavoratore, fino a tre anni di anzianità, ha diritto ad un comporto di mesi 6 (lett. A) e che quello con anzianità da tre a sei anni ha diritto ad un comporto di mesi 9 (lett. B).

Il contenuto della lettera di risoluzione del rapporto del 15.3.2005 per superamento dei termini di conservazione del posto è nel senso che, “alla data odierna “(15.3.2005) il numero di giorni di assenza per malattia risulta accertato in giorni 259”, riferiti a periodi di seguito specificati, di cui l’ultimo di 231 giorni, intercorrente tra il 19.6.2004 ed il 4.2.2005, e che, ai sensi, dell’art. 40, n. 7 del ccnl richiamato, il periodo di conservazione del posto è fissato in sei mesi da considerarsi in un arco temporale di 36 mesi come specificato dai chiarimenti a verbale del contratto stesso; che, con riferimento al detto prospetto, risultavano ampiamente superati i sei mesi previsti dalla contrattazione collettiva e che, pertanto, il rapporto di lavoro intercorrente con il T. doveva essere risolto per superamento del periodo di comporto alla data della comunicazione, con corresponsione della indennità sostitutiva del preavviso.

Il tenore della comunicazione è tale per cui non possono ritenersi disattesi, in rapporto all’interpretazione datane dalla Corte territoriale, i criteri di ermeneutica contrattuale di cui all’art. 1362 c.c., atteso che l’intenzione del sottoscrittore della stessa deve, con riguardo all’interpretazione degli atti unilaterali, qual è la lettera in oggetto, essere desunta in base al canone ermeneutico di cui all’art. 1362 c.c., comma 1, che impone di accertare esclusivamente l’intento proprio del soggetto che ha posto in essere il negozio. E’, invece, esclusa, provenendo l’atto da un solo soggetto, la possibilità di applicare il canone interpretativo previsto per i contratti dal secondo comma di detto articolo, che fa riferimento alla comune intenzione dei contraenti, imponendo di valutare il comportamento complessivo delle parti anche posteriore alla conclusione del contratto (cfr. Cass. 30.6.2005 n. 13970). Vale, poi, in tema di interpretazione degli atti unilaterali – regolati, ai sensi dell’art. 1324 cod. civ., alla stregua dei contratti – il principio secondo il quale la interpretazione della volontà negoziale delle parti, compiuta da giudice del merito, non è soggetta al sindacato di legittimità, quando sia stata condotta secondo le regole di ermeneutica fissate dall’art. 1362 e segg. cod. civ. e sia congruamente motivata (cfr. Cass. 8713/2004).

Nel caso considerato la interpretazione del documento risulta effettuata, invero, tenendo conto della circostanza che i giorni di malattia computati per rilevare il superamento del comporto sono considerati per un periodo anche successivo a quello relativo all’arco temporale di anzianità triennale – maturata, per il lavoratore, alla data del 11.12.2004 – in riferimento al quale, secondo quanto previsto dall’art. 40 ccnl, occorreva valutare il detto superamento. Peraltro, la valutazione compiuta dal datore di lavoro e la volontà espressa nella lettera di comunicazione del recesso, se interpretate nei termini ritenuti dalla corte territoriale, risultano coerenti con la normativa di cui all’art. 2110 c.c., atteso che quest’ultima, derogando alla disciplina della risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta di cui agli artt. 1463 e 1464 c.c., garantisce la prosecuzione del rapporto di lavoro, nonostante la impossibilità della prestazione per malattia, per il periodo previsto da contratto collettivo. Il superamento del periodo di comporto non implica la risoluzione automatica del rapporto, ma occorre che il datore di lavoro, che intenda avvalersi dell’art. 2110 c.c. e delle collegate previsioni del contratto collettivo, eserciti il suo diritto di recesso con le forme prescritte per porre fine al rapporto. Da ciò consegue che la sussistenza delle condizioni legittimanti il potere di recesso disciplinato dall’art. 2110 c.c. deve essere verificata al momento de suo esercizio.

In tale senso si pronunziata questa Corte con la sentenza n. 16696 del 2004, statuendo anche che “ove venga dedotto il superamento del periodo di comporto in relazione all’anzianità del lavoratore, entrambi gli elementi vanno valutati al momento dell’invio della lettera di licenziamento”. Non può, dunque, l’anzianità maturata al momento del superamento del periodo di comporto, che non ha alcuna rilevanza giuridica risolutoria, cristallizzare lo scaglione di anzianità cui il contratto collettivo collega la durata differenziata del comporto, risolvendosi una tale possibilità in una contraddizione con il sistema contrattuale della durata dei comporti crescenti in rapporto alle maggiori anzianità.

Peraltro, non può neanche essere ravvisata la violazione denunziata con il secondo motivo di ricorso, atteso che la volontà di irrogare il licenziamento per superamento del periodo di comporto semestrale (20.11.2004) doveva essere espressa quanto meno nell’ambito del periodo di maturazione della anzianità triennale e cioè non oltre il 11.12.2004, rientrandosi in caso contrario in un successivo scaglione di anzianità che consentiva un più lungo comporto. Non può, poi, per altro verso, neanche ritenersi che la valutazione del giudice di appello sia stata effettuata in violazione del principio che riconosce al datore di lavoro un ragionevole “spatium deliberandi” per consentirgli di deliberare la risoluzione del rapporto del lavoratore con adeguata ponderazione delle circostanze, pur volendo considerare – come sollecitato nel terzo motivo di impugnativa incentrato sulla mancata valutazione di tale fatto decisivo – che l’assenza dal lavoro del T. era proseguita sino al 4.2.2005. Ed invero, anche alla luce di tale circostanza, che anzi doveva indurre a valutare in modo ulteriormente accentuato la permanenza del proprio interesse a mantenere in vita un rapporto di lavoro caratterizzato da prolungata assenza, il datore avrebbe dovuto determinarsi al recesso anche in costanza di malattia, salva l’efficacia dell’atto risolutorio alla fine di quest’ultima, prima del maturarsi, da parte del lavoratore, di una anzianità superiore al triennio, in rapporto al quale soltanto il periodo di comporto continuava ad avere durata semestrale. Peraltro, il recesso è avvenuto a distanza di un ulteriore mese e mezzo dal rientro del lavoratore dalla malattia e non immediatamente dopo lo stesso, sicchè da tale punto di vista neanche può ritenersi violato l’ulteriore principio della necessità di uno spatium deliberandi.

Con riguardo a quest’ultimo è stato affermato in maniera condivisibile che, mentre nel licenziamento disciplinare vi è l’esigenza della immediatezza del recesso, volta a garantire la pienezza del diritto di difesa dell’incolpato, nel licenziamento per superamento del periodo di comporto per malattia l’interesse del lavoratore alla certezza della vicenda contrattuale va contemperato con un ragionevole “spatium deliberandi” che va riconosciuto al datore di lavoro perchè egli possa valutare convenientemente nel complesso la sequenza temporale dei periodi di comporto e la opportunità di proseguire il rapporto.

Tuttavia, anche alla luce di un tale tipo di valutazione, che non poteva, nella specificità del caso, prescindere dalla considerazione pure della maturazione dell’anzianità triennale poco dopo il superamento del periodo di comporto, deve ritenersi che l’intimato licenziamento correttamente è stato ritenuto illegittimo.

In conclusione, la peculiarità della vicenda lavorativa, caratterizzata dal maturarsi del comporto massimo di sei mesi in data 20.11.2004, ossia 21 giorni prima della scadenza del periodo di tre anni di anzianità, acquista, pertanto, rilevanza nella valutazione della congruità dello spatium deliberandi, essendo evidente, per le considerazioni svolte, che le condizioni di anzianità e del corrispondente periodo massimo di comporto contrattualmente previste erano destinate a variare in data 11.12.2004, con la conseguenza che a tale data la volontà risolutoria – comunicata solo il 15.3.2005, a distanza di più di un mese anche dal rientro al lavoro – dovesse essere espressa. Il ricorso deve, pertanto, essere respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza della società ricorrente e vanno regolate in conformità a tale principio, con distrazione in favore del difensore che ne ha dichiarato l’avvenuta anticipazione.

P.Q.M.

La Corte così provvede:

rigetta il ricorso; condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 15,00 per spese, Euro 3000,00 per onorario, oltre spese generali, IVA e CPA, con attribuzione al difensore antistatario, avv. Gabriella del Rosso.

Così deciso in Roma, il 10 novembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2011

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