Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2979 del 01/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 01/02/2022, (ud. 10/12/2021, dep. 01/02/2022), n.2979

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI MARZIO Mauro – Presidente –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14341-2020 proposto da:

FALLIMENTO (OMISSIS) S.P.A., in persona dei curatori Avv.

M.A. e Dott. Ma.Vi., rappresentato e difeso, giusta

procura speciale allegata in calce al ricorso, dall’Avvocato Gaetano

Andreozzi, presso il cui studio elettivamente domicilia in Venafro

(IS), al Corso Campano n. 87.

– ricorrente –

contro

MA.FE., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

apposta a margine del controricorso, dagli Avvocati Prof. Ermanno

Bocchini e Francesco Bocchini, con cui elettivamente domiciliano in

Roma, alla via delle Quattro Fontane n. 20, presso lo studio

dell’Avvocato Nicola Decio Mattei.

– controricorrente –

e

R.G.; S.V.; U.A.; C.G.;

CU.GI..

– intimati –

avverso la sentenza n. cronol. 281/2019 della CORTE di APPELLO di

CAMPOBASSO, depositata in data 21/08/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del giorno 10/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott.

EDUARDO CAMPESE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il Fallimento (OMISSIS) s.p.a. (per il prosieguo, breviter, Fallimento) citò, ai sensi del combinato disposto dell’art. 669-octies c.p.c., del D.Lgs. n. 5 del 2003, artt. 2 e 3 (detto decreto, artt. da 1 a 33, art. 41, comma 1, e art. 42 sono stati successivamente abrogati dalla L. n. 69 del 2009, ma continuano ad applicarsi alle controversie, come quella in esame, precedenti alla data di entrata in vigore di quest’ultima), R.G., S.V. ed U.A., amministratori della menzionata società in bonis, nonché C.G., Cu.Gi. e Ma.Fe., sindaci della stessa, innanzi al Tribunale di Isernia, per ottenerne, previa declaratoria di responsabilità in relazione alle condotte illecite loro ascritte, il risarcimento dei pretesi danni.

1.1. Costituitisi gli amministratori R.G. ed U.A., nonché i sindaci suddetti, questi ultimi proponendo anche domanda riconvenzionale nei confronti dei primi, l’adito tribunale, in composizione collegiale, all’esito dello scambio delle memorie di cui all’indicato D.Lgs., artt. 6 e 7, dichiarò estinto il giudizio con sentenza dell’11 luglio 2014, n. 432, ritenendo tardiva la notificazione, ad opera del Fallimento, in data 21 luglio 2009, della seconda istanza di fissazione di udienza perché effettuata oltre il termine sancito del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4.

2. Il gravame del Fallimento contro quella decisione è stato respinto dalla Corte di appello di Campobasso, la quale, con sentenza del 21 agosto 2019, n. 281, resa nel contraddittorio con i sindaci e nella contumacia degli amministratori appellati, ha osservato, per quanto qui di residuo interesse, che: 1) correttamente il tribunale aveva considerato inefficace, del D.Lgs. n. 5 del 2003, ex art. 8, comma 5-bis, la prima istanza di fissazione di udienza, notificata dal Fallimento il 19 giugno 2009, perché ad essa aveva fatto seguito la notificazione di una ulteriore memoria da parte di uno dei convenuti; ii) la Corte costituzionale, con sentenza del 20 giugno 2008, n. 221, aveva ritenuto infondata la questione di legittimità del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4, nella parte in cui prevede che la tardiva notifica dell’istanza di fissazione di udienza determina l’estinzione immediata del processo, anziché la cancellazione della causa dal ruolo, in riferimento agli artt. 3,24 e 111 Cost.; iii) l’assunto dell’appellante secondo cui il termine di venti giorni di cui al D.Lgs. n. 5 del 2003, predetto art. 8, comma 4, sarebbe un termine autonomo che si aggiunge a quello previsto dal comma 1 del medesimo articolo, non era condivisibile attesi i principi tutti desumibili da Cass. n. 10654 del 2010.

3. Avverso questa sentenza ricorre per cassazione il Fallimento, affidandosi a tre motivi. Resiste, con controricorso, illustrato anche da memoria ex art. 380-bis c.p.c., il solo Ma.Fe..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso è rubricato “Ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, alla, omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, omissione che si converte anche nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4”. Esso assume che, in relazione allo specifico motivo di appello riguardante la dichiarazione di inefficacia della prima istanza di fissazione di udienza (datata 19 giugno 2009) presentata dal Fallimento, la corte distrettuale si era limitata a ribadire le medesime motivazioni rese dal tribunale, “così dimostrando di non aver correttamente inquadrato il vero punto della questione, che non è infatti quello (come si deduce invece dalla sentenza di primo grado e dalla sentenza di cui si chiede la cassazione) della semplice differenza tra inammissibilità ed inefficacia delle istanze di fissazione di udienza del vecchio rito societario”. Con l’atto di appello, invero, si era contestata “l’interpretazione e l’applicazione del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, commi 5 e 5-bis, come espressa nelle motivazioni della sentenza n. 432/14 del Tribunale di Isernia, specie alla luce del “giudicato interno” costituito dall’ordinanza resa dal Collegio il 26.2.2010″, di cui, peraltro, la sentenza impugnata nulla aveva riferito.

1.1. Una siffatta doglianza si rivela in parte inammissibile ed in parte infondata.

1.2. E’ inammissibile, nella misura in cui oblitera completamente che il vizio contemplato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nella formulazione disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, qui applicabile ratione temporis risultando impugnata una sentenza pubblicata il 21 agosto 2019), può concernere esclusivamente l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti e non anche l’interpretazione o l’applicazione di norme giuridiche, che, invece, ricadono nella previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, rispetto alla quale l’eventuale vizio od omissione della motivazione in diritto non ha alcuna rilevanza autonoma, potendo eventualmente, in presenza di una corretta decisione del giudice di merito della questione sottoposta al suo esame, dar luogo alla correzione della stessa ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, (cfr., ex multis, Cass. n. 15196 del 2018; Cass. n. 11883 del 2003; Cass. n. 16640 del 2005).

1.3. E’ infondata, invece, laddove invoca l’asserita formazione di un giudicato interno, sulla efficacia della prima istanza di fissazione di udienza notificata dal Fallimento il 19 giugno 2009, per effetto dell’ordinanza pronunciata dal collegio del tribunale il 26 febbraio 2010.

1.3.1. Invero, la ricostruzione dell’iter procedimentale di primo grado, come desumibile dal ricorso e dal controricorso, consente agevolmente di stabilire che: i) la prima istanza di fissazione di udienza, del D.Lgs. n. 5 del 2003, ex art. 8, del Fallimento, notificata il 19 giugno 2009, era intervenuta mentre erano ancora pendenti i termini assegnati alle altre parti, rispettivamente, dagli amministratori e dai sindaci costituitisi, per il deposito di ulteriore memoria ai sensi del D.Lgs. n. 5 del 2003, ex art. 7 ed era stata seguita dalla notificazione, a tutte le parti, in data 24 giugno 2019, di una tale ulteriore memoria dei sindaci C., Cu. e Ma.; ii) la seconda istanza di fissazione di udienza del Fallimento era stata notificata il 21 luglio 2019; iii) il giudice relatore designato aveva emesso il decreto di fissazione di udienza ai sensi del D.Lgs. predetto l’11 novembre 2009, ex art. 12 e, successivamente, il collegio del tribunale, sciogliendo la riserva assunta all’esito dell’udienza di discussione ex art. 16 del medesimo D.Lgs., aveva confermato quel decreto, non avendo ravvisato elementi idonei ad indurlo ad una diversa valutazione, e fissato, per la discussione, l’udienza del 12 novembre 2010; iv) il procedimento aveva subito, poi, svariati rinvii fino all’udienza del 9 maggio 2014, all’esito della quale il collegio aveva riservato la decisione, successivamente resa con la sentenza dell’11 luglio 2014, n. 432, dichiarativa dell’estinzione del giudizio per la ritenuta tardività della notificazione della suddetta seconda istanza di fissazione di udienza (come peraltro pure tempestivamente eccepito dai sindaci convenuti) perché effettuata oltre il termine sancito dal D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4.

1.3.2. Tanto premesso, ai fini della declaratoria di infondatezza, in parte qua, della censura in esame, è sufficiente ricordare che: i) il cit. D.Lgs., art. 8, comma 5-bis, prevede(va) che “se nel processo sono costituite più di due parti, l’istanza di fissazione dell’udienza notificata da una di esse perde efficacia qualora, nel termine assegnato, un’altra parte notifichi una memoria o uno scritto difensivo”, configurando, dunque, un’ipotesi di inefficacia ope legis dell’istanza di fissazione di udienza nella fattispecie ivi prevista, non necessitante, quindi, di alcuna eccezione di parte per farla valere, né di una corrispondente pronuncia espressa del giudice, potendo essa desumersi implicitamente anche dalle sue successive determinazioni riguardanti lo sviluppo procedimentale. In definitiva, quella norma è stata introdotta per il caso in cui una parte abbia notificato l’istanza al fine di cristallizzare il thema decidendum ed il thema probandum, intendendo dare il via alla trattazione della causa dinanzi al giudice, pur quando le difese delle parti non abbiano potuto ancora esplicarsi secondo il normale scambio processuale, e mira ad assicurare l’effettività del contraddittorio nel processo litisconsortile (cfr. Cass. n. 9135 del 2016, in motivazione); ii) in ogni caso, che, come costantemente chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, le ordinanze con cui il giudice istruttore o il collegio decidono in ordine all’istruzione di una causa sono di norma revocabili, anche implicitamente, e non pregiudicano il merito della decisione della controversia, non essendo idonee, pertanto, ad acquistare efficacia di giudicato, né, per altro verso, spiegano alcun effetto preclusivo, qualsiasi questione potendo essere nuovamente trattata in sede di decisione e diversamente delibata Cass. n. 30161 del 2018; Cass. n. 8932 del 2006; Cass. n. 5738 del 1992; Cass. n. 4919 del 1985).

1.3.3. Nella specie, allora, in mancanza di una specifica e contraria disposizione di legge, non sarebbe stata comunque preclusa al collegio del tribunale, con la sentenza conclusiva del procedimento innanzi ad esso, la trattazione della questione della inefficacia della prima istanza di fissazione di udienza, – ove pure ipoteticamente già precedentemente affrontata (anche solo implicitamente) dal relatore e/o dal collegio medesimo – con conseguente possibilità, poi, di statuire sull’eccezione di estinzione del giudizio tempestivamente formulata dai sindaci convenuti.

1.4. Le esposte considerazioni assorbono ogni altro profilo di doglianza della censura in esame.

2. Il secondo motivo di ricorso è rubricato “Violazione di legge Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (Violazione e falsa applicazione di norme di diritto). Erronea o falsa applicazione del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, in relazione al medesimo D.Lgs., successivo art. 12 ed all’art. 111 Cost.”. Si assume, sostanzialmente, che, nel rito speciale societario, “le cause di estinzione devono essere decise dal Giudice relatore, in modo tale da consentire l’approntamento di altri mezzi di contenimento della prescrizione stessa (es: immediata riproposizione della domanda). Di qui, l’eccepita manifesta alternatività tra l’ordinanza di estinzione e quella di fissazione dell’udienza collegiale nonché l’obbligo di reclamare prontamente l’una o l’altra” (cfr. pag. 26-27 del ricorso).

2.1. Una siffatta doglianza, che si traduce, sostanzialmente, nella denuncia di un error in procedendo, deve considerarsi infondata già alla stregua delle considerazioni tutte già esposte in relazione alla decisione del precedente motivo.

2.2. In ogni caso, va ricordato che – come opportunamente precisato dalla recente Cass., SU, n. 36596 del 2021 (cfr., in motivazione, pag. 11-12) – “…possiede generale riscontro l’affermazione secondo cui le norme processuali hanno natura servente, sicché la deduzione dei vizi derivanti dalla loro inosservanza (i cd. vizi formali) non serve a tutelare l’astratta regolarità dell’attività giudiziaria ma ad eliminare i pregiudizi conseguenti all’esercizio delle facoltà in cui sì esprime il diritto di difesa. Per quanto ciò abbia legittimato la conclusione dell’onere argomentativo aggiunto per le ipotesi di inosservanza di norme sul rito applicabile al tipo di controversia, – in base alla giusta constatazione che è inammissibile per difetto di interesse la doglianza dedotta come motivo di impugnazione relativa alla mancata adozione di un diverso rito qualora non sia indicato anche lo specifico pregiudizio processuale che dalla sua mancata adozione sia concretamente derivato (Cass., SU, n. 3758 del 2009) -, vi è che una conclusione del genere è strettamente collegata alla ratio sottintesa, che è appunto quella relativa alla questione del rito. L’esattezza del rito mai è suscettibile di essere considerata come fine a sé stessa, donde può essere invocata solo per riparare a una precisa ed apprezzabile lesione che, in conseguenza dei rito seguito, si sia determinata (per la parte) “sul piano pratico processuale” (così Cass., SU, n. 3758 del 2009)…”.

2.2.1. In definitiva, quindi, i vizi dell’attività del giudice – ove non comportino la lesione dei diritti processuali essenziali, come quello al contraddittorio ed alla difesa giudiziale (cfr. Cass., SU, n. 36596 del 2021) – non sono posti a tutela di un interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma a garanzia dell’eliminazione del pregiudizio concretamente subito dall’istante in dipendenza del denunciato error in procedendo. Pertanto, quando il ricorrente, in una fattispecie (come quella odierna) disciplinata dal cd. rito societario (oggi abrogato, ma qui applicabile ratione temporis), non chiarisce quale pregiudizio gli sia derivato dal provvedimento di estinzione del processo adottato dal tribunale nella forma della sentenza collegiale e non dal giudice relatore con propria ordinanza, l’impugnazione è inammissibile Cass. n. 15676 del 2014, resa con riguardo alla decisione, con sentenza, invece che con ordinanza, di una questione di competenza, ma con principio chiaramente utilizzabile anche nell’odierna vicenda).

3. Il terzo motivo di ricorso, infine, rubricato “Violazione di legge Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (Violazione e falsa applicazione di norme di diritto). Erronea o falsa applicazione del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4”, contesta l’interpretazione del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4, fornita dalla corte distrettuale per cui il termine di venti giorni ivi previsto decorre, per la parte (nella specie l’attore) che intende presentare l’istanza di fissazione dell’udienza collegiale, sempre – e cioè anche in caso di pluralità di parti – dalla notifica del precedente scritto difensivo cui non intende replicare. Il ricorrente, invece, insiste nell’affermare che quel termine deve considerarsi autonomo rispetto a quello di cui alla medesima disposizione, comma 1 e, come tale, da aggiungersi a quest’ultimo.

3.1. Una siffatta censura si rivela infondata, avendo la corte molisana sostanzialmente fatto propria l’interpretazione di tale norma già resa da Cass. n. 10654 del 2010 (né il ricorrente offre oggi elementi idonei a smentirla), che, sebbene resa in una fattispecie riguardante il periodo di vigenza del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D.Lgs. 6 febbraio 2004, n. 37, ma anteriore alle ulteriori variazioni introdotte dal D.Lgs. 28 dicembre 2004, n. 310, mostra chiaramente di riferire le argomentazioni ivi esposte anche al testo della medesima norma come modificato da quest’ultima disposizione. Tanto, invero, emerge, inequivocabilmente, dal seguente suo passaggio motivazionale (cfr. pag. 9): “… Va solo aggiunto che la conclusione cui si è pervenuti appare applicabile anche con riguardo ad una vicenda processuale, come quella qui in esame, svoltasi in epoca anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 310 del 2004, all’art. 8, comma 1, lett. c), cui sono state aggiunte, in fine, le parole: “ovvero dalla scadenza del relativo termine “….”.

3.1.1. Va riaffermato, quindi, che, nel procedimento regolato dal cd. rito societario, si determina l’estinzione se la parte (nella specie quella attrice), nel termine unico a lei concesso, non abbia dato impulso al giudizio notificando la memoria di replica o, in alternativa, l’istanza di fissazione dell’udienza, salvo che l’altra parte non si avvalga del potere – a lei espressamente attribuito proprio per evitare che la parte meno interessata alla decisione di merito si sottragga al processo omettendo di notificare o notificando tardivamente l’istanza – di dare autonomo impulso al processo nei venti giorni successivi all’inutile scadenza del termine. Pertanto, deve essere dichiarata l’estinzione del giudizio laddove, dopo lo scambio di memorie difensive tra le parti costituite in giudizio ai sensi del D.Lgs. n. 3 del 2005, artt. 6 e 7, la parte convenuta – come accaduto nella specie – notifichi a quella attrice una memoria contenente termine di 30 giorni per eventuale controreplica e parte attrice non utilizzi tale termine per replicare ma proponga istanza di fissazione d’udienza ex art. 12 al di fuori del termine previsto dal medesimo D.Lgs. n., art. 8, comma 4. Tale istanza, infatti, avrebbe dovuto essere notificata entro 20 giorni dalla data della memoria difensiva notificata dalla convenuta.

3.2. Per mera completezza, infine, va ribadito che il Giudice delle leggi ha sancito l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4, nella parte in cui si prevedeva l’estinzione immediata del processo anziché l’effetto di cancellazione della causa dal ruolo, in riferimento agli art. 3,24 e 111 Cost. (cfr. Corte Cost. 20 giugno 2008, n. 221; Corte Cost. 23 gennaio 2009, n. 16), in quanto previsione armonica con il criterio della celerità del giudizio che informa il rito societario e con la necessità di evitare stasi nello svolgimento del processo.

4. In conclusione, il ricorso deve essere respinto, restando le spese di questo giudizio di legittimità, tra le sole parti costituite, regolate dal principio di soccombenza e liquidate come in dispositivo, altresì dandosi atto – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del Fallimento ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna e condanna il Fallimento (OMISSIS) s.p.a. al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità sostenute da Ma.Fe., liquidate in Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del medesimo ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 10 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2022

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