Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29770 del 12/12/2017


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Civile Ord. Sez. L Num. 29770 Anno 2017
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: BRONZINI GIUSEPPE

ORDINANZA

sul ricorso 7430-2013 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona del
legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE G. MAZZINI 134, presso lo
studio dell’Avvocato LUIGI FIORILLO, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– ricorrente contro

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PETRONELLA GIANLUCA, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA S.M. PISTOIESE 73-75, presso lo studio
dell’Avvocato NADIA BONI, che lo rappresenta e difende
unitamente all’Avvocato TIZIANA CAPEZZONE;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 12/12/2017

avverso la sentenza n. 4862/2012 della CORTE D’APPELLO

di ROMA, depositata il 09/06/2012 R.G.N. 622/2006;

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RILEVATO
Che con la sentenza del 22.5.2002 la Corte di appello di Roma
dichiarava la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo
indeterminato tra le Poste e Petronella Gianluca dal 30.4.2002 con
condanna ex art. 32 L. n. 183/2010 al pagamento di sei mensilità di

aveva determinato l’estromissione dall’azienda. La Corte territoriale
rilevava, in sintesi, l’illegittimità della clausola di apposizione
termine al detto

del

contratto stipulato con l’appellato in quanto il

contratto aveva richiamato una serie di Accordi di riorganizzazione
aziendale ma da parte delle Poste non era stato chiarito in che
misura i processi di riorganizzazione avessero rilievo sul CMP
Aeroporto e sul servizio di recapito di Fiumicino cui era stato addetto

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lavoratore e non stata offerta la prova che l’assunzione del

lavoratore fosse avvenuta in relazione ai detti processi riorganizzativi.
La prova richiesta era del tutto generica non consentendo di accertare
il nesso tra la concreta assunzione e le complesse vicende
riorganizzative delle Poste con riferimento all’Ufficio ove il lavoratore
era stata impiegato.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la società
Poste Italiane con sette motivi; la parte intimata si è costituita con
controricorso.
CONSIDERATO
che con il primo motivo si allega la violazione e falsa applicazione
dell’art. 11 D. Lgs. n. 368/2001 e dell’art. 25 del CCNL. L’art. 25
aveva conservato vigore anche in via transitoria dopo il 31.12.2001.
che il motivo appare infondato posto che la scadenza del CCNL
Poste è stata determinata nel Dicembre del 2001 e quindi ex art. 11
tale scadenza determina l’ inapplicabilità delle sue clausole. Del resto
nel motivo non si allega alcuna circostanza idonea a confermare la

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retribuzione con accessori dalla scadenza dell’ultimo contratto che

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tesi per cui l’art. 25 sia rimasto in vigore unitamente al contatto che
lo conteneva.
che con il secondo motivo si deduce la violazione e la falsa
applicazione degli artt. 1 e 2 D. Lgs n. 368/2001, dell’art. 4 comma
secondo D. Lgs n. 368/2001, dell’art. 12 preleggi, degli artt. 1362 e

organizzative produttive o sostitutive di cui al decreto n. 368/2001
potevano essere ricostruire indirettamente in base all’indicazione nel
contratto degli Accordi che disciplinano i processi di ristrutturazione
aziendale delle Poste.
che il motivo appare infondato. Va premesso che il contratto è
stato stipulato “ai sensi della vigente normativa, per esigenze
tecniche, organizzative produttive anche di carattere straordinario
conseguenti a processo di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più
funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti
da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti all’introduzione di
nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché all’attuazione delle
previsioni di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11.12 2001 e 11
gennaio 2002, 13 febbraio e 17 aprile 2002”. Ora la giurisprudenza di
questa Corte ha ritenuto necessario in fattispecie del tutto analoghe
in cui è applicabile il decreto n. 368/2011 che – di fronte ad una
complessa enunciazione delle ragioni adottate a legittimazione
dell’apposizione del termine – l’esame del giudice di merito deve
estendersi a tutti gli elementi di specificazione emergenti dal
contratto allo scopo di acclararne l’effettiva sussistenza, ivi
ricomprendendo l’analisi degli accordi collettivi indicati al contratto (v.
Cass. 2279/ 2010; Cass. n. 8296/2012). La sentenza impugnata
tuttavia non ha violato tale orientamento del Giudice di legittimità
procedendo ad una valutazione di merito di detti Accordi -t e •,,ékl

rag*ogFe=Jegttutkoky e delle prove e delle allegazioni offerte dalle Poste

circa il fatto che effettivamente l’assunzione dell’intimata fosse
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ss. c.c. e dell’art. 1325 c.c. La sussistenza delle ragioni, tecniche,

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avvenuta per sopperire alle esigenze di ordine produttivo e
organizzativo indicate negli Accordi. La Corte di appello ha verificato
nel merito che tali Accordi e le prove offerte dalle Poste non
comprovano il nesso tra le esigenze degli accordi, l’assunzione della
lavoratrice e l’attività svolta da quest’ultima nell’Ufficio ove ha

che con il terzo motivo si allega l’omessa motivazione circa un
fatto decisivo per il giudizio. Era legittima la compresenza di plurime
ragioni giustificative dell’apposizione del termine.
Il motivo appare infondato in quanto, pur essendo legittimo il
richiamo a plurime ragioni giustificative l’apposizione del termine,
come rilevato al motivo, la Corte di appello ha ritenuto che le Poste
non abbiano spiegato la correlazione tra i dedotti processi
riorganizzativi e l’organizzazione in concreto degli Uffici ove era stato
addetta la parte intimata e che le Poste non abbiano articolato sul punto una idonea prova.
che con il quarto motivo si allega la violazione dell’art. 4 secondo
comma d. Igs. n. 368/2001 , dell’art. 2697 c.c. Non gravava sul
datore di lavoro la prova della sussistenza delle ragioni oggettive
dell’assunzione a termine; in ogni caso le Poste avevano articolato
una prova circa la loro sussistenza.
che anche tale motivo appare infondato Va ricordato quanto
affermato in fattispecie analoghe da questa Corte: “deve rilevarsi che
il D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, recante l’attuazione della direttiva
1999/70 CE, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo
determinato concluso dall’UNICE, dal CEP e dal CES, costituisce la
nuova fonte regolatrice del contratto di lavoro a tempo determinato,
in sostituzione della L. 18 aprile 1962, n. 230 e della successiva
legislazione integrativa. Il legislatore nazionale, nell’adempiere al suo
obbligo comunitario, ha emanato il D.Lgs. n. 368, il quale nel testo
originario, vigente all’epoca del contratto ora in questione, all’art. 1
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operato.

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prevede che “è consentita l’apposizione di un termine alla durata del
contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico,
produttivo, organizzativo o sostitutivo” (comma 1) e che
“l’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta,
direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono

al recepimento dell’accordo-quadro il D.Lgs. n. 368 ha disposto dalla
data della propria entrata in vigore (24.10.01) l’abrogazione della L.
18 aprile 1962, n. 230, della L. 25 marzo 1983, n. 79, art. 8 bis, della
L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, e di tutte le disposizioni di legge
incompatibili (art. 11, comma 1). Il quadro normativo che emerge è,
dunque, caratterizzato dall’abbandono del sistema rigido previsto
dalla L. n. 230 del 1962 – che prevedeva la tipizzazione delle
fattispecie legittimanti, peraltro già ripensato dalla successiva
normazione delle L. n. 79 del 1983, e della L. n. 56 del 1987, art. 23,
– e dall’introduzione di un sistema articolato per clausole generali, in
cui l’apposizione del termine è consentita a fronte “di ragioni di
carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”. Tale
sistema, al fine di non cadere nella genericità, impone al suo interno
un fondamentale criterio di razionalizzazione costituito dal già rilevato
obbligo per il datore di lavoro di adottare l’atto scritto e di
“specificare” in esso le ragioni di carattere tecnico, produttivo,
organizzativo o sostitutivo adottate. L’onere di “specificazione”
nell’atto scritto costituisce una perimetrazione della facoltà
riconosciuta all’imprenditore di far ricorso al contratto di lavoro a
tempo determinato per soddisfare una vasta gamma di esigenze
aziendali (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o aziendale),
a prescindere da fattispecie predeterminate. Tale onere ha lo scopo di
evitare l’uso indiscriminato dell’istituto per fini solo nominalmente
riconducibili alle esigenze riconosciute dalla legge, imponendo la
riconoscibilità della motivazione addotta già nel momento della stipula
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specificate le ragioni di cui al comma 1″ (comma 2). Contestualmente

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del contratto. D’altro canto il venir meno del sistema delle fattispecie
legittimanti impone che il concetto di specificità sia collegato a
situazioni aziendali non più standardizzate ma obiettive, con
riferimento alle realtà in cui il contratto viene ad essere calato (v.
Cass. 1.02.10 n. 2279). Non è sufficiente, dunque, a qualificare le

indicazione di esigenze produttive ed organizzative, essendo
necessaria che di tali esigenze si “specifichi” congruamente la natura.
La già richiamata giurisprudenza (sentenza n. 2279 del 2010 ed altre
che l’hanno seguita), privilegiando la scelta del legislatore Europeo di
ampliare la considerazione delle fattispecie legittimanti l’apposizione
del termine, ha concesso tuttavia un’importante apertura, ritenendo
possibile che la specificazione delle ragioni giustificatrici risulti
dall’atto scritto non solo per indicazione diretta, ma anche per
relationem, ove le parti abbiano richiamato nel contratto di lavoro
testi scritti che prendono in esame l’organizzazione aziendale e ne
analizzano le complesse tematiche operative. È quanto nella sostanza
la ricorrente sottolinea essere avvenuto nel caso di specie, in cui
l’atto scritto di assunzione, dopo alcuni generici riferimenti ai processi
di riorganizzazione aziendale, concretizza le “esigenze tecniche,
organizzative e produttive” nella “attuazione delle previsioni di cui agli
accordi 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002″.
Da tali accordi, che costituiscono un momento di esame comune delle
parti sindacali delle esigenze organizzative e di cui sono riportati ampi
stralci nel ricorso, secondo la ricorrente si desumerebbe l’esistenza di
processi di mobilità introaziendale che legittimerebbero il ricorso alle
assunzioni a termine, quale momento di riequilibrio territoriale e
funzionale delle risorse umane. La giurisprudenza di questa Corte ha
ritenuto necessario che – di fronte ad una complessa enunciazione
delle ragioni adottate a legittimazione dell’apposizione del termine l’esame del giudice di merito deve estendersi a tutti gli elementi di
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ragioni per le quali è stata disposta l’assunzione a termine la mera

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specificazione emergenti dal contratto allo scopo di acclararne
l’effettiva sussistenza, ivi ricomprendendo l’analisi degli accordi
collettivi sopra indicati (v. la citata sentenza 2279 del 2010)” ( cfr.
cass. n. 8296/2012). Ora nel caso in esame, come già ricordato, la
Corte di appello ha effettivamente esaminato i detti Accordi ma ha

rio-organizzativi previsti ( e le esigenze sostitutive indicata nel
contratto) avessero avuto una incidenza sull’assunzione della parte
intimata stante la genericità delle circostanze dedotte; la prova
dell’effettiva sussistenza per tale orientamento consolidato di
legittimità grava sul datore di lavoro.
Che con il quinto motivo si allega l’omessa ed insufficiente
motivazione e la violazione degli artt. 253, 420 e 421 cod. civ. proc.
in ordine alla genericità della prova che poteva essere emendata con
il ricorso ai poteri ufficiosi del Giudice.
Che il motivo appare infondato in quanto per giurisprudenza
costante di questa Corte ci si può lamentare del mancato esercizio dei
poteri ufficiosi del giudice solo se si dimostri di averne fatto
preventivamente richiesta il che non è comprovato.
Che con il sesto motivo si allega la violazione dell’art. 112 cod.
civ. proc.; la lavoratrice non aveva mai contestato che non fosse
intervenuta da parte delle Poste la valutazione dei rischi prevista per
legge.
Che il motivo appare inammissibile in quanto la Corte di appello
non tratta la questione, che in ogni caso non ha portato da sola alla
dichiarazione di nullità del termine.
Che con il settimo motivo si allega la violazione dell’art. 32 L. n.
183/2010 e dell’art. 429 cod. civ. proc. Gli accessori spettavano solo
dalla data della sentenza di appello che aveva disposto la conversione
del contratto.

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osservato che non era stata offerta una prova idonea che i processi

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Che il motivo appare fondato e pertanto va accolto alla luce
dell’orientamento della giurisprudenza della Corte di legittimità che si
condivide e cui si intende dare continuità ( cfr. cass. n. 3062/2016 e
molte altre) secondo la quale effettivamente gli accessori
sull’indennità ex art. 32 spettano dal momento della conversione e

relazione al motivo accolto va cassata la sentenza impugnata e,
sussistendo i presupposti per una decisione nel merito non
occorrendo approfondimenti istruttori, si devono dichiarare dovuti gli
accessori in ordine all’indennità ex art. 32 L. n. 183/2010 dalla data
della sentenza di appello. In relazione all’accoglimento solo di
quest’ultimo motivo di rilevanza economica contenuta sussistono
giusti motivi per confermare le spese di lite dei gradi di merito e 1/4 di
quelle del giudizio di legittimità tra le parti ponendo a carico delle
Poste i residui tre/quarti liquidati come al dispositivo. Ai sensi dell’art.
13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02, nel testo risultante dalla
legge 24.12.2012 n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i
presupposti, come da dispositivo.

PQM
Rigetta i primi cinque motivi; dichiara inammissibile il sesto,
accoglie il settimo motivo, cassa la sentenza impugnata in relazione
al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara dovuti gli interessi
e la rivalutazione monetaria sull’indennità ex art. 32 L. n. 183/2010
dalla data della sentenza di appello. Conferma le statuizioni dei
giudici di merito in ordine alle spese; compensa 1/4 delle spese del
giudizio di legittimità tra le parti, ponendo a carico delle Poste i
residui 3/4 liquidati per l’intero in euro 4,00,00 per compensi oltre euro
200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% ed accessori come
per legge.

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cioè nel caso in esame dal momento della sentenza di appello. In

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Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02, nel
testo risultante dalla legge 24.12.2012 n. 228, la Corte dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delicorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello

Così deciso in Roma il 20.7.2017
Il Presidente

Il Consigliere est.

7

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IV

Seziono

dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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