Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29766 del 19/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 19/11/2018, (ud. 29/05/2018, dep. 19/11/2018), n.29766

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5958-2016 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA P.

MATTEUCCI, 44, presso lo studio dell’avvocato MILENA CIPOLLONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato EMILIA BONFIGLIO, giusta delega

in atti;

– ricorrente –

contro

FONDAZIONI SPECIALI S.R.L. IN LIQUIDAZIONE E CONCORDATO PREVENTIVO,

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II 154, presso lo

studio dell’avvocato VINCENZO SPARANO, che la rappresenta e difende

giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1275/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 30/12/2015 r.g.n. 741/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/05/2018 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO, che ha concluso per il rigetto del primo motivo;

accoglimento per quanto di ragione del secondo, assorbimento del

terzo motivo;

udito l’Avvocato SPARANO VINCENZO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di Appello di Bologna, con sentenza del 30 dicembre 2015, in riforma della pronuncia di primo grado resa all’esito del giudizio di opposizione ex lege n. 92 del 2012, ha respinto le domande proposte da S.A. nei confronti della Fondazioni Speciali Srl, in liquidazione e concordato preventivo, volte a far dichiarare l’illegittimità del licenziamento intimato il (OMISSIS), condannando il lavoratore al pagamento delle spese delle varie fasi del giudizio.

La Corte territoriale ha innanzi tutto respinto l’eccezione del S. di decadenza del reclamo depositato dalla società in data 24 luglio 2015, decorso il termine di trenta giorni dall’udienza di primo grado del 2 febbraio 2015 in cui era stata data lettura del dispositivo e della motivazione della sentenza alla presenza delle parti.

La Corte ha inoltre ritenuto la sussistenza di un giustificato motivo oggettivo di recesso determinato dalla cd. informativa interdittiva emessa dalla Prefettura di Milano, ai sensi del D.P.R. n. 252 del 1998, art. 10, comma 7, lett. c, in cui si affermava nei confronti di Fondazioni Speciali la sussistenza di “tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata”, anche in relazione alla condotta tenuta dal geom. S..

Quanto al repechage la Corte di Appello ha considerato che il motivo oggettivo posto a fondamento del licenziamento si basava sul provvedimento prefettizio e “prescinde dalla possibilità (più o meno concreta) di attribuzione al geom. S.” di compiti assegnati ad altri tecnici ovvero di adibizione ad altri cantieri.

2. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso S.A. con 3 motivi. Ha resistito la società con controricorso.

Entrambe le parti hanno comunicato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58 e dell’art. 281 sexies c.p.c., per avere la Corte territoriale ritenuto che non fosse decorso il termine breve di 30 giorni per il reclamo, nonostante la lettura in pubblica udienza del dispositivo e della motivazione della sentenza di primo grado, formalità da considerare equipollenti alla comunicazione di cancelleria ai fini del decorso del termine breve per l’impugnazione.

Il motivo è infondato in ossequio al principio espresso da Cass. n. 14098 del 2016.

Secondo tale pronuncia, “avverso la sentenza del tribunale sulla domanda di impugnativa del licenziamento nelle ipotesi di cui all’art. 18 st. lav., il termine breve di trenta giorni per la proposizione del reclamo alla corte di appello decorre, come previsto dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58, dalla comunicazione alle parti della sentenza del tribunale, anche nelle ipotesi nelle quali il giudice abbia dato lettura in udienza del dispositivo e della motivazione, come previsto dall’art. 429 c.p.c., poichè la L. n. 92 del 2012, ha introdotto un nuovo rito speciale, la cui disciplina deve essere osservata senza possibilità di deroga dai principi generali dell’ordinamento, salvo necessità di integrazione del rito nel caso di lacuna del dettato normativo”.

Anche Cass. n. 18403 del 2016 ha escluso “la possibilità di una decorrenza da un momento diverso da quello previsto dalla legge, in quanto la norma, che lo fissa a pena di decadenza, deve essere interpretata restrittivamente”.

A tale principio è stata data poi continuità da Cass. n. 16216 e n. 17211 del 2016 nonchè, da ultimo, da Cass. n. 8832 del 2017 e non viene prospettata ragione per discostarsene.

Vale solo evidenziare e ribadire che la disciplina dettata dalla L. n. 92 del 2012, è speciale rispetto a quella ordinaria, affrontata, tra le altre, da Cass. n. 13617 del 2017, secondo cui, in materia di controversie soggette al rito del lavoro, l’art. 429, comma 1, c.p.c., novellato, in analogia con lo schema dell’art. 281-sexies c.p.c., prevede che il termine “lungo” per proporre l’impugnazione, ex art. 327 c.p.c., decorre dalla data della pronuncia, che equivale, unitamente alla sottoscrizione del relativo verbale da parte del giudice, alla pubblicazione prescritta nei casi ordinari dall’art. 133 c.p.c., con esonero, quindi, della cancelleria dalla comunicazione della sentenza.

2. Con il secondo mezzo si denuncia “violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla L. n. 604 del 1966, artt. 3 e 5,all’art. 2697 c.c., agli artt. 1175 e 1375 c.c. in relazione alla L. n. 223 del 1991, art. 5”.

Si deduce il mancato assolvimento da parte datoriale dell’onere della prova circa la sussistenza del giustificato motivo oggettivo di recesso nonchè la violazione dei principi di correttezza e buona fede anche in relazione all’obbligo di repechage.

Il motivo, formulato come violazione e falsa applicazione di numerose disposizioni di legge, è inammissibile.

Come noto, infatti, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre – a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione – per l’esclusivo rilievo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata “male” applicata, e cioè applicata a fattispecie non esattamente comprensibile nella norma (tra le molteplici, Cass. n. 26307 del 2014; Cass. n. 22348 del 2007). Sicchè il sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata perchè è quella che è stata operata dai giudici del merito; al contrario, laddove si critichi la ricostruzione della vicenda storica quale risultante dalla sentenza impugnata, si è fuori dall’ambito di operatività dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e la censura è attratta inevitabilmente nei confini del sindacabile esclusivamente ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione tempo per tempo vigente, vizio che appunto postula un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti.

Nella specie, nonostante la veste formale attribuita al secondo motivo in esame, nella sostanza si critica la ricostruzione della vicenda storica operata dalla Corte territoriale, contestando la sussistenza in fatto di un giustificato motivo di licenziamento, anche attraverso un continuo richiamo al materiale probatorio acquisito, ed invocando una rivisitazione della medesima vicenda non consentita in sede di legittimità, tanto più nel vigore del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, cui è sottoposta, ratione temporis, la sentenza impugnata.

3. Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., sostenendo che la Corte territoriale, “contrariamente al vero”, avrebbe considerato il S. soccombente, nonostante questi in primo grado, “per ben due volte”, avesse visto accolte le sue ragioni; si eccepisce poi che la Corte avrebbe dovuto compensare le spese di lite in ragione dell’assoluta novità della questione di rito trattata.

Le censure sono prive di fondamento.

La soccombenza doveva essere valutata dalla Corte territoriale in relazione all’esito finale che innanzi alla medesima si era realizzato, e non avendo riguardo alle varie fasi del giudizio.

Quanto all’invocata compensazione si rammenta che, in tema di liquidazione delle spese giudiziali ad opera del giudice di merito, fermo restando che vi è violazione di legge soltanto quando esse siano state poste, totalmente o parzialmente, a carico della parte totalmente vittoriosa, la valutazione circa l’opportunità della compensazione, totale o parziale, delle spese processuali, costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito (v., per tutte, Cass. SS. UU. n. 20598 del 2008); inoltre solo la compensazione deve essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato (tra altre: Cass. n. 2730 del 2012 e Cass. n. 17128 del 2014).

4. Conclusivamente il ricorso va respinto e le spese seguono la soccombenza liquidate come da dispositivo.

Occorre dare atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 29 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2018

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