Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29756 del 29/12/2011

Cassazione civile sez. II, 29/12/2011, (ud. 16/06/2011, dep. 29/12/2011), n.29756

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

F.G. (C.F.: (OMISSIS)) e V.F.

(C.F.: (OMISSIS)), elettivamente domiciliati in Roma, via

Monte Zebio n. 37, presso lo studio dell’Avvocato Furitano Marcello,

dal quale sono rappresentati e difesi giusta procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

PASTICCERIA GARDEN DI CASTELLETTI BRUNO & C. S.N.C., in persona

del

legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, giusta

procura speciale in calce al controricorso, dall’Avvocato Olivieri

Renato, elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avvocato

Mandolesi Roberto in Roma, via Paolo Emilio n. 34;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 503 della Corte d’appello di Ancona del 10

settembre 2005;

Udita, la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 16

giugno 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito per la ricorrente l’Avvocato Giancarlo Ferri, per delega;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CARESTIA Antonietta, che ha concluso per il rigetto

del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 18 febbraio 2004 il Tribunale di Fermo rigettava la domanda proposta da F.G., F.O., V. F. e V.R. di condanna della Pasticceria Garden di Castelletti Bruno & C. s.n.c. all’arretramento e, quindi, alla demolizione dell’ampliamento dell’edificio realizzato da detta società in violazione delle distanze legali minime fissate dal P.R.G. del Comune di Cupramarittima.

I soccombenti proponevano appello sostenendo l’inapplicabilità della normativa di cui alla L.R. Marche n. 31 del 1979 – la quale consente ampliamenti in deroga ai P.R.G. con l’unico obbligo di mantenere una distanza minima di tre metri tra i fabbricati – perchè in contrasto con il D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 il quale fissa una distanza minima di metri dieci tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti. Gli appellanti assumevano, infatti, che nel conflitto tra norme statali e norme regionali dovessero prevalere le prime.

La Corte d’Appello di Ancona, con sentenza resa pubblica mediante deposito il 10 settembre 2005, rigettava l’impugnazione sulla base del rilievo secondo cui, nella gerarchia delle fonti normative, non poteva darsi una relazione di supremazia delle leggi statali rispetto a quelle regionali e che comunque una simile supremazia non poteva riconoscersi a un decreto ministeriale, trattandosi di fonte di tipo secondario.

Per la cassazione di questa sentenza hanno proposto ricorso F. G. e V.F. sulla base di due motivi, illustrati da memoria; ha resistito, con controricorso, l’intimata Pasticceria Garden di Castelletti Bruno & C. s.n.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 873 e 907 cod. civ., nonchè del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, sostenendo in particolare che la disposizione di cui all’art. 9 del sopra citato D.M. fissa un principio generale – in forza del quale la distanza minima tra pareti ed edifici antistanti è di minimo metri dieci – che non potrebbe essere derogato in senso riduttivo da una legge regionale.

Sempre riguardo a tale punto, ritenuto decisivo per la definizione della controversia, il ricorrente lamenta altresì la carenza di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano violazione e falsa applicazione della L.R. Marche n. 31 del 1979, nonchè carenza e contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione, rispettivamente, all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5 In particolare i ricorrenti, in primo luogo, affermano che la legge regionale non potrebbe derogare alle scelte operate dal Comune il quale sarebbe titolare del potere primario ed esclusivo in materia edilizia; in secondo luogo, sostengono che la normativa regionale richiamata riguarderebbe altra materia rispetto a quella delle distanze legali minime, e cioè afferirebbe alla tematica delle barriere architettoniche.

Il Collegio ritiene che debba, d’ufficio, essere sollevata la questione di legittimità costituzionale della L.R. Marche 4 settembre 1979, n. 31, art. 1, comma 2, nella parte in cui consente che gli ampliamenti di cui al primo comma (concernenti edifici aventi impianto edilizio preesistente, compresi nelle zone di completamento con destinazione residenziale previste dagli strumenti urbanistici generali comunali approvati, relativamente alle case a un piano fuori terra e alle costruzioni che, avuto riguardo alla struttura edilizia esistente e agli edifici circostanti, presentano evidenti caratteristiche di non completezza) possano essere realizzati, nei limiti di cui al successivo art. 2, anche in deroga alle distanze e/o al volume stabiliti per le suddette zone territoriali omogenee dal D.M. 2 aprile 1968, n. 1444.

La questione è innanzitutto rilevante, atteso che nel presente giudizio si discute della richiesta di accertamento della violazione delle distanze legali con riferimento ad un ampliamento dell’edificio delle parti resistenti, la cui sussistenza – essendo pacifica la violazione della distanza di cui al citato D.M. n. 1444 del 1968, art. 9 – risulterebbe esclusa solo per effetto della esistenza della citata disposizione di legge regionale, in base alla quale l’intervento edilizio è stato autorizzato.

La questione è altresì non manifestamente infondata in riferimento all’art. 117 Cost., comma 2, lett. l), e comma 3.

In tema di individuazione dei limiti alla potestà legislativa delle Regioni in materia di edilizia e urbanistica, e segnatamente in materia di distanze tra edifici, la Corte costituzionale ha avuto modo (sentenza n. 232 del 2005) di affermare che la disciplina delle distanze fra costruzioni ha la sua collocazione anzitutto nella sezione 6^ del Capo 2^ del Titolo 2^ del Libro 3^ del c.c. ed attiene in via primaria e diretta ai rapporti tra proprietari di fondi finitimi, sicchè la stessa, per quanto concerne tali rapporti, rientra nella materia dell’ordinamento civile, di competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Tuttavia, ha osservato la Corte, poichè i fabbricati insistono su di un territorio che può avere rispetto ad altri – per ragioni naturali e storiche – specifiche caratteristiche, la disciplina che li riguarda – e in particolare quella dei loro rapporti nel territorio stesso – esorbita dai limiti propri dei rapporti interprivati e tocca anche interessi pubblici. Ciò spiega perchè il codice civile, ancor prima della Costituzione, ha attribuito rilievo ai regolamenti locali, in un’epoca in cui unica fonte di normativa primaria era lo Stato. Una volta assegnate alle Regioni competenze normative primarie, il rilievo della connessione e delle interferenze tra interessi privati e interessi pubblici e della importanza delle caratteristiche locali in tema di distanze tra costruzioni ha trovato attuazione nel riparto di competenze legislative e nell’attribuzione alle Regioni, in sede di competenza concorrente, della materia del governo del territorio, comprensiva, dell’urbanistica e dell’edilizia.

Tuttavia, si è precisato, in quanto titolari di competenza concorrente e non residuale riguardo ad una materia che, relativamente alla disciplina delle distanze, interferisce con altra di spettanza esclusiva dello Stato, le Regioni devono esercitare le loro funzioni nel rispetto dei principi della legislazione statale. E in materia di distanze tra fabbricati il primo principio, fissato in epoca risalente ma ancora di recente ribadito, è che la distanza minima sia determinata con legge statale, mentre in sede locale possono essere fissati limiti maggiori. L’ordinamento statale consente, peraltro, deroghe alle distanze minime con normative locali, purchè siffatte deroghe siano previste in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio.

Tali principi si ricavano dall’art. 873 cod. civ. e dal D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, art. 9, u.c., emesso ai sensi della L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41-guinquies (introdotto dalla L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17), avente efficacia precettiva e inderogabile, secondo un principio giurisprudenziale consolidato.

I suindicati limiti alla possibilità di fissare distanze inferiori a quelle previste dalla normativa statale – ha chiarito la Corte costituzionale – trovano la loro ragione nel rilievo che le deroghe, per essere legittime, devono attenere agli assetti urbanistici e quindi al governo del territorio e non ai rapporti tra vicini isolatamente considerati in funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi.

Così ricostruito il rapporto tra normativa statale (ivi compresa quella di cui al citato D.M. n. 1444 del 1968, art. 9) e normativa regionale, la L.R. Marche n. 31 del 1979 non sembra rispettosa dei limiti derivanti per alla potestà legislativa concorrente regionale.

Essa, infatti, attribuisce efficacia di piano particolareggiato alla procedura che i Comuni, ai sensi dell’art. 2 della medesima legge, possono seguire per consentire ampliamenti anche in deroga alle prescrizioni di cui al D.M. n. 1444 del 1968. La menzionata disposizione non può tuttavia essere ricondotta alla previsione derogatoria di cui alla seconda parte del D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, u.c.. Quest’ultimo, invero, dopo avere stabilito le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, ammette distanze inferiori a quelle indicate nei precedenti commi, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche.

Con riferimento a tale previsione derogatoria, la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che la deroga consentita dal D.M. n. 1444 del 1968, art. 9, u.c., riguarda soltanto le distanze tra costruzioni insistenti su fondi che siano inclusi tutti in un medesimo piano particolareggiato della medesima lottizzazione, e non sono ravvisabili ragioni per discostarsi da tale principio, data la sua coerenza con la lettera della disposizione da cui è stato tratto, la quale testualmente si riferisce a “gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche”, sicchè limitatamente a questo ambito è consentito ai Comuni, di prescrivere il rispetto di distanze inferiori a quelle stabilite dalla normativa statale (Cass. n. 12424 del 2010; Cass., S.U., 18 febbraio 1997, n. 1486).

In conclusione, poichè la questione di legittimità costituzionale della L.R. Marche 4 settembre 1979, n. 31, art. 1, comma 2, nella parte in cui consente che gli ampliamenti di cui al comma 1 possano essere realizzati, nei limiti di cui al successivo art. 2, anche in deroga alle distanze e/o al volume stabiliti per le suddette zone territoriali omogenee dal D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, è rilevante ai fini della decisione del presente giudizio, e non manifestamente infondata, si provvede alla sospensione del processo, alla trasmissione degli atti e agli adempimenti di legge.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione, visto la L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23 dichiara rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento all’art. 117 Cost., comma 2, lett. l e comma 3, la questione di legittimità costituzionale della L.R. Marche 4 settembre 1979, n. 31, art. 1, comma 2; ordina la immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale; ordina alla cancelleria che la presente ordinanza sia notificata alle parti del giudizio di legittimità e al Presidente del Consiglio dei Ministri e che essa sia comunicata al Presidente del Senato della Repubblica ed al Presidente della Camera dei Deputati.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, a seguito di riconvocazione, il 2 dicembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2011

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