Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29722 del 29/12/2011

Cassazione civile sez. III, 29/12/2011, (ud. 01/12/2011, dep. 29/12/2011), n.29722

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – rel. Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 4916/2010 proposto da:

CASSA NAZIONALE DI PREVIDENZA E ASSISTENZA FORENSE (OMISSIS) in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE CARSO 14, presso lo studio

dell’avvocato OLANDA Luigi, che la rappresenta e difende, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA SULBIATE 6, presso il proprio studio, rappresentato e difeso da

se medesimo;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5290/2008 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

19.12.08, depositata il 13/01/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza

dell’1/12/2011 dal Presidente Relatore Dott. MARIO FINOCCHIARO;

udito per la ricorrente l’Avvocato Luigi Olanda che si riporta ai

motivi del ricorso;

udito il controricorrente nella persona dell’Avvocato B.A.

che si riporta agli scritti.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. RENATO

FINOCCHI GHERSI che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

B.A., conduttore di un appartamento in (OMISSIS) di proprietà della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, ha convenuto la locatrice davanti al Tribunale di Roma, chiedendone la condanna alla restituzione della somma di Euro 2.950,00, versate in pagamento del servizio di portierato, servizio che non era stato in realtà prestato a beneficio dello stabile in cui egli risiedeva.

Con sentenza 19 dicembre 2008 – 13 gennaio 2009 la Corte di appello di Roma, in riforma della sentenza e-messa in primo grado, ha accolto la domanda del conduttore, condannando la Cassa a restituire la somma di Euro 2.029,75.

La Corte di appello ha ritenuto che il servizio di portineria sia effettivamente mancato in favore del conduttore e appellante, poichè il portiere assunto dalla CNPF, P.G., era stato da questa adibito a più stabili, cioè ai civici numeri (OMISSIS), venendo di fatto collocato nella guardiola della (OMISSIS), in posizione tale da non poter rendere il servizio di vigilanza e di custodia in favore dello stabile di (OMISSIS).

Ha altresì richiamato – la Corte di appello di Roma – l’art. 18 del CCNL, che prevede la possibilità di assegnare un unico portiere a più stabili, sempre che questi abbiano un unico ingresso funzionante o più ingressi sorvegliabili da un unico posto di custodia:

presupposti nella specie insussistenti.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense con atto 23 febbraio 2010 e date successive, affidato a tre motivi e illustrato con due memorie.

Resiste con controricorso B.A..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Osserva, in limine, la Corte che il presente ricorso – proposto per la cassazione della sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Roma il 13 gennaio 2009, cioè contro una sentenza pubblicata successivamente al 2 marzo 2006, ma anteriormente al 4 luglio 2009 – è soggetto alla disciplina del processo di Cassazione così come risultante per effetto dello modifiche introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 (cfr. D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, artt. 6 e 27 e L. 18 giugno 2009, n. 69, artt. 47 e 58).

2. Con il primo motivo, denunciando violazione della L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 9, la ricorrente assume che il locatore ben può affidare il servizio di portierato ad un’unica persona per più stabili, come anche questa Corte ha ritenuto con sentenza n. 7257 del 1991, che analoga disposizione contiene l’art. 6 CCNL (oggi art. 21), per cui l’unico portiere può essere adibito ad uno stabile con più ingressi, anche non comunicanti e non sorvegliabili da un’unica postazione, fino ad un massimo di sei: disposizione che la Corte di appello ha trascurato di prendere in esame, limitandosi a richiamare l’art. 18. La Corte ha poi considerato irrilevante la circostanza che il portiere distribuisse comunque la posta e che all’ingresso di (OMISSIS) un cartello avvertisse che il portiere era reperibile in (OMISSIS).

Ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ. il motivo si conclude con il seguente quesito: “Stabilisca questa ecc.ma Corte se, alla luce del CCNL dei Dipendenti di Proprietari di Fabbricati, qualora il proprietario di due o più palazzine contigue, e locatore degli appartamenti ivi inseriti, affidi …la sorveglianza e in genere i servizi di portineria ad una persona, il complesso di prestazioni e di attività che questa si impegna a svolgere integra il contratto di portierato, anche se il controllo sulle persone che accedono non può essere eseguito con la stessa intensità con la quale viene espletato dal portiere adibito ad un unico edificio”.

3. Il motivo è inammissibile.

Almeno sotto due, concorrenti, profili.

3.1. In primis il motivo ed il quesito che lo conclude sono inammissibili perchè non congruenti con la ratio decidendi della sentenza impugnata.

Questa ultima,infatti, non consiste nell’avere ritenuto illegittime o contrastanti con la contrattazione collettiva le modalità sopra descritte di esplicazione del servizio di portierato, ma attengono al diverso problema di stabilire se ed in che misura gli inquilini che usufruiscano diversamente del servizio – o che non ne usufruiscano affatto, in considerazione delle modalità (pur lecite) con le quali viene esplicato – siano tenute a pagarlo.

Il principio affermato dalla Corte di appello è quello che “i compiti di vigilanza e di custodia dello stabile sono connaturati al servizio di portierato e debbono essere in concreto osservati (non bastando che gli stessi siano previsti sulla carta)”; che, pertanto, le modalità di esplicazione del servizio debbono essere compatibili con l’esercizio concreto della vigilanza, perchè il locatore possa esigere dal conduttore il rimborso della relativa spesa.

Contro questo principio – che peraltro si fonda anche su accertamenti in fatto, censurabili in questa sede solo sotto il profilo degli eventuali vizi di motivazione – si sarebbero dovute indirizzare le censure della ricorrente che, così come formulate, non varrebbero a giustificare l’annullamento della sentenza impugnata neppure se fossero fondate.

3.2. Anche a prescindere da quanto precede, comunque, il motivo è inammissibile anche ai sensi dell’art. 366 cod. proc. civ., n. 6.

Il ricorrente – infatti – non dichiara nel ricorso di avere prodotto il CCNL su cui il ricorso si fonda, come prescritto a pena di inammissibilità dalla citata norma, nè specifica come il documento sia contrassegnato e come sia reperibile fra gli atti di causa (Cass. 17 luglio 2008, n. 19766; Cass., sez. un., 2 dicembre 2008, n. 28547, Cass., 7 febbraio 2011 n. 2966).

4. Il secondo e il terzo motivo denunciano, uno, “omessa e insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”, l’altro, “insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

5. Tali motivi sono entrambi inammissibili perchè proposti senza l’osservanza dell’art. 366 bis cod. proc. civ., come osservato sopra senza ombra di dubbio applicabile al presente ricorso nonostante la sua abrogazione intervenuta con decorrenza dal 4 luglio 2009 per effetto della L. n. 69 del 2009, art. 47, l’atteso che l’art. 58, comma 5, di quest’ultima ha disposto che la norma abrogata rimanesse ultrattiva per i ricorsi notificati dopo quella data, avverso provvedimenti pubblicati anteriormente (tra le tantissime in tale senso: Cass. 27 settembre 2010, n. 20323; Cass. 24 marzo 2010, n. 7119; Cass. 15 marzo 2010, n. 6212).

Giusta la testuale previsione dell’art. 366 bis c.p.c., in particolare: nei casi previsti dall’art. 360, comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4, l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità con formulazione di un quesito diritto. Nel caso previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5 l’ illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Al riguardo la giurisprudenza di questa Corte regolatrice è fermissima nel ritenere che non può ritenersi sufficiente – perchè possa dirsi osservato il precetto di cui all’art. 366 bis – la circostanza che il quesito di diritto, o la chiara indicazione del fatto controverso possano implicitamente desumersi dalla esposizione del motivo di ricorso nè che esso possa consistere o ricavarsi dalla formulazione del principio di diritto che il ricorrente ritiene corretto applicarsi alla specie.

Una siffatta interpretazione della norma positiva si risolverebbe, infatti, nella abrogazione tacita dell’art. 366 bis cod. proc. civ., secondo cui è, invece, necessario che una parte specifica del ricorso sia destinata ad individuare in modo specifico e senza incertezze interpretative la questione di diritto che la Corte è chiamata a risolvere nell’esplicazione della funzione nomofilattica che la modifica di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006, oltre all’effetto deflattivo del carico pendente, ha inteso valorizzare, secondo quanto formulato in maniera esplicita nella Legge Delega 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, comma 2, ed altrettanto esplicitamente ripreso nel titolo stesso del decreto delegato sopra richiamato.

In tal modo il legislatore si propone l’obiettivo di garantire meglio l’aderenza dei motivi di ricorso (per violazione di legge o per vizi del procedimento) allo schema legale cui essi debbono corrispondere, giacchè la formulazione del quesito di diritto risponde alla esigenza di verificare la corrispondenza delle ragioni del ricorso ai canoni indefettibili del giudizio di legittimità, inteso come giudizio d’impugnazione a motivi limitati (Cass. 25 novembre 2008 nn. 28145 e 28143 e, ancora, Cass. 27 settembre 2011, n. 19748, nonchè Cass. 2 4 maggio 2011, n. 11392, quanto alla inammissibilità di un quesito di diritto implicito, nonchè Cass. 7 aprile 2008, n. 8897, nel senso che allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma formulando, al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso).

In altri termini, giusta quanto assolutamente incontroverso presso una giurisprudenza decisamente maggioritaria di questa Corte regolatrice, cui questo collegio ritiene di prestare ulteriormente adesione, le doglianze proposte ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, debbono contenere un momento di sintesi, analogo al quesito di diritto, da cui risulti la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa, insufficiente o contraddittoria, ovvero l’indicazione delle ragioni per cui essa è da ritenere inidonea a giustificare la decisione (Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603 e 18 giugno 2008, n. 16258; Cass. 4 febbraio 2008 n. 2652; Cass. 7 aprile 2008 n. 8897, nonchè tra le tantissime, Cass. 20 ottobre 2011, n. 21703; Cass. 31 agosto 2011, n. 17950; Cass. 12 aprile 2011, n. 8315; Cass. 20 maggio 2010, n. 12339).

Tale requisito, quindi, non si può ritenere rispettato quando solo la completa lettura dell’illustrazione del motivo – all’esito di un’interpretazione svolta dal lettore, anzichè su indicazione della parte ricorrente – consenta di comprendere il contenuto ed il significato delle censure (Cass. 16 luglio 2007, n. 16002).

Non controverso quanto precede e pacifico che sia il secondo sia il terzo motivo sono, al riguardo, assolutamente carenti è palese la manifesta inammissibilità delle due censure ora in esame.

Il tutto a prescindere dal considerare che per quanto è dato comprendere dalla parte espositiva dei due motivi con gli stessi la ricorrente ben lungi dal denunziare vizi della sentenza rilevanti sotto il profilo di cui all’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, si limiti a opporre una diversa valutazione – rispetto a quella compiuta dal giudice a quo – delle emergenze di fatto risultanti dalle risultanze del giudizio di merito in merito alle modalità con cui era in attuato nel caso concreto il servizio di portineria.

6. Il ricorso, in conclusione, deve essere dichiarato inammissibile, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso;

condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità in favore della parte contro ricorrente,liquidate in Euro 1.400,00, di cui Euro 1.200,00 per onorari e oltre spese generali e accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 1 dicembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2011

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