Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29683 del 29/12/2011

Cassazione civile sez. lav., 29/12/2011, (ud. 24/11/2011, dep. 29/12/2011), n.29683

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, rappresentata e difesa

dall’avvocato PAROLETTI CAMILLO, giusta dele in atti;

– ricorrente –

contro

M.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TACITO 50,

presso lo studio dell’avvocato COSSU BRUNO, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato SORDA GIUSEPPE SAVERIO, giusta delega

in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1252/2006 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 18/12/2006 r.g.n. 547/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/11/2011 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE;

udito l’Avvocato ANNA BUTTAFOCO per delega PAROLETTI CAMILLO;

udito l’Avvocato SAVINA BOMBOI per delega BRUNO COSSU;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VIOLA Alfredo Pompeo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La s.p.a. Poste Italiane ha proposto ricorso con tre motivi avverso la sentenza della Corte di Appello di Genova depositata il 18-12-2006 che, parzialmente riformando la sentenza del Giudice del lavoro del Tribunale della stessa città emessa in data 10-9-2004, ha dichiarato la nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato con M.C. per il periodo (OMISSIS) (prorogato al (OMISSIS)) per “esigenze eccezionali..” ex art. 8 c.c.n.l. 1994 come integrato dall’acc. 25-9-97 e succ., con conseguente sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato dal 12-10-1998, e con condanna di essa società a corrispondere le retribuzioni maturate dalla data di ricezione della raccomandata 20-2-2002 sino all’effettiva ripresa dell’attività lavorativa, detratta la somma percepita nel 2004 pari a Euro 4,253,07 e la somma percepita nel 2005 pari a Euro 6.639,56, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali.

La M. ha resistito con controricorso e in ultimo la società ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Infine il Collegio ha autorizzato la motivazione semplificata.

Ciò posto, i primi due motivi, con i quali sotto diversi profili la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato la nullità del termine apposto al contratto di lavoro citato, non possono essere accolli, anche se la motivazione della sentenza impugnata merita di essere parzialmente corretta ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2.

Correttamente la Corte di merito ha ritenuto che la contrattazione collettiva abbia fissato termini di scadenza dell’autorizzazione alla stipula di contratti a termine per l’ipotesi de qua.

In particolare, come questa Corte ha ripetutamele affermato, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l.

26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1” (v., fra le altre. Cass. 1- 10-2007 n. 20608, Cass. 27-3-2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.).

In base a tale orientamento ed al valore dei relativi precedenti, pur riguardanti la interprelazione di norme collettive (cfr., Cass. 29-7- 2005 n. 15969, Cass. 21-3-2007 n. 6703), va confermata la nullità del termine apposto al contratto in esame (del 12-10-1998), correggendosi, sul punto, la motivazione della impugnata sentenza che, invece, ha ritenuto che gli accordi attuativi ebbero a stabilire, non il termine entro il quale era consentita l’adozione del tipo contrattuale, ma proprio il termine entro il quale dovevano avere scadenza i contratti in questione, (v. in tal senso fra le altre Cass. 10-1-2006 n. 166, Cass. 28-3-2008 n. 8121).

Con il terzo motivo, poi, la ricorrente, denunciando violazione dell’art. 1372, comma 1, art. 1362, comma 2, art. 2697 c.c., e art. 115 c.p.c. nonchè omessa o insufficiente motivazione, in sostanza censura la impugnata sentenza laddove ha escluso la configurabilità nel caso di specie della risoluzione per mutuo consenso tacito del rapporto di lavoro, ritenendo l’inerzia dell’interessata insufficiente ad affermare la volontà risolutiva in assenza di comportamenti incompatibili con la volontà di mantenere in vita il vincolo contrattuale, senza considerare che il rapporto a termine impugnato aveva una durata di pochi mesi e che tra la cessazione dell’ultimo rapporto di lavoro intercorso tra le parti, terminato in data 23-5-1999 ed il primo segnale di interesse alla riattivazione dello stesso avvenuto nel luglio 2002, sono trascorsi oltre tre anni.

Anche tale motivo non merita accoglimento.

In base al principio più volte affermato da questa Corte “nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto” (v. Cass. 10-11-2008 n. 26935, Cass. 28-9-2007 n. 20390, Cass. 17-12-2004 n. 23554, Cass. 11- 12-2001 n. 15621).

Tale principio il Collegio ritiene di dover qui riaffermare, rilevando peraltro che, come pure è stato precisato, “grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070).

Orbene sul punto la Corte d’Appello, dopo aver richiamato la giurisprudenza di questa Corte in materia, ha affermato che “nella fattispecie in esame il tempo trascorso tra la cessazione del rapporto (23-5-1999) e la ricezione della raccomandata 20-2-2002 contenente l’offerta della prestazione lavorativa non dimostra il disinteresse della ricorrente alla prosecuzione del rapporto”, in quanto la M., che era inserita in una graduatoria in base alla quale aveva già stipulato vari contratti a termine, presumibilmente aveva atteso nella aspettativa della possibilità di essere nuovamente assunta, anche alla luce della circolare della società che impediva nuovi contratti con i soggetti aventi con la stessa un contenzioso, e si era decisa ad impugnare l’illegittimità del termine solo dopo aver avuto la ragionevole certezza di non essere richiamata.

Tale accertamento di fatto, compiuto dalla Corte di merito in aderenza al principio sopra richiamato, risulta altresì congruamente motivato e resiste alle censure della società ricorrente.

Del resto il relativo “ragionamento decisorio” non è suscettibile di “revisione” in questa sede, neppure attraverso il controllo di logicità del fatto consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766).

Il ricorso va pertanto respinto, non essendo stata, peraltro, avanzata alcuna ulteriore censura, che riguardi in qualche modo le conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine ed il capo relativo al risarcimento del danno.

Al riguardo, osserva il Collegio che, con la memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. la società ricorrente, invoca, in via subordinata, l’applicazione dello ius superveniens, rappresentato dalla L. 4 novembre 2010 n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, (su cui vedi la recente Corte Cost. n. 303 de 2011).

Orbene, a prescindere da ogni altra considerazione, va premesso, in via di principio, che costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva, una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest’ultima sia in qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso, in ragione della natura del controllo di legittimità, il cui perimetro è limitato dagli specifici motivi di ricorso (cfr. Cass. 8 maggio 2006 n. 10547, Cass. 27-2-2004 n. 4070).

Tale condizione non sussiste nella fattispecie.

Infine in ragione della soccombenza, la società va condannata al pagamento delle spese in favore della M., con attribuzione al difensore antistatario.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare alla M. le spese liquidate in Euro 40,00 oltre Euro 2.500,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA, con attribuzione all’avv. Bruno Cossu.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2011

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