Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29665 del 22/10/2021

Cassazione civile sez. VI, 22/10/2021, (ud. 23/06/2021, dep. 22/10/2021), n.29665

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19808-2020 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

IL MELO SRL, in liquidazione, in persona del liquidatore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. MONTEVERDI 16, presso lo

studio dell’avvocato MARIA ASSUNTA COLUCCIA, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6504/2/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE del LAZIO, depositata il 21/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 23/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. DELLI

PRISCOLI LORENZO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

la parte contribuente proponeva appello avverso un avviso di accertamento relativo ad IRES e altro per il 2010 per avere l’Ufficio considerato la contribuente quale società di comodo e quindi non operativa;

la Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso e la Commissione Tributaria Regionale rigettava il ricorso dell’Agenzia delle entrate affermando che per sottrarsi alla disciplina sulle società di comodo occorre chiederne preventivamente la disapplicazione mediante presentazione di apposita istanza di interpello che nel caso di specie era stata presentata dalla società e anche tempestivamente seppure erroneamente in quanto spedita alla Direzione Regionale dell’Agenzia dell’entrate e non a quella Provinciale e in applicazione dei principi statutari di lealtà e collaborazione tra Ufficio e contribuente, la Direzione Regionale avrebbe dovuto trasmettere l’istanza alla Direzione Provinciale così da consentire alla società istante di ottenere la disapplicazione. Del resto non si può penalizzare la società contribuente tanto da sottoporla all’accertamento delle società di comodo solo per un mero errore di presentazione dell’istanza di presentazione dell’istanza di interpello, posto che, nel merito, tale disapplicazione doveva ritenersi assolutamente spettante, anche in considerazione di quanto condivisibilmente espresso al riguardo dai primi giudici.

L’Agenzia delle entrate proponeva ricorso affidato ad un motivo di impugnazione e in prossimità dell’udienza depositava memoria insistendo per accoglimento del ricorso mentre la parte contribuente si costituiva con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il motivo di impugnazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’Agenzia delle Entrate denuncia nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, e dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per motivazione omessa o apparente in quanto la sentenza impugnata omette di spiegare il processo decisionale in merito all’esistenza o meno delle condizioni per giustificare la disapplicazione della disciplina delle società non operative.

Il motivo di impugnazione è fondato.

Secondo questa Corte, infatti:

la violazione del principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c., sussiste quando il giudice attribuisca, o neghi, ad alcuno dei contendenti, un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno virtualmente, nella domanda, oppure ponga a fondamento della decisione fatti e situazioni estranei alla materia del contendere, introducendo nel processo un titolo nuovo e diverso da quello enunciato dalla parte a sostegno della domanda; tale violazione, invece, non ricorre quando il giudice non interferisca nel potere dispositivo delle parti e non alteri nessuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione (Cass. n. 906 del 2018; Cass. n. 25690 del 2019);

affinché possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente – per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi (Cass. n. 15367 del 2014);

in tema di società di comodo, in caso di mancato superamento del test di operatività, anche in seguito alle modifiche apportate alla L. n. 724 del 1994, art. 30, dalla L. n. 296 del 2006, permane la possibilità per il contribuente di vincere la presunzione legale della finalità elusiva delle società non operative attraverso la prova contraria qualificata dalla ricorrenza di una situazione oggettiva a sé non imputabile che ha reso impossibile il conseguimento di ricavi e la produzione di reddito entro la soglia minima stabilita “ex lege”, non essendo a tal fine necessario esperire preventivamente il rimedio precontenzioso dell’interpello disapplicativo (Cass. n. 4946 del 2021);

in tema di società di comodo, la disapplicazione della normativa antielusiva, ai sensi della L. n. 724 del 1994, art. 30, comma 4-bis, impone all’impresa di dimostrare di essersi trovata nell’impossibilità oggettiva di esercitare l’attività produttiva e conseguentemente di ottenere proventi, sicché non può riconoscersi nel caso in cui la loro mancata percezione dipenda da una scelta volontaria dell’imprenditore, qual è quella di cedere in comodato d’uso gratuito i beni aziendali (Cass. n. 27976 del 2020).

Nel caso di specie, di fronte alle difese nel ricorso appello dell’Ufficio – riportate nel ricorso in Cassazione in ossequio al principio di autosufficienza e costituenti le medesime argomentazioni già addotte nel ricorso davanti alla Commissione Tributaria Provinciale – in cui si sottolineava il mancato superamento del test di operatività – la Commissione Tributaria Regionale, limitandosi ad respingere l’appello affermando “che, nel merito, tale disapplicazione doveva ritenersi assolutamente spettante, anche in considerazione di quanto condivisibilmente espresso al riguardo dai primi giudici”, senza dunque minimamente esaminare le suddette ragioni di merito addotte dall’Ufficio e aderendo in maniera del tutto acritica alle ragioni del giudice di primo grado che non sono state riportate, neppure in sintesi – ha omesso di pronunciarsi sulle difese nel merito dell’Ufficio, in violazione dell’art. 112 c.p.c.

Pertanto, ritenuto fondato il motivo di impugnazione, il ricorso dell’Agenzia delle entrate va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 23 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2021

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