Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29659 del 12/12/2017


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 29659 Anno 2017
Presidente: CHIARINI MARIA MARGHERITA
Relatore: DELL’UTRI MARCO

ORDINANZA

sul ricorso 10688-2015 proposto da:
ANGLISANI UMBERTO, elettivamente domiciliato in ROMA,
V.LE MARESCIALLO PILSUDSKI 118, presso lo studio
dell’avvocato ANTONIO STANIZZI, che lo rappresenta e
difende unitamente all’avvocato VINCENZO FARINA
giusta procura speciale in calce al ricorso;
– ricorrente contro
2017

BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA;
– intimata-

1893

Nonché da:
BUSINESS PARTNER ITALIA SOCIETA’ CONSORTILE PER
AZIONI in persona dei procuratori Dott. ANDREA RICCI

Data pubblicazione: 12/12/2017

e Dott. FRANCESCO MALPICCI la quale agisce in nome e
per conto di BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA S.P.A,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO
32, presso lo studio dell’avvocato MARINA ROSSI,
rappresentato e difeso dall’avvocato MATILDE VERGINE

ricorso incidentale;

ricorrente incidentale-

avverso la sentenza n. 769/2014 della CORTE D’APPELLO

di LLucti, ciepositata il 03/02/2015;
udita la relazione della causa svolta nella camera di

consiglio del
DELL’UTRI;

05/10/2017 dal Consigliere Dott. MARCO

giusta procura speciale in calce al controricorso e

Rilevato che la Banca Nazionale del lavoro (Bnl) s.p.a. ha agito
dinanzi al Tribunale di Brindisi al fine di sentir dichiarare la simulazione
(assoluta o relativa), ovvero, in via subordinata, la revoca ex art. 2901
c.c., del contratto (concluso in data 28/7/2006) con il quale l’Agriturismo Itria e Forestazione s.r.l. ha concesso ad Umberto Anglisani l’af-

iscritto ipoteca a garanzia di un credito dalla stessa vantato nei confronti della società concedente;
che, nel resistere alle avverse domande, l’Anglisani ha invocato, in
via riconvenzionale, la condanna della banca avversaria al pagamento,
in proprio favore, di un’indennità a titolo di arricchimento senza causa,
in ragione dei miglioramenti apportati al fondo dallo stesso condotto in
affitto;
che il Tribunale di Brindisi, sezione specializzata agraria, disattesa
la domanda di simulazione e le domande riconvenzionali proposte
dall’Anglisani, in accoglimento dell’azione revocatoria proposta dalla
Bnl s.p.a., ha dichiarato l’inopponibilità, nei confronti di quest’ultima,
ai sensi dell’art. 2901 c.c., del contratto di affitto impugnato;
che con sentenza resa in data 3/2/2015, la Corte d’appello di Lecce,
sezione specializzata agraria, rigettando l’appello principale dell’Anglisani, ha confermato l’accoglimento della domanda revocatoria proposta dalla Bnl s.p.a. e, in parziale accoglimento dell’appello incidentale
di quest’ultima, ha dichiarato inammissibile l’azione di arricchimento
originariamente proposta in via riconvenzionale dall’Anglisani;
che, a sostegno della decisione assunta, la corte territoriale ha confermato la sussistenza di tutti i presupposti per l’accoglimento
dell’azione revocatoria originariamente proposto dalla banca attrice, ribadendo, tra l’altro, la natura sostanzialmente gratuita dell’atto impugnato, ed escludendo che quest’ultimo costituisse la mera ricognizione
della rinnovazione tacita di un precedente contratto di affitto: e ciò,
tanto in relazione all’art. 4 della legge n. 203/82 (attesa l’assenza dei

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fitto di un terreno sul quale la Bnl s.p.a. aveva precedentemente

requisiti soggettivi di coltivatore diretto da parte dell’Anglisani, e quelli
oggettivi dell’integrale sovrapponibilità del contenuto contrattuale),
quanto in relazione alla pretesa applicazione dell’art. 1597 c.c. (per cui
il contratto deve ritenersi rinnovato ove il conduttore persista nella detenzione della cosa in epoca successiva alla scadenza del contratto,

stivamente individuato tale norma (e i relativi presupposti di fatto, peraltro non comprovati) a fondamento della rivendicata rinnovazione
contrattuale;
che, sotto altro profilo, la corte d’appello, ribadita l’insussistenza
dei presupposti per l’accertamento della simulazione (assoluta o, in subordine, relativa) del contratto d’affitto impugnato, ha rilevato l’inammissibilità dell’azione di arricchimento avanzata dall’Anglisani, difettando, nella specie, il requisito della sussidiarietà di cui all’art. 2042
C.0

,
che, avverso la sentenza d’appello, Umberto AngJsani propone ri-

corso per cassazione sulla base di sette motivi d’impugnazione;
che la Business Partner Italia società consortile per azioni (BPI
s.c.p.a.) (avente causa della Bnl s.p.a.) resiste con controricorso, proponendo, a sua volta ricorso, incidentale sulla base di due motivi di
censura;
considerato che, con il primo motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 112, 113, 156 e
161 c.p.c. (in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c.), nonché per vizio di
motivazione in relazione a un punto decisivo della controversia (con
riguardo all’art. 360 n. 5 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente affermato l’omessa tempestiva proposizione, da parte dell’Anglisani, della domanda di accertamento della natura dell’atto impugnato quale scrittura meramente ricognitiva della rinnovazione, anche
ai sensi dell’art. 1597 c.c., di un precedente contratto d’affitto;
che il motivo è inammissibile;

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senza opposizione del concedente), non avendo l’Anglisani mai tempe-

che dev’essere preliminarmente rilevata l’inconferenza del richiamo, operato del ricorrente, al vizio di omesso esame prospettato
ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., avendo la corte territoriale espressamente preso in considerazione il punto relativo alla prospettata tempestività della proposizione della domanda di accertamento della rin-

done il ricorso sulla base di una analitica e puntuale ricognizione del
contenuto degli atti del processo;
che, quanto al profilo relativo al preteso vizio di omessa pronuncia
ai sensi dell’art. 112 c.p.c., osserva il Collegio come, attraverso la censura in esame, l’odierno ricorrente, lungi dal censurare l’effettività della
sottrazione della corte territoriale al dovere di pronunciarsi sulla domanda proposta, sollecita inammissibilmente la Corte di cassazione a
procedere a una rilettura interpretativa degli atti del processo (e, in
particolare, degli atti introduttivi dell’Anglisani asseritamente contenenti la domanda di accertamento della rinnovazione del contratto di
affitto ai sensi dell’art. 1597 c.c.), essendosi lo stesso sottratto all’essenziale onere di allegazione nella loro interezza degli atti richiamati,
viceversa limitandosi a riportarne taluni singoli brani, di per sé inidonei
a consentire a questo Collegio di procedere a una effettiva e compiuta
verifica della fondatezza della censura avanzata;
che, con il secondo motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 4 della legge n. 203/82,
1597 c.c., 1, co. 1, del d. Igs. n. 99/2004, 2 della legge n. 228/2001,
2193, 2697, 2727, 2729 c.c., 115 c.p.c., 183 c.p.c. (in relazione all’art.
360 n. 3 c.p.c.), nonché per vizio di motivazione su un punto decisivo
della controversia (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.), per avere la
corte territoriale erroneamente affermato la mancata dimostrazione,
da parte dell’Anglisani, della propria qualità di coltivatore diretto o di
imprenditore agricolo, in contrasto con il contenuto degli elementi probatori analiticamente richiamati in ricorso;

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novazione del contratto d’affitto, ai sensi dell’art. 1597 c.c., escluden-

che, con il terzo motivo, il ricorrente principale censura la sentenza
impugnata per violazione dell’art. 2901 c.c. (in relazione all’art. 360 n.
3 c.p.c.), nonché per vizio di motivazione su un punto decisivo della
controversia (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.), per avere la corte
territoriale erroneamente ritenuto sussistenti tutti i presupposti sog-

revocatoria, sulla base di una errata ricostruzione e interpretazione degli elementi di prova acquisiti al giudizio;
che, con il quarto motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1571 e 2901 c.c. in relazione
all’art. 360 n. 3 c.p.c.), nonché per vizio di motivazione su un punto
decisivo della controversia (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.), per
avere la corte territoriale erroneamente affermato la lesività dell’atto
impugnato in relazione agli interessi del creditore, non avendo, il compimento di tale atto, provocato alcun mutamento rilevante del patrimonio del debitore, nonché per aver erroneamente valutato le caratteristiche del bene concesso in godimento, anche in relazione alla qualificazione, essa stessa erronea, della sostanziale gratuità dell’atto impugnato, del tutto trascurando il significato patrimoniale delle migliorie
apportate dallo stesso ricorrente;
che tutti e tre i motivi (secondo, terzo e quarto) – congiuntamente
esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte
– sono inammissibili, sotto entrambi profili di cui all’art. 360 n. 3 e n.
5 c.p.c.;
che, al riguardo, è appena il caso di evidenziare come, attraverso
le censure indicate (sotto entrambi i profili di cui all’art. 360, nn. 3 e
5, c.p.c.), il ricorrente si sia sostanzialmente spinto a sollecitare la
corte di legittimità a procedere a una rilettura nel merito degli elementi
di prova acquisiti nel corso del processo, in contrasto con i limiti del
giudizio di cassazione e con gli stessi limiti previsti dall’art. 360 n. 5
c.p.c. (nuovo testo) sul piano dei vizi rilevanti della motivazione;

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gettivi e oggettivi indispensabili ai fini dell’accoglimento della domanda

che, in particolare, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente risulta aver prospettato le proprie doglianze attraverso la denuncia di un’errata ricognizione della fattispecie concreta, e non già della
fattispecie astratta prevista dalle norme di legge richiamate (operazione come tale estranea al paradigma del vizio di cui all’art. 360, n.

rente, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il
profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sé incontroverso, insistendo propriamente l’Anglisani nella prospettazione di una
diversa ricostruzione dei fatti di causa (quanto alla propria condizione
di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo; quanto alla insussistenza di tutti i presupposti soggettivi e oggettivi indispensabili ai fini
dell’accoglimento della domanda revocatoria; quanto alla non lesività
dell’atto impugnato, alle caratteristiche del bene affittato e ai fatti conducenti alla qualificazione della natura sostanzialmente gratuita dell’affitto), rispetto a quanto operato dal giudice a quo;
che, con riguardo al preteso vizio di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c., è
appena il caso di sottolineare come lo stesso possa ritenersi denunciabile per cassazione, unicamente là dove attenga all’omesso esame di
un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo
della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di
discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se
esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia);
che, sul punto, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366,
co. 1, n. 6, e 369, co. 2, n. 4, c.p.c., il ricorrente deve indicare il fatto
storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale,
da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato
oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo
restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per
sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico,

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3, c.p.c.), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica del ricor-

rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze
probatorie (cfr. per tutte, Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014,
Rv. 629831);
che, pertanto, dovendo dunque ritenersi definitivamente confer-

richiamare la corte di legittimità al riesame del merito della causa, le
odierne doglianza del ricorrente devono ritenersi inammissibili, siccome dirette a censurare, non già l’omissione rilevante ai fini dell’art.
360 n. 5 cit., bensì la congruità del complessivo risultato della valutazione operata nella sentenza impugnata con riguardo all’intero materiale probatorio, che, viceversa, il giudice a quo risulta aver elaborato
in modo completo ed esauriente, sulla scorta di un discorso giustificativo dotato di adeguata coerenza logica e linearità argomentativa,
senza incorrere in alcuno dei gravi vizi d’indole logico-giuridica unicamente rilevanti in questa sede;
che, con il quinto motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2038, 2041 e 2042 c.c. (in
relazione all’art. 360 n 3 c.p.c.), nonché per vizio di motivazione su un
punto decisivo della controversia (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.),
per avere la corte territoriale erroneamente escluso il requisito della
sussidiarietà dell’azione di arricchimento proposta dall’Anglisani, senza
tener conto dei principi ricavabili da una lettura integrata dell’art. 2041
c.c. e dell’art. 2038 c.c. ai fini della disciplina dell’arricchimento indiretto;
che il motivo è manifestamente infondato;
che, sul punto, osserva il collegio come la corte territoriale abbia
correttamente escluso il ricorso del requisito della sussidiarietà
dell’azione di arricchimento esercitata dall’Anglisani (imposto dal dettato dell’art. 2042 c.c., ai sensi del quale l’azione di arricchimento non
è proponibile quando il danneggiato può esercitare un’altra azione per

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mato il principio, già del tutto consolidato, secondo cui non è consentito

farsi indennizzare del pregiudizio subito), indicando in modo espresso
l’azione che, sulla base dei presupposti dedotti dal ricorrente principale,
questi avrebbe potuto (e dovuto) esercitare al fine di conseguire il ristoro per i miglioramenti arrecati al fondo di proprietà della società
debitrice, specificamente individuandola nell’azione di cui all’art. 17

all’affittuario per il miglioramento fondiario apportato al bene concesso
in godimento;
che, peraltro, del tutto correttamente il giudice a quo ha escluso il
ricorso dei presupposti per l’applicazione del principio statuito dalla giurisprudenza di questa Corte (ai sensi del quale, avendo l’azione di ingiustificato arricchimento uno scopo di equità, il suo esercizio deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto nei soli casi in cui lo
stesso sia stato realizzato dalla P.A., in conseguenza della prestazione
resa dall’impoverito ad un ente pubblico, ovvero sia stato conseguito
dal terzo a titolo gratuito: cfr. Sez. 1, Sentenza n. 11835 del
05/08/2003, Rv. 565678 – 01), avendo correttamente ed espressamente rilevato (accanto alla natura non pubblica del soggetto pretesamente arricchito) la natura non gratuita del vantaggio eventualmente
conseguito dalla banca creditrice (cfr. pag. 20 della sentenza impugnata);
che, con il sesto motivo, il ricorrente principale censura la sentenza
impugnata per violazione degli artt. 115, 244, 420 c.p.c. e 2697 c.c.
(in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), nonché per vizio di motivazione
su un punto decisivo della controversia (in relazione all’art. 360 n. 5
c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente condotto la valutazione e negato l’ammissione delle prove offerte dall’Anglisani a sostegno delle proprie difese;
che il motivo è inammissibile;
che, al riguardo, osserva il collegio come la censura illustrata dal
ricorrente non contenga alcuna denuncia del paradigma dell’art. 2697

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della legge n. 203/82 che disciplina il regime delle indennità spettanti

c.c. e di quello degli artt. 115, 244 e 420 c.p.c., limitandosi a denunciare unicamente una pretesa erronea valutazione di risultanze probatorie;
che, sul punto, varrà rimarcare il principio di fatto proprio dalle
Sezioni Unite di questa corte di legittimità, ai sensi del quale la viola-

regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè
attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era
onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate
sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre per dedurre la
violazione del paradigma dell’art. 115 è necessario denunciare che il
giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte
dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione
della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere
giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma,
cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti
e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio
(fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il
giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo
tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a
caso è rubricato alla “valutazione delle prove” (Cass. n. 11892 del
2016) (cfr. Sez. U, Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, in motivazione);
che, nella specie, il ricorrente, lungi dal denunciare il mancato rispetto, da parte del giudice a quo, del principio di cui all’art. 115 c.p.c.,

ovvero lungi dall’evidenziare l’omesso esame, da parte del giudice a

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zione dell’art. 2697 c.c. si configura se il giudice di merito applica la

quo, di uno specifico fatto decisivo idoneo a disarticolare, in termini
determinanti, l’esito della scelta decisoria adottata o un vizio costituzionalmente rilevante della motivazione (entro lo schema di cui all’art.
360 n. 5 c.p.c.) – si è limitato a denunciare un (pretescattivo esercizio, da parte della corte territoriale, del potere di apprezzamento del

diversa lettura nel merito dei fatti di causa, in coerenza ai tratti di
un’operazione critica del tutto inammissibile in questa sede di legittimità;
che, con riguardo alla denunciata erroneità in cui sarebbe incorsa
la corte territoriale nel negare l’ammissione delle prove offerte dall’Anglisani a sostegno delle proprie difese, osserva il Collegio come del
tutto correttamente il giudice a quo abbia escluso detta ammissione,
ritenendo, da un lato, abbandonata la relativa istanza (avendo l’interessato, dopo il rigetto delle richieste istruttorie operato dal giudice di
primo grado, omesso di riproporle in sede di precisazione delle conclusioni) e, dall’altro, comunque ininfluente la relativa ammissione, per le
ragioni concrete specificamente indicate in motivazione (cfr. pagg. 2223 della sentenza impugnata);
che, con il settimo motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. (in relazione
all’art. 360 n. 3 c.p.c.), nonché per vizio di motivazione su un punto
decisivo della controversia (in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.), per
avere la corte territoriale erroneamente condannato l’appellante principale al rimborso, in favore di controparte, delle spese del giudizio,
senza tener conto della reciprocità della soccombenza delle parti;
che il motivo è infondato;
che, al riguardo, nel pronunciare sul punto concernente la regolazione delle spese del giudizio, la corte territoriale si è correttamente
allineata al consolidato principio, affermato nella giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale, in tema di condanna alle spese processuali,

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fatto sulla base delle prove selezionate, spingendosi a prospettare una

il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte
interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una
minima quota, al pagamento delle spese stesse, e il suddetto criterio
non può essere frazionato secondo l’esito delle varie fasi del giudizio,
dovendo essere riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza

bente, abbia conseguito un esito a lei favorevole;
che, ciò posto, con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti
violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste
a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale
sindacato, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la
valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese
di lite; e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di
concorso con altri giusti motivi (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 406 del
11/01/2008, Rv. 601214) delle altre cause legittimanti;
che, con il primo e il secondo motivo del ricorso incidentale, la BPI
s.c.p.a. censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1415,
1417 e 2727 c.c. (in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), nonché per
omesso esame di fatti decisivi controversi (in relazione all’art. 360 n.
5 c.p.c.), per avere la corte territoriale erroneamente escluso la sussistenza dei presupposti per l’accertamento della simulazione assoluta o
quantomeno relativa del contratto impugnato, tenuto conto della valenza intrinsecamente significativa del complesso di elementi presuntivi acquisiti al giudizio, nella specie illogicamente considerati o del
tutto trascurati nella motivazione della sentenza impugnata;
che i due motivi sono inammissibili sotto entrambi i profili dedotti
ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.;
che, sotto il profilo della violazione di legge, osserva il collegio
come, nel riproporre una diversa considerazione dei fatti così come ricostruiti e interpretati dalla corte territoriale, l’odierna ricorrente abbia

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che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte, poi soccom-

trascurato di procedere alla necessaria deduzione dell’errata ricognizione, ad opera del giudice a quo, delle fattispecie normative astratte
dalla stessa richiamate, nonché a un’adeguata specificazione dell’eventuale erronea sussunzione di fatti incontroversi nello spettro di applicazione delle norme invocate, avendo la BPI s.c.p.a. propriamente ri-

spetto a quanto operato, nella sentenza impugnata, sulla base di una
coerente e lineare interpretazione dei fatti di causa;
che si tratta, dunque, di un’impostazione critica del tutto estranea
al paradigma della violazione o della falsa applicazione di legge di cui
all’art. 360 n. 3 c.p.c., in questa sede, pertanto, inammissibilmente
richiamata dalla società ricorrente;
che, con riguardo al denunciato omesso esame dei fatti controversi
richiamati nel secondo motivo di censura, osserva il Collegio come la
ricorrente abbia trascurato di articolare in modo analitico, tanto le specifiche occorrenze concrete delle omissioni denunciate, quanto i profili
di decisività dei fatti dedotti, non emergendo, in modo incontroverso e
inequivocabile, il disegno del differente esito della risoluzione della controversia che sarebbe emerso con certezza là dove la corte territoriale
avesse tenuto conto in modo specifico e analitico dei fatti richiamati;
che, da questo punto di vista, si tratta, dunque, della mera invocazione, da parte della ricorrente (non già dell’omesso esame, ad opera
del giudice d’appello, di fatti decisivi già controversi tra le parti,
bensì) di una rilettura nel merito degli elementi istruttori e dei fatti
emersi nel corso del processo, riproposti in una diversa prospettiva interpretativa, essendosi la BPI limitata a criticare (inammissibilmente) le valutazioni di fatto espresse dalla corte territoriale in ordine
al carattere asseritamente simulato dell’atto impugnato;
che, sulla base delle considerazioni sin qui richiamate, rilevata la
complessiva infondatezza dei motivi del ricorso principale e l’inammis-

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vendicato una diversa lettura e configurazione dei fatti controversi ri-

sibilità di quelli proposti con il ricorso incidentale, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso principale e l’inammissibilità del ricorso incidentale;
che la reciprocità della soccombenza vale a giustificare l’integrale
compensazione tra le parti delle spese del presente giudizio di legitti-

P.Q.M.
Rigetta il ricorso principale.
Dichiara inammissibile il ricorso incidentale.
Dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione
Civile della Corte Suprema di Cassazione del 5/10/2017.

mità;

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