Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2965 del 07/02/2020

Cassazione civile sez. I, 07/02/2020, (ud. 14/11/2019, dep. 07/02/2020), n.2965

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25567/2018 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in Roma Via Germanico 172,

presso lo studio dell’avvocato Pier Luigi Panici, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Lombardi Baiardini Anna;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 128/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 26/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/11/2019 dal Cons. Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

Fatto

RITENUTO

che:

1. B.A., cittadino del Gambia, ricorre, affidandosi a due motivi, per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Perugia che aveva respinto l’impugnazione proposta avverso l’ordinanza del Tribunale con la quale era stata rigettata l’impugnazione del provvedimento della Commissione territoriale di Firenze, sezione Perugia che aveva negato la protezione internazionale da lui domandata, declinata in via gradata nelle fattispecie di “stato di rifugiato”, “protezione sussidiaria” e “protezione umanitaria”.

1.1. Per ciò che interessa in questa sede, il ricorrente ha dedotto, in sede amministrativa, di essere fuggito dal proprio paese per paura di essere incarcerato per i debiti derivanti dalla pregressa morosità, relativa all’utenza di energia elettrica di magazzino per la vendita a dettaglio di vestiti che aveva acquistato e sul quale i funzionari dell’ente erogatore avevano effettuato un controllo, riscontrando oltre al mancato pagamento delle bollette, anche la manomissione del contatore: ha riferito, altresì, che la morosità era maturata prima dell’acquisto ma che il suo dante causa – che lo avrebbe dovuto garantire – si era allontanato dal paese esponendolo al rischio di essere incarcerato per il debito, vista la legislazione ivi vigente.

2. Il Ministero intimato non si è difeso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,3,4,5,6,7,8 e 14 (in particolare alla lett. C), ed al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 25, nonchè agli artt. 2, 3, 4, 5, 9 CEDU.

1.1. Deduce, in relazione al mancato riconoscimento della protezione sussidiaria sul quale è incentrata la prima censura, che la Corte territoriale aveva omesso di considerare la complessiva situazione del paese di provenienza, caratterizzato da sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie; nè era stato dato conto di accertamenti sulla normativa penale relativa alla incarcerazione per debiti che era stata apoditticamente esclusa. Lamenta inoltre che non era stato tenuto conto del pericolo di danno grave per la incolumità personale che doveva giustificare le forme di protezione invocate.

1.2. Deduce, in sostanza, da una parte che non era stato attivato il potere officioso di cooperazione istruttoria in quanto le statuizioni che escludevano la situazione di pericolo (pag. 3 sentenza) ed i presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, non erano state fondate sulle C.O.I. (Country Origin Information) ma sulla apodittica negazione del pericolo, riferita alla “notorietà” della condizione del paese, senza alcun riferimento a fonti informative qualificate; e, dall’altra, che non era stato tenuto conto della sua

situazione individuale visto che egli, analfabeta, si era pienamente integrato in Italia attraverso un lavoro stabile: al riguardo si duole della totale assenza di una valutazione comparativa della Corte fra la sua condizione attuale ed il contesto socio-politico del paese di origine.

2. Con il secondo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 14, D.Lgs. n. 25 del 2008 e del D.Lgs.n. 286 del 1998.

2.1. Lamenta, in relazione al mancato riconoscimento della “protezione umanitaria”, che il diniego era privo di motivazione sulla assenza di vulnerabilità, solo negata sulla scorta della mera affermazione secondo cui egli “non aveva mai parlato di vicende particolarmente drammatiche” (cfr. pag. 4 della sentenza impugnata).

3. I motivi, in parte sovrapponibili, possono essere congiuntamente esaminati in quanto sono intrinsecamente collegati dai rilievi, di portata generale, che investono il mancato adempimento del dovere di cooperazione istruttoria del giudice di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e l’apparenza della motivazione resa.

3.1. Entrambe le censure sono fondate.

3.2. Si osserva, infatti, che la Corte territoriale ha incentrato il diniego delle due forme di protezione oggetto di censura affermando, da una parte – senza neanche mettere in discussione la credibilità del ricorrente – che “il Gambia non è attualmente interessato da conflitti o situazioni di violenza generalizzata che potrebbero determinare una situazione di rischio per il B. nel caso di suo rientro nel paese di origine” (cfr. pag. 3 della sentenza impugnata) con ciò decidendo in totale assenza di riferimenti alle COI aggiornate del paese di provenienza del richiedente asilo; e, dall’altra, escludendo la sussistenza dei presupposti della c.d. protezione umanitaria sulla mera asserzione che il B. “non aveva narrato vicende particolarmente drammatiche”, con ciò omettendo del tutto sia di formulare il giudizio di comparazione postulato dalla ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr. da ultimo Cass. SSUU 29460/2019) sia di tenere conto della situazione del paese di provenienza in relazione al rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Entrambi i motivi devono essere ricondotti nell’alveo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, concernente le ipotesi di nullità della sentenza, fra le quali devono essere ricomprese quelle riferibili ad una motivazione inesistente, resa, cioè, attraverso una mera apparenza argomentativa.

3.3. In relazione alla prima censura è stato affermato il principio, condiviso da questo Collegio, secondo cui “nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicchè il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, potendo incorrere in tale ipotesi, la pronuncia, ove impugnata, nel vizio di motivazione apparente” (cfr. ex multis Cass. 13897/2019; Cass. 14283/2019; Cass. 29056/2019): tale statuizione, del resto, trova origine nel generale potere di riqualificazione dei motivi proposti i visto che è stato condivisibilmente affermato che “ai fini dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, non costituisce condizione necessaria la corretta menzione dell’ipotesi appropriata, tra quelle in cui è consentito adire il giudice di legittimità, purchè si faccia valere un vizio della decisione astrattamente idoneo a inficiare la pronuncia; ne consegue che è ammissibile il ricorso per cassazione che lamenti la violazione di una norma processuale, ancorchè la censura sia prospettata sotto il profilo della violazione di norma sostanziale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, anzichè sotto il profilo dell'”error in procedendo”, di cui del citato art. 360, n. 4″ (al riguardo, cfr. Cass. SUU 17931/2013; Cass. 4036/2014; Cass. 26310/2017).

3.4. In relazione, poi, alla seconda censura, è necessario precisare – visto che nelle more fra la data di deposito del ricorso e quella della decisione è entrata in vigore la L. n. 132 del 2018, di conversione del DL 113/2018 che ha introdotto l’istituto della protezione speciale, rispondente a presupposti più circoscritti rispetto a quelli previsti per il permesso di soggiorno per motivi umanitari – che tale normativa è stata oggetto di reiterati interventi della giurisprudenza di legittimità, sollecitati dalle modifiche introdotte, culminati con la decisione delle sezioni unite di questa Corte (cfr. Cass. SSUU 29460/2019) investite delle questioni di particolare importanza, concernenti la possibile applicazione retroattiva delle nuove disposizioni ed i presupposti che devono ricorrere in relazione all’istituto previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

3.5. Con tale pronuncia, per ciò che qui interessa, è stata affermata l’irretroattività delle nuove disposizioni portate dalla L. n. 132 del 2018, in adesione all’orientamento maggioritario affermatosi nella giurisprudenza di questa Corte (cfr., in particolare, in Cass. 4890/2019) secondo la quale l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari non si applica alle domande di riconoscimento proposte dinanzi alla commissione territoriale competente prima dell’entrata in vigore della nuova legge (5 ottobre 2018), continuando in queste ipotesi a doversi adottare il paradigma normativo contenuto nel D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ovvero nella norma che contiene una clausola generale concernente la sussistenza di “seri motivi di carattere umanitario”, da valorizzare in funzione degli obblighi costituzionali ed internazionali assunti dallo Stato Italiano.

3.6. E’ stato, al riguardo, affermato che:

a. la legge abrogata non è del tutto priva di efficacia, trovando applicazione per i fatti che si siano verificati anteriormente all’abrogazione;

b. il principio d’irretroattività è volto a tutelare diritti e non fatti. Il divieto di retroattività, di conseguenza, garantisce l’immutabilità della rilevanza giuridica di fatti che già si siano compiutamente verificati o di fattispecie non ancora esaurite;

c. il diritto al riconoscimento di una misura di protezione umanitaria, appartenendo al catalogo dei diritti umani, preesiste al suo accertamento che ha natura esclusivamente dichiarativa: il procedimento a ciò preposto, di conseguenza, non incide sull’insorgenza del diritto che va temporalmente collocato al momento in cui si verifica la situazione di vulnerabilità sussumibile nella fattispecie allora vigente. E’ irrilevante che esso non comporti il riconoscimento di uno status, ma una protezione temporanea come quella apprestata nelle varie forme dalla normativa vigente, essendo espressione del diritto di asilo costituzionale, costruito come diritto della personalità, posto a presidio di quelli fondamentali della persona;

d. benchè il diritto di asilo si configuri quando il richiedente faccia ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità che mettano a repentaglio l’esercizio dei propri diritti fondamentali, è la data di presentazione della domanda in sede amministrativa che identifica ed attrae il regime normativo della protezione per ragioni umanitarie da applicare, in quanto è con essa che il titolare del diritto esprime il bisogno di tutela e l’intendimento di avvalersene;

e. a ciò consegue, tuttavia, che sia nel caso in cui alla data di entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, la Commissione Territoriale abbia già ritenuto la sussistenza dei gravi motivi di carattere umanitario (come stabilito dal D.Lgs. n. 113 del 2018, art. 1, comma 9) sia in quello in cui l’accertamento sia comunque in itinere, il titolo di soggiorno dovrà rispondere alle modalità previste dal D.L. n. 113 del 2018, art. 1, comma 9.

3.7. E’ stato altresì precisato che la natura dichiarativa dell’accertamento non è indebolita dalla necessità, prevista dalla legge, che la valutazione avvenga sulla base d’informazioni aggiornate, essendo questa caratteristica un’espressione non della natura costitutiva dell’accertamento ma dell’estensione dei poteri istruttori del giudice e della peculiarità del regime probatorio che presidia proprio il rango e l’inviolabilità dei diritti in gioco; ed è stato confermato, in ordine ai presupposti dell’istituto in esame, l’orientamento nettamente prevalente della giurisprudenza di legittimità, portato da Cass. 4455/2018, secondo il quale, in materia di protezione umanitaria, il profilo dell’integrazione non può essere trascurato e non deve essere esaminato isolatamente, ma attraverso una valutazione comparativa della situazione di effettiva compromissione dei diritti umani fondamentali nel paese di origine; ed è stato sottolineato sia che la tutela di essi deve essere “orizzontale”, sia che la norma elastica contenuta nel D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, è lo strumento più adeguato a promuoverne l’evoluzione.

4. Tanto premesso, si osserva, in relazione al secondo motivo -riqualificato anch’esso in ragione delle argomentazioni in precedenza sviluppate (cfr supra cpv 3.3.) – che manca del tutto, nella motivazione impugnata, la valutazione comparativa tra la odierna situazione del ricorrente e la possibile compressione del nucleo dei suoi diritti fondamentali, in caso di rimpatrio nel Gambia.

4.1. Non è inutile ricordare, infatti, che secondo la giurisprudenza di questa Corte sopra richiamata, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in favore del cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza.

4.2. E’ stato definitivamente chiarito, quanto ai presupposti necessari per ottenere la protezione umanitaria, che:

1) non si può trascurare la necessità di collegare la norma che la prevede ai diritti fondamentali che l’alimentano.

2) gli interessi protetti non possono restare ingabbiati in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali, sicchè l’apertura e la residualità della tutela non consentono tipizzazioni (ex multis, Cass. 15 maggio 2019, nn. 13079 e 13096).

3) le relative basi normative sono, allora “a compasso largo”: l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell’art. 8 della Cedu, promuove l’evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria “a clausola generale di sistema”, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l’attuazione.

4) è stato, pertanto, condiviso l’orientamento di questa Corte (inaugurato da Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, e seguito, tra le altre, da Cass. 19 aprile 2019, n. 11110 e da Cass. n. 12082/19 nonchè, conclusivamente, da Cass. SU 29460/2019) che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa, ex art. 8 CEDU, tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente asilo nel Paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale.

5. La sentenza impugnata, pertanto, deve essere cassata nel senso di cui in motivazione, precisandosi che l’esame delle forme di protezione invocate, oggetto di censura dovrà avvenire in via gradata, sulla base dei principi di diritto sopra evidenziati.

6. La controversia deve pertanto essere rinviata alla Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione per il suo riesame ed anche per la decisione in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il ricorso nel senso di cui in motivazione; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione per il riesame della controversia e per la decisione in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2020

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