Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29629 del 28/12/2020

Cassazione civile sez. II, 28/12/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 28/12/2020), n.29629

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20780-2019 proposto da:

E.H., elettivamente domiciliato in VIA STELLA N. 19 –

VERONA – presso l’avv. PAOLO TACCHI VENTURI che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO IN PERSONA DEL MINISTRO PROTEMPORE,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l1

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositati il

07/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/06/2020 dal Consigliere Dott. DE MARZO GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto depositato il 7 giugno 2019 il Tribunale di Venezia ha rigettato l’opposizione proposta, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, nell’interesse di E.H., cittadino nigeriano dell’Edo State.

2. Per quanto ancora rileva, il Tribunale ha osservato: a) che la vicenda narrata dal richiedente (fuga a causa della denuncia del padre di una ragazza alla quale aveva fatto ripetizioni, il quale lo aveva accusato di violenza sessuale, laddove il richiedente aveva riferito di essere stato obbligato ad avere rapporti sessuali con la ragazza, che si era fatta trovare nuda in stanza con delle riviste e cassette pornografiche) era del tutto inverosimile; b) che il timbro apposto sulla denuncia non era quello della Nigeria e che il documento risultava redatto in una “lingua più che colloquiale/approssimativa”; e) che il richiedente non aveva dedotto di poter subire un danno grave, ai sensi delle del D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. a) e b); d) che l’Edo State, area di provenienza del richiedente, non risultava coinvolto negli incidenti riferiti dalle fonti menzionate nel decreto; d) che non ricorrevano particolari situazioni di vulnerabilità del richiedente, il quale non aveva allegato documentazione idonea a dimostrare una integrazione in Italia e conservava in Nigeria il padre e i fratelli.

3. Avverso tale decreto, nell’interesse del soccombente, è stato proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. Il Ministero dell’Interno ha depositato mero atto di costituzione al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione agli del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al D.P.R. n. 394 del 1999, artt. 11 e 29, al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 – bis.

Si osserva: a) che la protezione umanitaria configura una fattispecie autonoma e distinta rispetto alle altre forma di protezione internazionale, con la conseguente irrilevanza della ritenuta inattendibilità delle dichiarazioni rese; b) che l’affermazione secondo la quale non sarebbero state allegate circostanze dalle quali desumere la situazione di vulnerabilità del ricorrente aveva rappresentato un modo per non entrare nel merito della sua posizione; e) che non erano stati valorizzati gli attestati dei corsi di lingua italiana e le attività di volontariato cui il richiedente aveva fatto riferimento all’udienza del 10 luglio 2018; d) che non erano stati valutati l’età, le condizioni personali, il viaggio e la condizione del Paese di origine, nel quale il richiedente era ormai privo di una rete parentale o amicale; e) che la zona di origine era caratterizzata da larga compromissione dei diritti umani. La doglianza è inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, come interpretato da Cass., Sez. Un., n. 7155 del 2017, a mente della quale lo scrutinio ex art. 360-bis, n. 1 cit, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”.

Invero, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (cfr. Cass., Sez. Un., n. 29459 del 2019; Cass. n. 4455 del 2018).

Al di là delle ipotesi di tale privazione, il diritto di cui si tratta non può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al Paese di provenienza, atteso che il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU, può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento d’interessi pubblici contrapposti quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione (v. Cass. n. 17072 del 2018).

Nè è ipotizzabile un obbligo dello Stato italiano di garantire allo straniero “parametri di benessere”, o quello di impedire, in caso di ritorno in patria, il sorgere di situazioni di ” estrema difficoltà economica e sociale”, in assenza di qualsivoglia effettiva condizione di vulnerabilità che prescinda dal risvolto prettamente economico (v. Cass. n. 3681 del 2019).

La giurisprudenza di legittimità ha specificato che la protezione umanitaria, nel regime vigente ratione temporis, tutela situazioni di vulnerabilità da riferirsi ai presupposti di legge ed in conformità ad idonee allegazioni da parte del richiedente (Cass. n. 3681 del 2019).

Ora, nel caso di specie, il Tribunale ha sottolineato che l’assenza di specifiche situazioni di vulnerabilità del richiedente, la presenza in Nigeria del padre e dei fratelli, l’assenza di una reale integrazione (certo non sostenuta dagli attestati dei corsi di lingua e dalle attività di volontariato) erano tutti profili convergenti verso la conclusione raggiunta.

2. Con il secondo motivo, si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, lamentando che la valutazione di non credibilità del ricorrente non era stata ancorata ai criteri valutativi indicati dall’art. 3, comma 5 cit, sottovalutando la coerenza della narrazione e l’estrema corruzione della polizia nigeriana. In altre parole, il linguaggio impiegato nella denuncia non era elemento sufficiente ad inficiare il documento. Conclude, infine, il ricorso che “il timbro è autentico”.

La doglianza è inammissibile, dal momento che la valutazione di inverosimiglianza del racconto del richiedente riposa, come si è sopra rilevato, su una intrinseca implausibilità delle stesse, alla luce del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. e).

Ora, questa Corte ha chiarito che, in linea generale, è inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (Cass., Sez. Un., n. 34476 del 2019). D’altra parte, non si comprende, nelle critiche del ricorrente, che nesso abbia la denunciata corruzione della polizia con la lingua “più che colloquiale approssimativa” della denuncia. Del tutto assertiva è poi la ribadita autenticità del timbro apposto sulla stessa.

3. Con il terzo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, commi 10 ed 11, art. 50 bis c.p.c., dell’art. 16 della direttiva UE’ 32/2013, per essere l’esame del richiedente stato delegato ad un giudice onorario non facente parte del collegio giudicante.

La doglianza è infondata.

Questa Corte ha condivisibilmente già rilevato che, in materia di protezione internazionale, non è affetto da nullità il procedimento nel cui ambito il giudice onorario di tribunale abbia proceduto all’audizione del richiedente, rimettendo poi la causa per la decisione al collegio della sezione specializzata in materia di immigrazione, poichè il D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, recante la riforma organica della magistratura onoraria, consente ai giudici professionali di delegare, anche nei procedimenti collegiali, compiti e attività ai giudici onorari, compresa l’assunzione di testimoni, mentre l’art. 11 del medesimo D.Lgs. esclude l’assegnazione dei fascicoli ai giudici onorari solo per specifiche tipologie di giudizi, tra i quali non rientrano quelli di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, (Cass. n. 4887 del 2020).

4. Con il quarto motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. e), per l’impiego di fonti normative non attuali e non idonee, indicate in modo impreciso e non verificabile, senza considerare altre fonti autorevoli e sicure e trascurando le altre ipotesi rilevanti ai fini della protezione sussidiaria, ossia quelle previste dalle lett. a) e b) del citato art. 14.

Il Tribunale ha escluso, sulla base della consultazione di fonti informative qualificate delle quali ha dato puntualmente conto (e la critica del ricorrente quanto alla imprecisione nell’indicazione è smentita dalla stessa censura di non attualità delle fonti, che dimostra la loro chiara identificazione), che nella regione di provenienza sia presente una situazione di violenza generalizzata. Il giudice di merito ha altresì rilevato che manca l’allegazione di fatti che rendano il ricorrente personalmente esposto al rischio di un danno grave in caso di rimpatrio. A fronte di tali rilievi, il ricorrente si limita a contrapporre alle conclusioni del Tribunale una propria ricostruzione, fondata su diverse informazioni (che non si cura di indicare), sostanzialmente con l’obiettivo di conseguire una rivisitazione delle valutazioni di merito, inibita, invece, a questa Corte. Peraltro, va aggiunto che, in tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (Cass. n. 4037 del 2020).

Quanto poi alla mancata considerazione delle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), ancora in questa sede il ricorrente non specifica quali situazioni di fatto sarebbero state trascurate, rivelando una assoluta assenza di specificità. Al riguardo, va ribadito che, in tema di protezione internazionale, l’attenuazione del principio dispositivo derivante dalla cooperazione istruttoria, cui il giudice del merito è tenuto, non riguarda il versante dell’allegazione, che anzi deve essere adeguatamente circostanziata, ma la prova, con la conseguenza che l’osservanza degli oneri di allegazione si ripercuote sulla verifica della fondatezza della domanda (cfr., tra le altre, Cass. n. 3016 del 2019; n. 27336 del 2018).

5. In conclusione, il ricorso, complessivamente infondato, deve essere rigettato. Nulla per le spese, non avendo il Ministero intimato sostanzialmente svolto attività difensiva.

PQM

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 dicembre 2020

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