Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29617 del 24/12/2020

Cassazione civile sez. I, 24/12/2020, (ud. 29/09/2020, dep. 24/12/2020), n.29617

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8369/2019 proposto da:

O.G., domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione e rappresentato e

difeso dall’avvocato Massimo Ferrante in forza di procura speciale

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di CATANIA, depositato il

24/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/09/2020 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis depositato il 27/3/2018 O.G., cittadino della (OMISSIS), ha adito il Tribunale di Catania – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini UE, impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito di essere nato ad (OMISSIS), nel (OMISSIS); di essere di religione (OMISSIS) e di etnia (OMISSIS); che la famiglia era composta dal padre, deceduto per malattia nel (OMISSIS), dalla madre, da due sorelle e un fratello; di aver lavorato come muratore; che nel luglio del 2012 vi erano stati degli scontri nella comunità locale tra il nuovo “re” Ob.Uc.Ir. e i suoi oppositori; che Ob., salito al potere illegittimamente, rifiutava di abbandonarlo; che vi era stata una massiccia rivolta popolare e Ob. era stato detronizzato; che ciononostante Ob. aveva comunque tentato di ottenere il sostegno del governo; che nel (OMISSIS) in seguito a un incendio doloso erano alcune persone ed era stato rapito un bambino con il coinvolgimento del re; che per tali motivi Ob. era stato arrestato e poi rilasciato; che per il timore di essere ucciso, come altri che si erano opposti alla volontà del re, aveva deciso di rifugiarsi a casa dello zio a (OMISSIS) e poi di lasciare la (OMISSIS).

Con decreto del 24/1/2019 il Tribunale ha respinto il ricorso, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

2. Avverso il predetto decreto del 24/1/2019, notificato il 1/2/2019, ha proposto ricorso O.G., con atto notificato il 28/2/2019, svolgendo quattro motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno non si è costituita.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,5,6, e 14 e al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 alla L. 4 agosto 1955, n. 848 e all’art. 3 CEDU.

1.1. Secondo il ricorrente, il Tribunale aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo, omettendo di ottemperare al dovere officioso di approfondimento e intervento istruttorio in ordine alla situazione persecutoria esistente nel Paese di origine.

Il Tribunale si era poi basato su di una ritenuta carente allegazione difensiva e su rapporti relativi alla situazione generale della (OMISSIS) e non allo Stato specifico di provenienza, (OMISSIS).

Il Tribunale aveva infine violato la disciplina della protezione sussidiaria e il principio del non refoulement, non potendosi respingere nessuno verso un Paese ove sarebbe esposto a pericolo di vita o trattamenti inumani o degradanti.

1.2. Le censure così promiscuamente articolate, sono del tutto infondate.

In primo luogo, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del richiedente asilo costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, .Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, o come motivazione apparente, o come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Sez. 1, n. 3340 del 05/02/2019, Rv. 652549 01; Sez. 6 – 1, n. 33096 del 20/12/2018, Rv. 652571 – 01).

In secondo luogo, nella fattispecie il Tribunale non si è espresso sulla credibilità del racconto del sig. O., salvo rilevarne la genericità con il riferimento al tema degli scontri fra le opposte fazioni, ma ha ritenuto che tali scontri fossero assai risalenti (2014), con la conseguenza che il pericolo appariva ormai sfumato; il Tribunale inoltre ha rilevato che comunque lo stesso ricorrente aveva allegato che si erano formati comitati pro e contro il nuovo “re” Ob. ma che egli non ne aveva fatto parte e che ancora lo stesso ricorrente aveva riconosciuto che il conflitto nella sua comunità era cessato, salvo escludere che vi fosse “pace” nella sua comunità, peraltro in modo inspiegato, vago e generico.

La censura appare quindi eccentrica rispetto alla ratio decidendi.

1.3. In punto rischio di esposizione a violenza indiscriminata il ricorrente si limita a una generica contestazione, completamente riversata nel merito, delle valutazioni espresse dal Tribunale, che, basandosi su di un rapporto EASO, ha escluso che il pericolo conseguente agli attacchi terroristici del gruppo (OMISSIS) riguardasse l’area di provenienza del ricorrente, non sita nel Nord Est del Paese.

1.4. La doglianza, espressa con clausola di stile, secondo cui il Tribunale si era basato su di una ritenuta carente allegazione difensiva e su rapporti afferenti alla situazione generale della (OMISSIS) e non allo Stato specifico di provenienza, il (OMISSIS), non trova corrispondenza nel testo del decreto; la prima affermazione non esiste e il rapporto citato riferisce la situazione di violenza ad una zona diversa da quella di provenienza del richiedente asilo.

1.5. Altrettanto non pertinente appare l’invocazione del principio del non refoulement e del divieto di respingimento verso un Paese ove la vita del richiedente sarebbe in pericolo o egli fosse esposto a trattamenti inumani o degradanti, dal momento che a monte il narrato è stato ritenuto privo di valenza dimostrativa di una situazione di concreto e attuale pericolo soggettivo per il ricorrente.

2. Con il secondo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 3 CEDU e L. 4 agosto 1955, al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

2.1. Il Tribunale aveva negato la protezione umanitaria sul presupposto della mancata dimostrazione da parte del richiedente della sua integrazione in Italia senza valutare in modo personalizzato la sua condizione di vulnerabilità e considerando la permanenza in (OMISSIS) di legami affettivi.

2.2. Giova ricordare che secondo la sentenza delle Sezioni Unite del 13/11/2019 n. 29460, che ha avallato l’interpretazione maggioritaria inaugurata da Sez. 1, n. 4890 del 19/02/2019, Rv. 652684 – 01, in tema di successione delle leggi nel tempo in materia di protezione umanitaria, il diritto alla protezione, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta a ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile; ne consegue che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito con L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina contemplata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e dalle altre disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione, ma, in tale ipotesi, l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base delle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno per casi speciali previsto dall’art. 1, comma 9 suddetto D.L.

Inoltre la stessa sentenza n. 24960/2019 delle Sezioni Unite, che in proposito ha aderito al filone giurisprudenziale promosso dalla sentenza della Sez. 1, n. 4455 del 23/02/2018, Rv. 647298 – 01, in tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza.

Secondo il richiamato orientamento giurisprudenziale, i seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi internazionali o costituzionali cui il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, subordina il riconoscimento allo straniero del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur non essendo definiti dal legislatore, sono accumunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili.

La condizione di vulnerabilità può avere ad oggetto anche le condizioni minime per condurre un’esistenza nella quale non sia radicalmente compromessa la possibilità di soddisfare i bisogni ineludibili della vita personale, quali quelli strettamente connessi al proprio sostentamento e al raggiungimento degli standards minimi per un’esistenza dignitosa. Al fine di verificare la sussistenza di tale condizione, non è sufficiente l’allegazione di una esistenza migliore nel Paese di accoglienza, sotto il profilo dell’integrazione sociale, personale o lavorativa, ma è necessaria una valutazione comparativa tra la vita privata e familiare del richiedente in Italia e quella che egli ha vissuto prima della partenza e alla quale si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio.

Nè il livello di integrazione dello straniero in Italia nè il contesto di generale compromissione dei diritti umani nel Paese di provenienza del medesimo integrano, se assunti isolatamente, i seri motivi umanitari alla ricorrenza dei quali lo straniero risulta titolare di un diritto soggettivo al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Da un lato, infatti, il diritto al rispetto della vita privata, sancito dall’art. 8 CEDU, può subire ingerenze da parte dei pubblici poteri per il perseguimento di interessi statuali contrapposti, quali, tra gli altri, l’applicazione e il rispetto delle leggi in materia di immigrazione, in modo particolare nel caso in cui lo straniero non goda di un titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che venga definita la sua domanda di determinazione dello status di protezione internazionale. Dall’altro, il contesto di generale compromissione dei diritti umani nel Paese di provenienza del richiedente deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente stesso, perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la sua situazione particolare, ma quella del suo Paese di origine in termini generali e astratti, in contrasto con il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

Il riconoscimento della protezione umanitaria al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato d’integrazione sociale in Italia, non può pertanto escludere l’esame specifico ed attuale della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine. Tale riconoscimento deve infatti essere fondato su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza (Sez. 1, 23/02/2018, n. 4455).

2.6. Il provvedimento impugnato ha escluso in radice la deduzione di una situazione meritevole di protezione sia perchè il ricorrente conservava la propria famiglia in (OMISSIS), sia perchè non aveva dimostrato la sua integrazione in Italia.

Il ricorso sul punto è del tutto generico, poichè non adduce una situazione di vulnerabilità soggettiva personale e individualizzante, limitandosi a richiamare il tenore della sua richiesta di protezione umanitaria contenuta nel ricorso di merito, assolutamente generica, non contrasta entrambe le affermazioni del Tribunale e non allega in modo specifico una situazione positiva di integrazione socio-lavorativa in Italia.

3. Con il terzo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 132 c.p.c. per omissione della motivazione tale da impedire di comprendere le ragioni della mancata concessione della protezione umanitaria.

La censura è palesemente infondata. Il Tribunale ha indicato con precisione la ragione del diniego ovvero il fatto che il ricorrente “conserva la sua famiglia in (OMISSIS) con cui ha rapporti” e “non ha provato la sua integrazione in Italia”.

4. Con il quarto motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 4, il ricorrente denuncia omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. con riferimento alla mancata concessione della protezione umanitaria.

Il motivo è palesemente infondato: il Tribunale ha pronunciato, rigettandola, anche sulla domanda di protezione sussidiaria, sicchè non vi è stata alcuna omessa pronuncia su di un capo della domanda; per giunta la relativa motivazione è stata anche criticata dall’odierno ricorrente con il 2 e il 3 motivo.

5. Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Nulla sulle spese in difetto di rituale costituzione dell’Amministrazione.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 29 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 dicembre 2020

 

 

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