Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2955 del 07/02/2018


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 2955 Anno 2018
Presidente: MAZZACANE VINCENZO
Relatore: SABATO RAFFAELE

ORDINANZA
sul ricorso 12164-2014 proposto da:
MAZZONI

CARLO,

MAZZONI

LUISA,

elettivamente

domiciliati in ROMA, LUNGOTEVERE DELLA VITTORIA 5,
presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI ARIETA, che li
rappresenta e difende;
– ricorrenti contro

CANCELLARA VINCENZO (n. 1’11.4.1941) e per esso gli
eredi RESTA MARIA CONCETTA, CANCELLARA ROSSELLA,
CANCELLARA DOMENICO (n. a Roma il 7.7.1965),
CANCELLARA GIUSEPPINA RAFFAELLA, nonché CANCELLARA
BENIAMINO e per esso gli eredi TRITTO GINA, CANCELLARA
DOMENICO (n. a Palazzo San Gervasio (PZ) il
26.4.1972),

CANCELLARA EGIDIO,

CANCELLARA COSIMO,

Data pubblicazione: 07/02/2018

CANCELLARA VINCENZO (n. a Palazzo San Gervasio (PZ) il
6.11.1978), CANCELLARA ROSA, domiciliati ex lege in
ROMA, Piazza Cavour, presso la Cancelleria della Corte
di cassazione, rappresentati e difesi dagli avvocati
LEONARDO GOFFREDO ed IRMA CORSI;

nonché contro
RESTA MARIA CONCETTA
– intimata avverso la sentenza n. 301/2013 della CORTE D’APPELLO
di POTENZA, depositata il 29/10/2013;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 12/12/2017 dal Consigliere Dott.
RAFFAELE SABATO;
lette le conclusioni del P.M. in persona del Sostituto
Procuratore Generale LUCIO CAPASSO che ha chiesto
rigetto del ricorso.

– controri correnti –

12.12.2017 n. 8 12164-14

Rilevato che:

1. Con ricorso depositato in data 10/11/1993, Vincenzo Cancellara ha

possesso della striscia di terra adiacente a strada interpoderale
servente il proprio fondo e un fondo di Carlo e Luisa Mazzoni in
Montemilone, contrada Lupara. A seguito di accoglimento in secondo
grado dell’azione possessoria da parte del tribunale di Melfi, questi
ultimi hanno adito questa suprema corte, che con sentenza n. 15478
del 2001 ha rigettato il ricorso.
2. Con successivo atto di citazione, notificato in data 14/03/2003,
Carlo e Luisa Mazzoni hanno chiesto al tribunale di Melfi
l’accertamento della proprietà della suddetta striscia di terreno, con
conseguente condanna alla restituzione della stessa e accertamento
della libertà da servitù. Si sono costituiti in giudizio il convenuto
Vincenzo Cancellara e, con intervento volontario, il comproprietario
Beniamino Cancellara, chiedendo il rigetto delle domande attrici,
nonché, in via riconvenzionale, l’accertamento dell’avvenuta
usucapione del diritto di proprietà sulla medesima parte di terreno e
di servitù di passaggio.
3. Espletata l’istruttoria a mezzo di prova testimoniale e c.t.u., il
‘tribunale di Melfi con sentenza depositata il 16/02/2012 ha accolto le
domande riconvenzionali proposte da Vincenzo Cancellara e
Beniamino Cancellara e ha rigettato le domande attrici di rilascio della
striscia e di accertamento della libertà del fondo.
4. La corte d’appello di Potenza, con sentenza pronunciata ex art. 281
sexies cod. proc. civ. all’udienza del 25/09/2013, ha dichiarato
inammissibile l’appello proposto da Carlo Mazzoni e Luisa Mazzoni,

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chiesto al Pretore di Melfi – sez. distaccata di Venosa – la reintegra nel

sulla resistenza degli eredi rispettivi di Beniamino e Vincenzo
Cancella ra .
5. A sostegno della decisione, la corte d’appello:
– ha esposto il contenuto normativo del novellato art. 342 cod. proc.
civ. richiedente la motivazione dell’appello (pp. 3 -7 della sentenza);
ha rilevato come l’atto di impugnazione non contenesse

l’esposizione del percorso argomentativo seguito dal tribunale, che la
corte stessa dunque riepilogava (pp. 7 e 8 della sentenza)

ha considerato come in particolare l’atto di appello non

considerasse, salvo che in una citazione alla p. 13 dello stesso, priva
della indicazione del contenuto, il rogito del 12/10/1952 «in quanto
posto a fondamento della decisione di primo grado» (p. 9);
– ha considerato, ancora, come in particolare l’atto di appello non
considerasse in alcun modo il passaggio della sentenza del tribunale
«che poggia sulle conclusioni cui è giunto il c.t.u.» (p. 9), pervenuto
«ad analoga conclusione» rispetto all’esame «degli atti e della
situazione di fatto esistente» (p. 8);
– ha comunque esaminato «solo per completezza» le censure relative
all’«errore di interpretazione dell’atto del 1929 … [e anerrore di
interpretazione dell’atto di acquisto degli odierni appellati del
19.1.1930″, dichiarando «sicuramente infondata» la seconda censura,
posto che gli stessi appellanti riconoscevano il confine dell’altrui fondo
«in attacco» con la propria strada e posto che il rogito del
02/07/1929 specificava il confine con la “passata” (pp. 9 e 10); – ha ritenuto del pari inammissibile l’appello in ordine alla pronuncia
dichiarativa dell’usucapione della servitù di passaggio, essendo
omesso il percorso argomentativo del giudice di primo grado basato
sulle dichiarazioni dei testi, fondandosi l’appello su altri argomenti
(non apparenza della servitù, comunque negata dalla corte posto che
il materiale fotografico evidenzierebbe «una strada ben delineata nei
contorni e nel tracciato»; esistenza di un filo spinato evincibile

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dall’atto del 1929 impeditivo del passaggio, dato comunque ritenuto
dalla corte irrilevante posto che il tribunale «ha considerato esercitato
il possesso dal 1952, non dal 1929»; contestazione delle dichiarazioni
dei signori Cancellara, comunque secondo la corte «non poste a
fondamento della decisione»).

proposto ricorso per cassazione, articolato su tre motivi, illustrato da
memoria. Hanno resistito gli eredi di Beniamino e Vincenzo
Cancellara, come in epigrafe indicati, con controricorso illustrato da
memoria.

Considerato che:

1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono error in procedendo, ai
sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4) cod. proc. civ., lamentando
essere errata la dichiarazione di inammissibilità dell’appello «perché
privo dei requisiti richiesti dal novellato art. 342 cod. proc. civ.».
2. Con il secondo motivo, essi deducono altro error in procedendo, ai
sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4) cod. proc. civ., lamentando
avere la corte territoriale erroneamente affermato l’infondatezza nel
merito di una censura («… la seconda censura è sicuramente
infondata») dopo aver ritenuto inammissibile l’appello. Hanno indicato
che «la dichiarazione d’inammissibilità … è una pronuncia in rito che,
in quanto tale, esclude ogni esame del merito», facendone discendere
che «il capo contenente le ragioni di infondatezza (oltretutto nella
specie assai criptiche e comunque apodittiche) va annullato in quanto
pronunciato in assenza del relativo potere».
3. Con il terzo motivo, i ricorrenti – pur dichiarando di proporre
censura ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3) cod. proc. civ. per
violazione di norma di diritto sostanziale – in effetti lamentano
violazione o falsa applicazione dell’art. 342 cod. proc. civ., vizio

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6. Avverso la predetta decisione Carlo e Luisa Mazzoni hanno

questo propriamente denunciabile come error in procedendo ex n. 4)
della predetta norma (v. Cass. n. 806 del 15/01/2009 e n. 15071 del
10/09/2012, anche per richiami alla giurisprudenza delle sezioni
unite). Si dolgono, in particolare, dell’avere la corte di merito
erroneamente dichiarato la necessità che l’atto di appello contenga

appello il principio di autosufficienza.
4. Il primo e il terzo motivo, in quanto investono profili di critica
connessi tra loro e relativi tutti all’applicazione dell’art. 342 cod. proc.
civ., vanno esaminati congiuntamente; il loro esame assorbe il
secondo motivo, che in effetti si risolve in una sollecitazione a questa
corte a non tener conto delle espressioni succinte (che nell’ambito del
secondo motivo i ricorrenti considerano “criptiche” o “apodittiche”)
con cui la corte territoriale, dopo aver dichiarato inammissibile
l’appello per difetto dei requisiti di cui all’art. 342 cod. proc. civ., ha
comunque proceduto a esaminare nel merito le ragioni d’appello. In
proposito, solo per completezza, può richiamarsi che secondo la
giurisprudenza (v. Cass. sez. U, n. 3840 del 20/02/2007 e Cass. n.
17004 del 20/08/2015) qualora il giudice, dopo una statuizione di
inammissibilità (o declinatoria di giurisdizione o di competenza), con
la quale si è spogliato della potestas iudicandi in relazione al merito
della controversia, abbia impropriamente inserito nella sentenza
argomentazioni sul merito, la parte soccombente non ha l’onere né
[‘interesse ad impugnare; conseguentemente è ammissibile
l’impugnazione che si rivolga alla sola statuizione pregiudiziale ed è
viceversa inammissibile, per difetto di interesse, l’impugnazione nella
parte in cui pretenda un sindacato anche in ordine alla motivazione
sul merito, svolta

ad abundantiam

nella sentenza gravata. In

definitiva, questa corte non può prendere in alcun esame le pur
elaborate (diversamente da quanto affermano i ricorrenti) motivazioni
ad abundantiam.

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una formula riassuntiva delle censure, nonché abbia esteso all’atto di

5. Ai fini dell’esame del primo e del terzo motivo, va premesso che
con la recente sentenza n. 27199 del 16.11.2017 le sezioni unite di
questa corte hanno chiarito l’interpretazione a darsi dell’art. 342 (e
del correlato art. 434) cod. proc. civ., nel testo di cui al d.l. n. 83 del
2012, conv. con modif. in I. n. 134 del 2012.

– nella logica per cui la riforma ha introdotto un particolare filtro che
può condurre all’inammissibilità dell’appello a determinate condizioni
(artt. 348-bis e 348-ter cod. proc. civ.) e ha nel contempo ristretto le
maglie dell’accesso al ricorso per cassazione per vizio di motivazione,
si impone un’interpretazione dell’art. 342 cod. proc. civ. che abbia
come obiettivo non quello di costruire un’ulteriore ipotesi di decisione
preliminare di inammissibilità, bensì quello di spingere verso la
decisione nel merito delle questioni poste;
– si deve escludere, quindi, permanendo pur dopo la riforma la natura
di revisio prioris instantiae dell’appello e permanendo la sua diversità
rispetto alle impugnazioni a critica vincolata, che il relativo atto debba
rivestire particolari forme sacramentali o contenere la redazione di un
progetto alternativo di decisione;
– è tuttavia necessario, ai fini dell’ammissibilità, che le questioni e i
punti contestati della sentenza impugnata siano chiaramente
enucleati e con essi le relative doglianze; per cui, se il nodo critico è
nella ricostruzione del fatto, esso deve essere indicato con la
necessaria chiarezza, così come l’eventuale violazione di legge; così
come potrebbe anche non sussistere alcuna violazione di legge, se la
questione è tutta in fatto, analogamente potrebbe porsi soltanto una
questione di corretta applicazione delle norme, magari per presunta
erronea sussunzione della fattispecie in un’ipotesi normativa diversa;
il tutto, naturalmente, sul presupposto ineludibile della rilevanza della
prospettata questione ai fini di una diversa decisione della
controversia;

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6. Secondo tale pronuncia, cui deve darsi continuità:

- sempre ai fini dell’ammissibilità è necessario che nell’atto di appello
debba affiancarsi alla parte volitiva una parte argomentativa, che
confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice; la maggiore o
minore ampiezza e specificità delle doglianze ivi contenute sarà
diretta conseguenza della motivazione assunta dalla decisione di

dimostrino che le tesi della parte non sono state in effetti vagliate,
l’atto di appello potrà anche consistere, con i dovuti adattamenti, in
una ripresa delle linee difensive del primo grado; mentre è logico che
la puntualità del giudice di primo grado nel confutare determinate
argomentazioni richiederà una più specifica e rigorosa formulazione
dell’atto di appello, che dimostri insomma di aver compreso quanto
esposto dal giudice di primo grado offrendo spunti per una decisione
diversa.
7. Deriva da quanto innanzi che il primo e il terzo motivo sono
fondati. A prescindere dall’erroneità della tesi seguita dalla corte
d’appello secondo cui l’impugnazione dovrebbe avere un contenuto
assimilabile al ricorso per cassazione, con autosufficienza dello
stesso, avendo la sentenza nomofilattica escluso la necessità di
formule sacramentali o l’assimilazione dell’appello al ricorso di
legittimità, spingendo alla decisione nel merito, emerge già dalle
trascrizioni contenute nel ricorso che:
– sono chiaramente enucleati le questioni e i punti contestati della
sentenza impugnata e con essi le relative doglianze [invero, a
prescindere dalla verbosità effettivamente sussistente nell’atto di
appello, stigmatizzata dalla corte locale, esso critica sufficientemente
la sentenza del g.o.t. laddove essa indica la c.d. “passata” come
confine di fatto, contrapponendo a tale visione il dato – variamente
argomentato in riferimento a rogiti, all’esistenza di altra “passata”,
ecc. – per cui la staccionata costituisse fondo oltre il confine (cfr. par.
8 dell’atto di appello); critica altresì la valenza delle prove a sostegno

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primo grado; ove le argomentazioni della sentenza impugnata

dell’usucapione, deducendo esservi «contrasto circa il possesso», con
riferimenti a smentire delle asserzioni del Cancellara (cfr. par. 7)];
– alla parte volitiva dell’appello è affiancata una parte argomentativa,
seppur di difficile lettura, che confuta e contrasta le ragioni addotte
dal primo giudice.

relazione ai motivi accolti e va disposto rinvio, per nuovo esame, alla
corte d’appello di Potenza in diversa composizione, che governerà
anche le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso, assorbito il
secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e
rinvia alla corte d’appello di Potenza in diversa composizione, anche
per le spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda
sezione civile, il 12 dicembre 2017.

Il presidente

(V. Mazzacane)
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nei° Giudiz
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a NERI arth

DEPOSITATO IN CANCELLERIA

Roma,

07 FEB. 2018

8. Va dunque disposta cassazione della sentenza impugnata in

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