Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29506 del 22/10/2021

Cassazione civile sez. VI, 22/10/2021, (ud. 15/06/2021, dep. 22/10/2021), n.29506

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8706-2020 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO

107, presso lo studio dell’avvocato OSVALDO VERRECCHIA,

rappresentato e difeso dall’avvocato RAFFAELE MANFELLOTTO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO che la rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 452/2/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE del MOUSE, depositata il 19/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MAURA

CAPRIOLI.

 

Fatto

Ritenuto che:

Agenzia delle Entrate impugnava la sentenza della Commissione Tributaria Regionale Molise 4.12.2008 che, accogliendo l’appello di M.G. avverso la sentenza C.T.P. Campobasso n. 56/01/2008 resa in tema di impugnazione di avvisi di accertamento emessi per IRPEF (e IRAP) dal 1999 al 2003 inclusi, con cui l’Ufficio locale aveva rideterminato sinteticamente il reddito del contribuente, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 5 a seguito di un acquisto immobiliare avvenuto per 500.000 Euro oltre IVA nel 2003, ne affermò la illegittimità, alla luce delle prove contrarie recate dal contribuente e convincenti in ordine alle ragioni della disponibilità economica idonea a superare le presunzioni dell’Ufficio connesse alle spese effettuate.

La C.T.R., per quanto qui di interesse, aveva osservato che: a) appariva credibile che con la predetta operazione di acquisto immobiliare il contribuente – che l’aveva giustificata con l’intento di incrementare l’attività produttiva – avesse parzialmente compensato un proprio credito verso i venditori; b) dai prelievi su un conto corrente cointestato con il coniuge emergevano movimenti plausibilmente connessi all’acquisto, così alimentato; c) gli stessi coniugi avevano beneficiato, come impresa, di un contributo della Regione Molise; d) infine gli accordi con il coniuge, disponibile all’acquisto della metà della casa di abitazione e al pagamento rateale, ulteriormente costituivano indizio di altra disponibilità.

Parallela decisione reiettiva veniva assunta sull’appello incidentale dell’Ufficio, volto a riconsiderare tra le somme riconducibili ad indizio di disponibilità del contribuente anche l’accollo, da parte di questi, di circa 25 mila Euro di mutuo residuo, somme invece escluse dalla prima commissione con statuizione confermata per omessa contestazione della veridicità di quanto dichiarato dalle parti in rogito.

Con sentenza nr 12284/2015 la Corte accoglieva il ricorso rilevando testualmente che “il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 3 nel precisare con la formula allora vigente che il contribuente ha facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione impone un criterio di selezione normativa della prova contraria che, nel caso, la C.T.R. non ha adeguatamente evidenziato siccome raggiunto. In tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dal cit. art. non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (Cass. 25104/2014).

A fronte invero di un prezzo di 600.000 Euro (di cui 500.000 quale corrispettivo ed il resto per IVA), al di là della modesta quota di mutuo accollata, il compratore aveva invocato lo smobilizzo di somme già in conto corrente cointestato con il coniuge, ma per anni dal 1996 al 1998 e ciò per giustificare un rogito del 2003, senza che la C.T.R. avesse specificato con maggior dettaglio ed ispirandosi al detto criterio della idoneità documentale sia una corrispondenza congrua delle somme oggetto di risalente prelievo con quelle occorrenti al pagamento dell’immobile, sia qualche altro indice che ne giustificasse un deposito per contanti con siffatta lunga anticipazione rispetto alla spesa, circostanza invero fonte di mera considerazione di ragionevolezza più o meno intensa ma non elevabile a presunzione contrapponibile a quella discendente, in favore del risultato dell’accertamento, dalla prova certa della spesa eccessiva di un quarto rispetto ai redditi del quinquennio.

Parimenti, l’alimentazione di altra consistente somma in contanti e, questa volta come corrispettivo di vendita alla moglie separata, della metà dell’immobile abitativo, appariva essere stata offerta dalla C.T.R. come mera adesione alla congettura suggerita dal contribuente, ma senza alcun riguardo al rigore probatorio che avrebbe richiesto, anche per quelle somme, ben più che mere quietanze prive di data certa e soprattutto ed almeno la prova del raggiungimento reale del risultato negoziale che le parti si erano proposte, cioè l’alienazione della proprietà, invece non provata né allegata.

Contrastava infine con la medesima nozione di idoneità documentale la supposta compensazione con un proprio credito cambiario, su titoli risalenti al 1995 e 1996, che il contribuente avrebbe invocato – ma senza alcuna traccia nell’atto per pagare in sede di compravendita del successivo 2003 ulteriore parte di prezzo in favore del venditore, altresì debitore per 22 titoli cambiati: esponendo tale modalità estintiva del debito ovvero pagamento del prezzo, la C.T.R. non ha però spiegato come la completa omissione della vicenda nell’atto si potesse armonizzare, sulla base di una mera “nota” privata non altrimenti illustrata, con la prova di una documentata provenienza di altre risorse finanziarie reddituali e alternative”.

Su queste considerazioni la Suprema Corte cassava pertanto la decisione rinviando alla CTR per un nuovo esame.

La causa veniva riassunta dall’Ufficio avanti alla CTR del Molise che con sentenza qui impugnata accoglieva parzialmente l’appello rilevando che l’unica prova liberatoria certa idonea a dimostrare il possesso dei redditi per una durata di tempo sufficiente a far presumere che gli stessi siano stati impiegati come provvista per le spese era rappresentata dall’accollo del mutuo che era attestato dal rogito con il quale il contribuente aveva manifestato di assumere la relativa obbligazione e la misura dell’indebitamento.

Avverso tale sentenza M.G. propone ricorso per cassazione affidato a due motivi cui resiste con controricorso l’Ufficio.

Diritto

Considerato che:

Con il primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4, dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dell’art. 118 disp. att. c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si sostiene che la CTR alla luce del principio di diritto enunciato dalla Cassazione avrebbe dovuto analiticamente fornire per ciascuna prova documentale fornire una analisi specifica e offrire idonea motivazione sulla congruità o incongruità. Con il secondo motivo si denuncia la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si afferma che l’art. 38 prevede una presunzione semplice superabile con una prova non così tanto rigorosa.

Si lamenta che una interpretazione della norma quale offerta dal giudice del rinvio consentirebbe di dare rilievo ad una supposizione sfornita di alternative mentre si pretende dal contribuente il rigore di una prova che dia conto puntuale della provenienza e dell’uso del denaro.

Il primo motivo è infondato.

In tema di contenuto della sentenza, il vizio di motivazione meramente apparente della sentenza ricorre quando il giudice, in violazione di un obbligo di legge, costituzionalmente imposto (art. 111 Cost., comma 6), ossia dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, n. 4, omette di illustrare l’iter logico seguito per pervenire alla decisione assunta, ossia di chiarire su quali prove ha fondato il proprio convincimento e sulla base di quali argomentazioni è pervenuto alla propria determinazione.

La sanzione di nullità colpisce non solo le sentenze che siano del tutto prive di motivazione da punto di vista grafico o quelle che presentano un “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e che presentano “una motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U, 7/04/2014, n. 8053; Cass., sez. 6-3, 8/10/2014, n. 21257), ma anche quelle che contengono una motivazione meramente apparente, perché dietro la parvenza di una giustificazione della decisione assunta, la motivazione non consente di “comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da essi al risultato enunciato”, non assolvendo in tal modo alla finalità di esternare un “ragionamento che, partendo da determinate premesse pervenga con un certo procedimento enunciativo”, logico e consequenziale, “a spiegare il risultato cui si perviene sulla res decidendi” (Cass., Sez. U., 3/11/2016, n. 22232).

Come chiarito da questa Corte, la motivazione è solo apparente e la sentenza è nulla perché affetta da error in procedendo – quando, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture (Cass. Sez. U, 3/11/2016, n. 22232; Cass., sez. 6-5, 15/06/2017, n. 14927).

La sentenza impugnata, sebbene sintetica, non corrisponde al vizio motivazionale di legittimità quale prospettato nel principio di diritto sopra citato, poiché non si pone al di sotto del “minimo costituzionale” (Cass., Sez. U, 7/04/2014, n. 8053).

Infatti, la C.T.R. richiamando il contenuto della pronuncia della Cassazione ha ritenuto di confermare la legittimità dell’atto impositivo impugnato con la sola eccezione della somma di Euro 25.000,00 che rappresenta l’unica prova certa e documentale con cui il contribuente aveva manifestato nel rogito la volontà di obbligarsi nell’accollo del mutuo facendo riferimento alle risultanze processuali ritenendo implicitamente per il resto congruo quello accertato dall’Ufficio e non adeguate le prove offerte dal contribuente a giustificazione degli incrementi patrimoniali dai quali è scaturito l’accertamento sintetico; ha, in tal modo, esplicitato le ragioni della decisione, per cui eventuali profili di apoditticità e di lacunosità della motivazione, anche se sussistenti, non viziano tale motivazione in modo così radicale da renderla meramente apparente (Cass., sez. 6-5, 17/03/2015, n. 5315; Cass., sez. 65, 7/04/2017, n. 9105).

Il secondo motivo che investe la portata applicativa dell’art. 38 è infondato.

La CTR conformandosi all’orientamento costante di questa Corte ha ritenuto che il contribuente non avesse fornito la prova contraria idonea a scardinare la presunzione di reddito determinato sinteticamente.

In presenza dei presupposti previsti dall’art. 38, la norma fa gravare sul contribuente l’onere di dimostrare, secondo il tenore letterale del cit. art. 38, comma 6, che “il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte”, con la precisazione che “l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione (come ribadito anche da Cass., sez. 5, 30/05/2018, n. 13602).

Alla luce del tenore letterale dell’art. 38, comma 6 (secondo cui “l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”), che la norma in esame richiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte), e, pur non prevedendo esplicitamente la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere). In tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova (risultante da idonea documentazione) della entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso, previsione che ha l’indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi, escludendo quindi che i suddetti siano stati utilizzati per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perché in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati (v. in tal senso, tra le altre, Sez. 6, n. 22944 del 10/11/2015, R.637137; Cass. 2017 nr 4797).

In questo quadro correttamente la CTR, interpretando la norma in modo coerente al dato normativo ha ritenuto sulla scorta delle considerazioni rese da questa Corte con la sentenza 2015 nr 12284 ha ritenuto che il solo elemento certo per il quale il contribuente aveva fornito la prova documentale fosse l’accollo di mutuo previsto nel rogito.

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri normativi vigenti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di legittimità che si liquidano in complessive Euro 6000,00 oltre s.p.a.d.; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2021

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